Ci sono Mondiali che allargano il calcio e Mondiali che allargano il mondo. Quello del 2026 farà entrambe le cose, e forse per questo sarà il più politico, il più globale e il più contemporaneo di sempre. Per la prima volta giocheranno 48 Nazionali. Per la prima volta i Paesi organizzatori saranno tre — Stati Uniti, Canada e Messico — distribuiti su un continente intero. Per la prima volta, soprattutto, la Coppa del Mondo proverà davvero ad assomigliare al pianeta che pretende di rappresentare. È il Mondiale più democratico della storia perché nessun altro torneo aveva mai aperto così tanto le porte. Più Africa, più Asia, più Nord America, più Oceania. Più possibilità di entrare nel racconto. Più bandiere dentro le inquadrature. Più inni nazionali prima delle partite. Più periferie del calcio dentro il centro del calcio.
Per decenni il Mondiale è stato una specie di aristocrazia sportiva: Europa e Sud America al tavolo principale, il resto del mondo invitato solo occasionalmente. Non era cattiveria, era la geografia del potere calcistico. Ma ogni volta che il calcio si è globalizzato davvero, il Mondiale ha dovuto cambiare forma.Nel 1930 le squadre erano 13. Dal 1934 al 1978 furono 16. Dal 1982 si passò a 24. Nel 1998 arrivarono le 32 nazionali. Oggi il salto a 48 è la naturale conseguenza del fatto che il calcio non appartiene più soltanto all’Atlantico nord del pallone.
Per capire il Mondiale del 2026 bisogna allora smettere di pensarlo solo come un evento sportivo. È un gigantesco aggiornamento geopolitico. Quando Gianni Infantino vinse le elezioni FIFA nel 2016, portò con sé un’idea molto chiara: allargare il calcio per allargare il consenso. La riforma del Mondiale fu il suo manifesto politico prima ancora che sportivo. Più posti disponibili significava più Federazioni coinvolte, più alleanze internazionali, più peso per continenti che storicamente avevano contato poco nei rapporti di forza della FIFA. Infantino spiegò la riforma dicendo che «il calcio è globale» e che il Mondiale doveva riflettere questa realtà. All’epoca la scelta fu accolta con diffidenza. Molti la lessero soltanto come una gigantesca operazione commerciale: più partite, più sponsor, più diritti televisivi, più biglietti. E certamente c’era anche questo. Wired scrisse che la FIFA avrebbe aumentato sensibilmente i propri ricavi grazie all’allargamento del torneo. Ma ridurre tutto al business significa perdere il cuore politico della trasformazione.
Ma dietro quella frase di Infantino c’era molto più di uno slogan. C’era la consapevolezza che il futuro economico, culturale e demografico del calcio non sarebbe stato più solo europeo. L’Africa passa da cinque a nove posti diretti. L’Asia da 4,5 a otto. L’Oceania ottiene finalmente un accesso garantito. Sono numeri che sembrano tecnici, ma in realtà raccontano una rivoluzione. Perché, per anni, interi continenti hanno vissuto il Mondiale come una lotteria impossibile: bastava una partita sbagliata per sparire dalla mappa.Ora cambia tutto. Una Nazionale africana o asiatica non entrerà più al Mondiale come un’eccezione folkloristica o una comparsa esotica. Entrerà come parte stabile del sistema. E questo modifica anche il modo in cui quei Paesi pensano il calcio: più investimenti, più infrastrutture, più attenzione politica, più bambini che iniziano a giocare pensando che il Mondiale non sia una fantasia lontana ma un obiettivo realistico.
Il punto è che il calcio globale ormai funziona già così. Le grandi accademie europee pescano talenti ovunque. I campionati arabi stanno ridefinendo il mercato. La Premier League è un prodotto planetario. I calciatori sono icone transnazionali. Il Mondiale a 48 squadre non crea questa trasformazione: semplicemente la certifica. Naturalmente esiste anche l’altra faccia della medaglia. Ogni allargamento porta con sé una perdita di esclusività. Molti osservatori temono che il nuovo format produca più partite squilibrate, meno tensione competitiva, un torneo dispersivo. Chi ha ragione? E chi no? Le domande restano in realtà aperte, perché alla fine questa è un’evoluzione naturale, scontata, probabilmente addirittura inevitabile. Perché il calcio contemporaneo è questo: idealismo e mercato che convivono nello stesso spazio senza nemmeno fingere più di essere separati. E allora, il punto non è capire se il Mondiale a 48 squadre sia “più puro” oppure no. Forse il punto è accettare che il calcio del XXI secolo non può più essere una faccenda per pochi.
