Curriculum vitae invidiabile, immagine sempre impeccabile, sorriso che trasmette savoir-faire e disinvoltura davanti alle telecamere. Giovanni Carnevali ha tutti i crismi del grande manager italiano, del dirigente capace di trasudare sicurezza e infondere fiducia, come se non vi fosse alcun imprevisto in grado di metterlo in difficoltà. Si può parlare di lui come dell’ultimo figlio di un certo calcio del Nord Italia, dell’erede del triumvirato Braida-Galliani-Marotta – tutti personaggi decisivi nella sua formazione. E non solo per la presenza e l’atteggiamento che tiene davanti alle telecamere in odore di mercato. Proprio per questo, Carnevali rappresenta una scelta ideale per la Juventus. Dopo 12 anni di Sassuolo, sarà il nuovo AD e Direttore Generale del club bianconero.
Rispetto al suo predecessore, Damien Comolli, dimissionario dopo appena dodici mesi di mandato, il cambio di paradigma è totale. L’esperienza del dirigente francese è stata fallimentare. Per tanti motivi, primi tra tutti una strategia comunicativa difficile da interpretare e un mercato inefficace che ha prodotto il mancato raggiungimento dell’obiettivo stagionale. Comolli si è presentato come una sorta di “Dottor Caligari” dei dati: cupo, freddo, distante, ha approcciato il mondo Juve e, più in generale, quello del calcio come se per lui forse poco interessante. «Leggo e imparo tutto il tempo, non mi fermo mai. Ma non leggo mai di calcio, è noioso», ha detto in una delle sue prime uscite, durante l’Hudl Performance Insights. Doveva essere il pioniere di un modello data-driven d’avanguardia, capace di svecchiare le logiche del calcio italiano, e invece non ha fatto altro che servire assist prelibati ai suoi detrattori.
Sia chiaro, però: ha fallito Comolli, non un approccio più scientifico al mondo del calcio. L’errore è stato nell’incapacità di veicolare il modello, non riconoscendo la necessità di adattarlo alle complessità socio-culturali di ciò che avviene nel nostro Paese. Non a caso, l’ormai ex AD della Juve ha un passato al Tolosa, dove ha lavorato con RedBird: la proprietà del Milan è un’altra istituzione che sembra ricadere in continuazione nel medesimo vizio di scollamento dalla realtà calcistica italiana. Carnevali è l’esatto contrario di Comolli: è a suo agio davanti alle telecamere e, a una formazione manageriale affinata con la fondazione di Master Group nel ’96 (azienda di marketing ed eventi che gestiva l’organizzazione di cerimonie come la presentazione dei calendari o le giornate finali del calciomercato), affianca una lunghissima carriera da dirigente di calcio, iniziata negli anni Ottanta. Allora fondò la Milanese, società dilettantistica.
Anche qui, però, occorre evitare semplificazioni: la scelta Carnevali non significa tornare a un modello “vecchio”, al cospetto del fallimento del “nuovo”. Direttore generale e AD del Sassuolo per 12 anni, grazie all’investitura dell’ex patron Squinzi Carnevali ha costruito il Sassuolo quasi da solo. Infrastrutture, centri di allenamento, la scelta di spostare lo stadio da Modena a Reggio Emilia per favorire i ricavi commerciali, portandoli a livelli da club di Serie A ben più illustri e con un bacino d’utenza di molto superiore. Carnevali è stato un dirigente capace di intuizioni spesso coraggiose e vincenti, basti pensare agli allenatori: Di Francesco, Roberto De Zerbi e infine Fabio Grosso, approdato alla Fiorentina dopo un’ottima stagione in Emilia. La gestione extra-campo ha accompagnato un Sassuolo sempre proposito e riconoscibile nel modo di giocare, capace di puntare su giovani spesso valorizzati dagli allenatori scelti, pronti a far lievitare il loro prezzo (Locatelli, Frattesi, Scamacca, Raspadori, Boga e tanti altri).
La Juventus di oggi è un marasma in cui è complicatissimo orientarsi, ed è per questo motivo che le competenze a tutto tondo di Giovanni Carnevali, unite alla sua conoscenza profonda dell’ecosistema italiano, lo rendono l’uomo giusto al momento giusto. Chissà che, con il suo approdo alla Juventus, non si apra una nuova fase storica di rapporti più distesi tra la Juventus e l’Inter di Beppe Marotta, di cui è stato allievo, collega (a Monza, Como e Ravenna) e infine testimone di nozze. Proprio il futuro AD bianconero ne parla così: «È un amico oltre che il mio maestro. Ci conoscemmo quando lui era al Monza e io alla Milanese Calcio, una società dilettantistica che aveva una squadra di Giovanissimi fortissima. Gli suggerii un ragazzo, lui si fidò e allora gli regalai il cartellino. La nostra amicizia nacque così e ne vado orgoglioso».
Insomma: Giovanni Carnevali ha tutta l’aria di rappresentare una scelta vincente per restituire ordine a una Juve da troppi anni in preda al caos. Ma non è la vittoria di un modello su un altro; anzi, ci ricorda che più importante dei modelli stessi è l’efficacia con cui vengono veicolati. Comolli, il suo, lo ha raccontato – e quindi venduto– male, non preoccupandosi abbastanza del terreno a cui doveva attecchire. Carnevali, da questo punto di vista, il contesto lo conosce molto bene: una dote che, unita a intuizioni spesso illuminate, può far ben sperare i tifosi juventini in vista di una ricostruzione finalmente ben strutturata. Ascesa meritata: ora tocca a lui sfidare i suoi maestri.