Serena Williams ha 44 anni ed è tornata a giocare a tennis: non per un ultimo ballo, ma per essere competitiva

L'ex numero uno al mondo ha giocato il doppio al Queen's insieme a Victoria Mboko, 19 anni, e ha dimostrato di poter essere ancora una giocatrice credibile.
di Redazione Undici 10 Giugno 2026 alle 02:20

L’espressione è tesa, quasi preoccupata. Nel tunnel che conduce al campo centrale del Queen’s Club, Serena Williams sembra per un attimo lontana dall’immagine della dominatrice assoluta che ha dominato il tennis femminile per oltre vent’anni. Lo sguardo diventa concentrato, il volto si contrae, come se stesse cercando di mettere ordine a emozioni che nemmeno 73 titoli in carriera possono cancellare. Perché il ritorno è sempre diverso da una finale. Il ritorno è un salto nel vuoto. Poi arriva il momento dell’ingresso in campo e accade qualcosa che, da quelle parti, si vede raramente. Il pubblico dell’HSBC Championships, tradizionalmente composto, elegante, quasi noioso nel suo modo di manifestare entusiasmo, si scioglie completamente. L’applauso diventa un boato, il rispetto si trasforma in affetto, la curiosità in partecipazione emotiva. Serena è tornata. E il tennis, almeno per una sera londinese, sembra improvvisamente tornato a respirare un’aria familiare.

A fianco della fuoriclasse americana c’è una compagna che rappresenta quasi il passaggio di testimone tra due generazioni. La canadese Victoria Mboko non ha neanche vent’anni, quasi venticinque in meno rispetto a Serena. Un’età che, in teoria, potrebbe renderla una figlia più che una collega di doppio. Eppure la giovane canadese, che l’anno scorso ha vinto il WTA 1000 di Toronto, ha dimostrato di giocare alla grande anche in doppio. Contro Erin Routliffe e la statunitense Nicole Melichar-Martinez, avversarie non irresistibili, la coppia più osservata del torneo non ha tradito le attese. Serena e Mboko hanno superato il primo turno del WTA 500 del Queen’s con il punteggio di 7-6, 6-2, impiegando un set per ritrovare completamente il ritmo e un altro per ricordare al circuito che certi colpi e certi talenti non invecchiano.

Il primo parziale è stato inevitabilmente il più delicato. Serena ha dovuto fare i conti con la tensione del rientro e con quei meccanismi che nessun allenamento può riprodurre completamente. C’è il rumore del pubblico, c’è la pressione del punteggio, c’è la necessità di prendere decisioni in una frazione di secondo. Eppure, nei momenti importanti del tie-break, la campionessa americana ha mostrato tutta la sua esperienza. Una volta archiviato il primo set, il match ha preso una direzione molto più netta. Mboko ha garantito energia, copertura del campo e una qualità eccellente nelle fasi di costruzione.

Serena, invece, ha iniziato a sciogliersi. I colpi sono diventati più fluidi, gli spostamenti più naturali, la fiducia progressivamente crescente. Soprattutto, sono riapparsi alcuni dei marchi di fabbrica che hanno definito un’epoca del tennis. Il servizio, innanzitutto: preparata fisicamente in maniera quasi maniacale per questo ritorno, Serena è tornata a servire a velocità impressionanti, toccando picchi che hanno ricordato le sue stagioni migliori. Ma ancora più incoraggianti sono stati gli schiaffi al volo e le chiusure a rete, quelle accelerazioni esplosive che per anni hanno terrorizzato avversarie di ogni livello e che rappresentano una delle firme tecniche più riconoscibili della sua carriera.

«Ci siamo divertite un sacco, sentiamo che c’è spazio per migliorare», ha ammesso Serena Williams al termine del match. «Penso che Vicky stia andando alla grande. Per quanto riguarda me, devo fare qualche risposta in più nella prossima partita. Non ne ho mancata una in allenamento. Ma oggi è un po’ imbarazzante. La buona notizia è che posso fare di meglio». Naturalmente sarebbe sbagliato lasciarsi trascinare dall’entusiasmo eccessivo. Routliffe e Melichar-Martinez non rappresentavano un ostacolo insormontabile e il sorteggio del primo turno può essere considerato piuttosto favorevole. Le verifiche più significative arriveranno nei prossimi giorni, quando il livello delle avversarie salirà e quando il fisico dovrà rispondere alle inevitabili sollecitazioni di un torneo vero.

Tuttavia, il dato più interessante della serata non è stato il risultato, ma la percezione che questo ritorno non abbia il sapore malinconico di un ultimo saluto. Non è sembrata una celebrazione del passato, né una comparsa nostalgica costruita per alimentare i ricordi. Serena è apparsa competitiva, ovviamente non ancora dominante, ma credibile. E proprio questo alimenta la curiosità intorno alle motivazioni che l’hanno riportata in campo. Non esistono spiegazioni ufficiali, la stessa Williams è rimasta piuttosto vaga, senza fornire dettagli particolari. Di certo, però, non è una questione di soldi: Serena ne ha guadagnati abbastanza in carriera.

Forse la risposta è molto più semplice. Forse c’entrano le sfide. Forse c’entra quella sensazione unica che soltanto la competizione sa regalare. Oppure, più banalmente, c’entra la voglia di giocare a tennis. Il desiderio di sentire ancora l’adrenalina di un campo pieno, il rumore della pallina sulle corde, l’emozione di un punto importante. Perché i grandi campioni spesso smettono di vincere prima di smettere di desiderare la competizione. E quando quel desiderio torna a bussare, ignorarlo diventa impossibile.

L’ultima immagine della serata racconta tutto questo meglio di qualsiasi statistica. Sul punto decisivo, Serena guarda verso il campo con una faccia quasi incredula e chiede se quella palla sia stata dentro o fuori. Un’espressione sorpresa, perfino smarrita. Non esattamente la reazione che ci si aspetterebbe da una donna che ha conquistato 23 Slam e che ha nella bacheca di casa 73 titoli. Eppure è proprio quel dettaglio a rendere speciale il suo ritorno. Perché significa che l’emozione è ancora lì, che il risultato conta ancora, che la partita non è stata una passerella. E se davvero il tennis aveva bisogno di una conferma, il Queen’s l’ha fornita in una sola sera: Serena Williams non è tornata per salutare, ma per essere competitiva. E forse, considerando che il tennis femminile non ha più avuto una regina dal suo ritiro quattro anni fa, anche per vincere.

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