Il Mondiale 2026 sarà enorme perché enorme è diventato il calcio. Sarà dispersivo perché disperso è diventato il mondo. Anche la scelta dei tre Paesi organizzatori racconta perfettamente questa trasformazione. Stati Uniti, Canada e Messico non sono soltanto tre nazioni vicine. Sono tre mondi diversi che condividono lo stesso spazio geografico. Tre idee di frontiera. Tre economie. Tre identità culturali. E in fondo anche tre modi differenti di interpretare il rapporto tra sport, politica e spettacolo. Negli anni Novanta il Mondiale era ancora legato all’idea quasi romantica di un unico Paese ospitante: l’Italia del 1990, la Francia del 1998, la Germania del 2006. Oggi invece il torneo sembra progettato per superare il concetto stesso di confine. La FIFA ha capito che eventi di questa scala non appartengono più a una sola nazione ma a intere aree geopolitiche.
Il Mondiale del 2026 avrà 104 partite, milioni di tifosi in movimento, distanze gigantesche, infrastrutture diffuse su migliaia di chilometri. È un evento pensato come una piattaforma continentale più che come un torneo tradizionale. Ed è impossibile non vedere, dentro questa scelta, una metafora del presente.Viviamo in un’epoca ossessionata dai confini e contemporaneamente incapace di fermare la globalizzazione. Le merci attraversano il pianeta, le persone molto meno. I muri aumentano, ma anche le connessioni. La politica parla continuamente di identità nazionali, mentre l’economia e la cultura funzionano ormai su scala globale. Il Mondiale del 2026 si giocherà proprio dentro questa contraddizione. Negli ultimi anni il Nord America è stato attraversato da discussioni violentissime su immigrazione, confini, protezionismo, identità culturale. Eppure sarà anche il luogo che ospiterà il torneo più multiculturale della storia del calcio.
Victor Montagliani, presidente della CONCACAF, ha parlato del 2026 come di «un Mondiale multiculturale e globale». Ed è difficile trovare una definizione più precisa. Per un mese intero milioni di persone attraverseranno frontiere per seguire una partita. Comunità diasporiche riempiranno gli stadi. Los Angeles, Toronto, Città del Messico, New York, Vancouver diventeranno luoghi in cui il concetto di appartenenza sarà continuamente mobile. Tifare una nazionale significherà spesso raccontare una doppia identità: quella del Paese in cui si è nati e quella del Paese in cui si vive. In questo senso il calcio continua ad avere una funzione che nessun’altra industria culturale possiede davvero. Produce simultaneità emotiva. Costringe miliardi di persone a guardare le stesse immagini nello stesso momento. Crea una lingua comune anche tra popoli che non condividono quasi nulla. È una forma minima di diplomazia emotiva. E considerando i numeri mostruosi dell’edizione 2026, questo Mondiale svolgerà un ruolo enorme, in questo senso: parliamo di sei miliardi di persone che in qualche misura saranno coinvolte emotivamente o realmente in questo show.
Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che il calcio possa “pacificare” davvero il mondo. Non lo ha mai fatto. Le guerre continuano durante i Mondiali, le tensioni geopolitiche pure. Il calcio non cancella i conflitti: al massimo li sospende dentro una parentesi narrativa. Ma anche questo, oggi, ha un valore enorme. In un’epoca in cui tutto sembra spingere verso la frammentazione, il Mondiale resta uno dei pochissimi eventi capaci di produrre ancora un immaginario collettivo globale. Per un mese intero il pianeta discute degli stessi gol, delle stesse polemiche arbitrali, degli stessi eroi.
Forse il potere “pacificatore” del calcio sta proprio qui: non nel risolvere le tensioni, ma nel ricordare continuamente che esiste ancora uno spazio simbolico condiviso. Certo, anche questa idea convive con enormi ambiguità. Amnesty International ha già chiesto alla FIFA garanzie sui diritti umani e sulle politiche migratorie dei Paesi ospitanti. E il fatto che questo venga considerato il Mondiale di Donald Trump è stato raccontato dal Guardian come uno dei nodi politici più delicati del torneo. Il calcio globale non è innocente. Non lo è mai stato. È un gigantesco spazio di potere, denaro e consenso. Ma proprio per questo continua a essere centrale nel racconto del nostro tempo. E forse il Mondiale del 2026 sarà ricordato soprattutto per questo: perché è il primo torneo che prova davvero a rappresentare il mondo contemporaneo nella sua forma più autentica. Aperto, gigantesco, interconnesso, disordinato, ipercommerciale, multiculturale, politicamente ambiguo. Come il nostro tempo.
Ci saranno più squadre, più partite, più città, più lingue, più storie. Ci sarà inevitabilmente anche più caos. Ma la democrazia, in fondo, funziona sempre così: perde un po’ di eleganza e guadagna rappresentanza. Per questo il Mondiale del 2026 sarà diverso da tutti quelli precedenti. Non perché sarà il più grande. Ma perché sarà il primo a somigliare davvero al pianeta intero.