Se la Francia domina il calcio mondiale, il merito è di un sistema e di una Nazionale che hanno saputo sfruttare il multiculturalismo

L'allargamento dei confini, i talenti delle banlieues e l'accademia di Clairfontaine hanno portato i Bleus a diventare una vera e propria superpotenza. Al netto delle divisioni e delle strumentalizzazioni politiche.
di Francesco Gottardi 16 Giugno 2026 alle 16:18

È una storia infinita: una superstar della Nazionale francese che, ancora una volta, si scontra con la politica nazionale e i suoi dibattiti sociali. Sembra una sorta di déjà-vu. Oggi quella superstar è Kylian Mbappé: il leader tecnico dei Bleus in vista dei Mondiali del 2026, il giocatore di maggior spicco nelle finali delle ultime due edizioni – tra cui lo storico trionfo di Russia 2018 – e, cosa forse ancora più importante, un modello di riferimento influente per tutti i ragazzi come lui. Ecco, Mbappé è un prodotto di quel melting pot etnico che definisce le banlieues parigine, dove il calcio può offrire speranza – se non addirittura una via d’uscita – attraverso gol e dribbling.

«Puoi essere un giocatore, puoi essere una star internazionale, ma prima di tutto sei un cittadino», ha dichiarato l’attaccante del Real Madrid in una recente intervista a Vanity Fair. «Non siamo scollegati dal mondo. Non siamo scollegati da ciò che accade nel nostro Paese. So cosa significhi, e che tipo di conseguenze possa avere per la mia nazione, quando persone di quel tipo prendono il potere». Mbappé si riferisce, in modo tutt’altro che implicito e non per la prima volta, all’estrema destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella, la cui ascesa nel panorama politico nazionale appare inarrestabile. «So bene cosa succede quando Kylian lascia il PSG: il club vince la Champions League!», ha replicato Bardella sui social media, omettendo opportunamente che quel trionfo è stato trascinato da Ousmane Dembélé e Désiré Doué: altri due figli di quella Francia multietnica arrivata a dominare il calcio globale.

Mbappé è nato nel dicembre del 1998, a pochi mesi dalla conquista della prima, storica Coppa del Mondo da parte dei Bleus, grazie a un gruppo di giocatori senza precedenti. Molti dei campioni di Saint-Dénis avevano radici in Senegal, Marocco, Algeria e Nuova Caledonia, eppure erano tutti francesi. E rappresentarono la Francia in modo brillante. In termini tecnici, fu la strategia pionieristica di Aimé Jacquet: il ct di quella Francia, due anni prima, aveva osato rompere con la tradizione – sfidando aspre critiche – e trasformare una nazionale convenzionale e deludente in una formidabile macchina da calcio. Come? Semplicemente allargando i suoi confini. Nonostante ciò, le gesta di Zinédine Zidane e dei suoi compagni vennero pesantemente politicizzate da ambo le parti. I convocati di Jacquet furono ribattezzati Black-Blanc-Beur (Neri-Bianchi-Arabi), ma soprattutto furono esempi di una crescente diversità demografica. Che, almeno in campo, si era rivelata una risorsa inestimabile. Allo stesso tempo, il leader della destra Jean-Marie Le Pen – padre di Marine – puntò il dito contro quella vittoria, definendo la squadra «non abbastanza francese». Il ruolo ricoperto oggi da Mbappé all’epoca spettava al capitano (e attuale c.t. della Francia) Didier Deschamps: «Il signor Le Pen pensi ciò che vuole; il nostro unico obiettivo è indossare la maglia con i colori della nostra patria».

Il dibattito culturale all’interno della società francese fu molto aspro. Poco più di decennio prima di quel trionfo, il genio di Michel Platini aveva trascinato la Francia a vincere Euro 1984, e accanto a lui c’erano solo due compagni appartenenti a minoranze: Jean Tigana e Marius Trésor (il quale, peraltro, saltò il torneo per infortunio). Nel giro di una sola generazione, la Francia si ritrovò all’improvviso a dover ripensare l’intero concetto di grandeur – un’ambizione radicata di potere simbolico, che spazia dall’arte del governo allo sport, sublimata proprio nell’ospitare e vincere una Coppa del Mondo. A ciò si aggiungeva l’agenda politica degli anni Novanta, fortemente concentrata sulle politiche migratorie, sul controverso quadro legislativo riguardante lo ius soli e sui tentativi di integrare le aree più svantaggiate. Al tempo stesso, erano proprio quegli ambienti a fungere da terreno fertile per quella nuova generazione di talenti in ascesa, di potenziali campioni.

