Il titolo dei New York Knicks è un tornado che ha avuto e avrà un impatto enorme, dentro e fuori la NBA

Una delle squadre più sfigate e derise del mondo è tornata sul trono dopo 53 anni. L'ha fatto in modo contro-intuitivo, ma non per questo meno spettacolare, costringendo tutti – la lega, i tifosi, i media – a cambiare prospettiva. Anche sulla città di New York.
di Claudio Pellecchia 14 Giugno 2026 alle 11:32

L’11 maggio 2021, due giorni dopo una convincente vittoria in trasferta contro i Los Angeles Clippers, sui canali social del The New Yorker venne pubblicata una vignetta in cui un tifoso raccontava al suo psicologo di dover definitivamente accettare il fatto che «i Knicks sono una buona squadra di basket». Cinque anni dopo, nel bel mezzo di un clima di euforia collettiva che ha contagiato anche il coach Mike Brown, la vignetta è fugacemente riapparsa all’interno del feed – a fortissime tinte Knicks, per altro – del popolare magazine newyorkese, in un’ideale chiusura di un cerchio emotivo in cui si è concentrato oltre mezzo secolo di delusioni, sconfitte, tradimenti, rimpianti e pessimismo cosmico alimentato dai ricordi dei canestri di Michael Jordan, Hakeem Olajuwon e Tim Duncan.

Del resto quella del tifoso Knick scontento per diritto di nascita, abituato a crogiolarsi in un nichilismo talmente intimista da sfociare nell’inconfessabile godimento dato dal poter sempre trovare un pretesto per criticare la squadra, è la figura – nemmeno tanto retorica – che, per anni, ha aiutato a veicolare anche nel basket la vasta letteratura della città che non dorme mai. E che non può permettersi di aspettare niente e nessuno, nemmeno la franchigia che in qualche modo riesce a tenere insieme le anime dei suoi cinque borugh. Potrebbe sembrare un’esagerazione, e invece è la perfetta rappresentazione di una realtà che Chris Herring ha cristallizzato nel prologo del suo libro Sangue al Garden (edito in Italia da 66thand2nd), in cui le criptiche parole di un dirigente dei Knicks – che invitava a godersi quei «momenti che non sarebbero più tornati» – è come se fossero state triste presagio del disfacimento che sarebbe seguito alla bella e sfortunata parentesi degli anni Novanta. Quelli di Pat Riley e Patrick Ewing, di Charles Oakley e Larry Johnson, con il sottofondo della voce di Marv Albert e Mike Breen.

Anche per questo lo scorso 30 maggio, quindi ben prima che Jalen Brunson segnasse il tiro decisivo in gara-1, che OG Anunoby chiudesse con la sua “mano di Dio” la storica rimonta di gara-4 o che Mitchell Robinson conquistasse il rimbalzo offensivo più importante della sua vita negli ultimi secondi di gara-5, ancora il New Yorker pubblicava un editoriale in cui si chiedeva se i tifosi dei Knicks si ricordassero cosa fosse la vera felicità dopo cinquant’anni e passamdi «estenuante agonia intervallata da brevi periodi di speranza frustrata». A distanza di due settimane, e con lo stendardo del terzo titolo pronto a essere innalzato sulla volta del Madison Square Garden, la risposta è arrivata. E da qualche ora è visibile sui device di milioni di persone: sì, i newyorkesi possono e sanno ancora essere felici per la loro amata e odiata squadra di basket, forse l’unica realtà cittadina «che sa cosa significhi essere la sfavorita» come ha scritto Will Leitch sul Washington Post. E sì, questa felicità può trasformarsi in un momento di condivisione con tutto il resto del mondo – che non si chiami San Antonio, ovviamente.

È vero, a un certo punto ha iniziato a serpeggiare l’idea di cedere alla tentazione di schierarsi dalla parte degli Spurs, e di Victor Wembanyama, per opporsi ai prevedibili fiumi di retorica sulla più importante fanbase della NBA fosse diventata fortissima. Ma i Knicks, che anche in gara-5 sono stati capaci di rimontare da un -16, sono stati più forti anche di questo. E hanno costretto chiunque a cambiare le prospettive e le angolazioni di analisi. All’improvviso ci siamo accorti che, sotto la patina di isteria, impazienza e manie di grandezza di NY, esisteva un ambiente maturo, consapevole, disposto persino a concedere del tempo a una rivoluzione iniziata nel 2020. Cioè quando il discusso proprietario James Dolan decise di dare carta bianca a Leon Rose alla vigilia dell’ennesima ricostruzione. E mentre la NBA e il mondo stavano per fermarsi a causa della pandemia, i Knicks stavano per ripartire. Stavolta per davvero.

