I tifosi scozzesi hanno battuto tutti i record di rumore mai registrati ai Mondiali

Un frastuono da Braveheart, che durante il match contro Haiti è equivalso all'esplosione di un fuoco d'artificio. E tutto si deve a una canzone che con Braveheart c'entra parecchio.
di Redazione Undici 16 Giugno 2026 alle 10:21

Noi italiani ormai possiamo facilmente empatizzare. Pensate di dover trattenere il fiato per 28 anni, osservando scivolare a distanza un Mondiale dopo l’altro mentre la vostra Nazionale non è fra le partecipanti. E poi, tutt’a un tratto, arriva la rovesciata di McTominay che cambia la storia calcistica di un Paese e regala un pass per l’America: succede allora che cotanta carica acustica è pronta a sprigionarsi alla prima occasione. Nella fattispecie Scozia-Haiti, prima partita del Gruppo C. Appena gli altoparlanti annunciano Flower of Scotland, l’inno della Tartan Army, sarebbe prudente ricorrere al paraorecchi. Perché non solo erano pronti a cantarlo a squarciagola 60mila fanatici scozzesi – che arrivati al Gillette Stadium di Foxborough, Boston hanno dato al pubblico locale una lezione di tifo e personalità dentro un impianto sportivo. Ma è lo stesso brano in questione che si presta all’infarto delle corde vocali (ecco qui il video). E infatti, appena parte la prima strofa, qualunque strumentazione è andata in tilt.

Non è un semplice modo di dire. I Mondiali di calcio sono un evento di tale impatto da dover essere misurato in qualunque sfaccettatura. E per chi non lo sapesse – le curiosità a questo mondo sono infinite – si tiene regolarmente traccia anche del picco di decibel raggiunto nel corso di una partita. Ecco allora la notizia: durante l’inno scozzese cantato prima del match contro Haiti, si è sfondato ogni record, racconta The Times. 125 decibel. L’equivalente di un martello pneumatico o di un fuoco d’artificio scoppiato a distanza ravvicinata. E considerata la rapidità di dispersione del suono in uno spazio semiaperto come uno stadio di calcio, si tratta evidentemente di un punteggio clamoroso. Più del gol di McGinn, che ha regalato alla Scozia la sua prima vittoria ai Mondiali dopo 36 anni.

L’aspetto interessante, dal punto di vista fisico e antropologico, è che al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare il primato non è arrivato in un momento di euforia improvvisa come quello che per esempio segue una rete di una certa importanza. Ma è coinciso con la coralità e l’intonazione richieste durante un inno nazionale – d’accordo, c’è sempre chi lo canta in modo sguaiato, fuori tempo, eppure esistono canti come questo che risultano più performanti di altri in caso di esecuzione in massa. Con tutto il rispetto parlando – la bellezza di ciascun inno è intima e delicata –, dal semplice punto di vista musicale e di intensità sonora l’adrenalina della Marsigliese non è paragonabile alla marcetta brasiliana, tanto per dirne una.

E se già di per sé gli scozzesi sono un popolo particolarmente capace di farsi sentire in circostanze festose e affollate, quando cantano Flower of Scotland non ce n’è per nessuno. Nemmeno per il trionfo mondiale dell’Argentina, per il rigore di Grosso o la Francia di Zidane che alza la coppa in casa, decibel alla mano. D’altronde, se un testo affonda le radici fino all’evento fondativo di una nazione – la Battaglia di Stirling Bridge, 1297 – e con sferzante eleganza accusa l’antico nemico di superbia, invitandolo semplicemente a “tornare a casa a pensare”, viene da cantarlo anche senza essere scozzesi. Ecco. Se mai doveste farvi prendere la mano anche voi, occhio ai vicini di casa. Senza bisogno di scomodare il frastuono da record.

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