Un quarto di secolo dopo, le tensioni sociali alimentate da conflitti etnici e religiosi rimangono una costante nelle periferie francesi, con occasionali ricadute sul resto del Paese. È corretto affermare che il processo di integrazione è tutt’altro che completato: la rapida ascesa della destra populista, come succede spesso, è una risposta emotiva a problematiche irrisolte e altamente complesse. Eppure, in questo contesto, il calcio – come gli sport di squadra in generale – rappresenta ancora una straordinaria storia di successo. Una storia che ha trovato il suo primo, grande slancio collettivo con Zidane e Henry, ma le cui radici affondano in realtà in qualche anno prima: era il 1988 quando la Federcalcio francese, alle prese con un difficile ricambio generazionale, inaugurò il suo centro tecnico nazionale a Clairefontaine, nella strategica regione dell’Île-de-France – proprio dove si trovano Parigi e le sue banlieues, un bacino brulicante di talento grezzo. Fin dal principio, l’obiettivo era stabilire un modello di sviluppo senza precedenti: strutture all’avanguardia, un sistema di scouting estremamente selettivo e una conoscenza calcistica d’élite trasmessa dai migliori allenatori del Paese, applicata in ogni fase dell’ecosistema calcistico, dall’infanzia alla prima età adulta. Lo scopo dell’accademia non è mai stato soltanto quello di crescere e formare futuri campioni sul campo, ma anche di offrire un’opportunità unica per fuggire da realtà altrimenti dimenticate dallo Stato.

Queste due priorità coesistono in perfetta armonia: ogni anno, Clairefontaine seleziona una classe di 23 prospetti di altissimo livello su circa 1.600 ragazzi in prova, tutti provenienti dall’Île-de-France. I pochi prescelti, solitamente tredicenni, vengono accolti in questo vero e proprio santuario calcistico, dove vivono e si allenano per i successivi due anni. Dalla domenica al venerdì, bilanciano un intenso allenamento tecnico con un regolare percorso scolastico. Sanno bene che si tratta dell’occasione della vita: ovunque guardino, ci sono testimonianze degli ex allievi di fama mondiale transitati per Clairefontaine. A volte, quelle testimonianze si materializzano in carne ed ossa, quando i Bleus arrivano per preparare una partita. È un momento particolarmente emozionante anche per lo staff, poiché il contatto diretto con gli idoli è un fattore chiave per alimentare la dedizione di questi ragazzi.

Mbappé è il prodotto più brillante dei tempi recenti. Ma prima di lui, l’accademia nazionale ha formato un numero sbalorditivo di campioni: Marcus Thuram, Blaise Matuidi, Thierry Henry, Nicolas Anelka, William Gallas, Louis Saha – solo per citarne alcuni. Più in generale, la sovrarappresentazione dell’Île-de-France nel panorama del calcio mondiale è impressionante. Metà dei giocatori convocati da Deschamps per i Mondiali del 2026 proviene da questo conglomerato urbano nel cuore del Paese, nonostante i suoi 12 milioni di abitanti rappresentino solo un quinto della popolazione nazionale. Quasi il 60% dei calciatori professionisti francesi è nato qui. E se prendiamo in esame i cinque maggiori campionati europei, i giocatori originari di questa singola regione costituiscono una fetta che oscilla incredibilmente tra il 5% e il 10% dell’intero bacino.

Inutile dire che questa miniera d’oro calcistica ha ben poco a che spartire con gli eleganti boulevards della capitale. Nasce, invece, dai suoi angoli più disagiati e dalle comunità minoritarie, dove la disuguaglianza di reddito innesca lotte quotidiane e occasionali rivolte. I tassi di criminalità restano alti, le opportunità di lavoro scarseggiano e gli appelli politici all’inclusione lasciano spesso il posto all’isolamento sociale e a ghetti de facto. In uno scenario così avvilente, la vita di strada durante l’infanzia regala rari momenti di gioia a cui ogni ragazzino cerca disperatamente di aggrapparsi. «Perché siamo così bravi a giocare a calcio, qui? Perché qui non c’è nient’altro che il calcio», ha spiegato una volta Paul Pogba – altro emblema delle banlieues – in un’intervista a ESPN.

In questo senso, alcune periferie si sono rivelate più prolifiche di altre, in parte grazie a infrastrutture migliori: Mbappé e William Saliba sono cresciuti entrambi a Bondy (dieci chilometri a nord-est di Parigi), mentre, sul versante opposto dell’hinterland, Les Ulis è stata la casa di Henry, Patrice Evra e Anthony Martial. Ma la geografia è solo un dettaglio. Ogni bambino che proviene da questo mondo si sente pienamente rappresentato da tali campioni. Indossa le loro maglie, imita le loro finte e fa il tifo per loro, come se fossero fratelli maggiori riusciti a scappare in un universo da favola. «Io quello lo conoscevo!», potrebbe rivendicare con orgoglio un coetaneo di Mbappé. Naturalmente, i lieto fine raggiunti attraverso il calcio sono enormemente inferiori rispetto alle innumerevoli vite che rimangono intrappolate nell’ombra. Ma anche per loro, la sola esistenza di Kylian e di questa Francia multietnica è una fonte di sollievo. E non solo quando giocano i Bleus.

Da Undici n° 68
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