Sei anni dopo, cioè oggi, è inevitabile interrogarsi sull’impatto culturale di un trionfo atteso dal 1973 e da almeno quattro generazioni. E allora bisogna necessariamente misurare la distanza che separa il titolo dei Knicks da quelli di Toronto (2019), Milwaukee (2021) o Denver (2023), non solo in termini di differenza tra Small e Big Market: per Raptors, Bucks e Nuggets la sensazione era che tutto fosse circoscritto alla singola bolla, che anche le realtà relegate alla periferia dell’impero NBA possono permettersi di sfruttare le giuste congiunture spazio-temporali per vivere e viversi il proprio giorno di gloria. Con i Knicks, invece, la voglia di vederli vincere per vedere l’effetto che fa, il voler essere presenti (pure a San Antonio) anche se non ci si poteva permettere i costosissimi posti a bordo campo al fianco di Jimmy FallonBen Stiller e Timothée Chalamet o la suite di Donald Trump, hanno fatto sì che le normali logiche competitive, le rivalità, le divisioni, persino le disparità sociali ed economiche – un aspetto che è stato sottolineato in questo pezzo del The Economist  – fossero messe momentaneamente da parte in nome di un indefinito e indefinibile “bene superiore”. Come se la vittoria dei Knicks fosse ciò di cui l’America, e non per forza quella sportiva, avesse bisogno per sperare in qualcosa di più, in qualcosa di meglio, in qualcosa che assomigliasse al lavoro portato avanti da Rose.

Ancora Rose, sempre Rose: la sua è la figura chiave per capire come mai oggi qualsiasi giornalista americano abbia sentito il bisogno di scrivere dei Knicks e di New York, prima, durante e dopo le partite dei Knicks. C’entrano le mosse che ha fatto sul mercato, ma soprattutto c’entra il modo in cui ha imposto competenza e razionalità in un contesto disfunzionale, abituato a ragionare secondo le logiche anacronistiche di uno star power che non appartiene più nemmeno alla città. Figurarsi a una squadra che non vinceva dagli anni Settanta e che si era concessa l’ultimo viaggio alle Finals se lo è concesso quando gli effetti di globalizzazione e capitalismo avevano appena iniziato farsi sentire, erodendo quell’idea di unicità che era parte integrante del motivo per cui New York era comunque New York e i Knicks erano comunque i Knicks.

Ecco, Rose ha convinto tutti ad andare oltre questa visione, a ripensare i Knicks come una squadra che può avere successo in modi e tempi diversi. Anzi: come una squadra che ha avuto successo proprio perché ha saputo ripensarsi e adeguarsi ai tempi che cambiano, facendo le cose che vanno fatte – che non sono sempre le più popolari, soprattutto in una players league come la NBA – e senza rifugiarsi in uno status symbol che non esiste più. E allora se un musulmano socialista molto attivo su X può governare una città di otto milioni di persone tutte diverse per lingue, etnie, culture e religioni diverse, perché mai i New York Knicks non avrebbero potuto vincere un titolo agendo in maniera opposta rispetto a quanto fatto negli ultimi vent’anni? E infatti i Knicks hanno vinto proprio così, quando ormai sembrava impossibile che potesse succedere di nuovo, mentre il mondo del basket – e non solo del basket – rideva di loro, anche giustamente. Questo titolo, insomma, non segna solo il ritorno di una squadra mitica: ha (già) dato il via a tornado mediatico, e persino culturale, che ha coinvolto tutti, nessuno escluso, che ha già avuto e avrà un impatto enorme. Dentro e fuori la NBA, sull’intero basket mondiale, sui media più glamour e prestigiosi di New York, quindi del mondo. Che adesso, bontà loro, dovranno inventarsi un nuovo tono per le loro vignette.

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