Quando Deniz Undav è entrato, al 60esimo minuto di Germania-Costa d’Avorio, la partita dei tedeschi è cambiata. Fino a quel momento gli ivoriani avevano difeso con ordine, proteggendo il centro del campo con un blocco basso e compatto che aveva limitato la circolazione tedesca negli ultimi trenta metri. L’ingresso dell’attaccante dello Stoccarda ha però modificato immediatamente le geometrie offensive della Mannschaft. Con una punta più presente in area e capace di occupare costantemente i difensori centrali, la squadra di Nagelsmann ha iniziato ad allargare il gioco con maggiore continuità, cercando l’ampiezza per poi riempire l’area con una serie di cross destinati a muovere e disordinare la linea difensiva africana.
Non è un caso che il primo gol sia arrivato appena otto minuti dopo il suo ingresso: Amiri ha avuto il tempo e lo spazio per mettere un traversone preciso in area, Undav ha attaccato la zona giusta e ha finalizzato da attaccante vero, uno di quelli che sembrano comparire sempre dove il pallone sta per arrivare. Quella rete ha cambiato il volto del match e ha premiato una scelta tattica precisa: inserire una punta capace di trasformare il dominio territoriale in occasioni concrete.
Se il primo gol di Undav è stato il manifesto delle sue qualità di finalizzatore puro, il secondo ha raccontato anche altro. Al 94esimo, con la partita ormai vicina alla conclusione e la pressione emotiva al massimo, l’attaccante della Germania ha ricevuto il filtrante di Nmecha e ha fatto una cosa apparentemente semplice: controllo orientato e sinistro sul secondo palo. In realtà, dentro quel gesto c’era tutta la qualità di un attaccante di alto livello. Perché fermare il pallone nel modo corretto, scegliere l’angolo giusto e mantenere la lucidità necessaria in quel momento della gara non è affatto banale. È il tipo di giocata che distingue un buon attaccante da un grande attaccante.
In questo senso, le giocate sono come i numeri: non mentono. E infatti Undav arriva da una stagione straordinaria con lo Stoccarda, chiusa da vice capocannoniere della Bundesliga con 19 reti in campionato, 25 complessive tra tutte le competizioni. Sono cifre che confermano una crescita ormai consolidata e che spiegano perché, in Germania, sia sempre più difficile ignorare la sua candidatura per un ruolo centrale nella Nazionale. Undav si inserisce perfettamente in una tradizione tutta tedesca. Quella degli attaccanti magari poco appariscenti, non sempre spettacolari dal punto di vista estetico, ma incredibilmente efficaci davanti alla porta. In Germania amano definirli “torjäger”, letteralmente cacciatori di gol. Sono giocatori che non hanno bisogno di venti tocchi per incidere e che spesso sembrano quasi invisibili per lunghi tratti della partita, salvo poi comparire nel momento decisivo. Per questo motivo sempre più osservatori vedono in lui un erede moderno di Gerd Müller, Rudi Völler e Miroslav Klose. Ovviamente Undav appartiene a un calcio diverso e possiede caratteristiche differenti, ma la sia capacità di trasformare occasioni normali in gol pesanti richiama inevitabilmente quella scuola.
Le sue statistiche con la maglia della Germania, almeno per ora, sono quasi irreali. Nove gol nelle prime undici presenze rappresentano una media che pochi attaccanti nella storia della Nazionale tedesca possono vantare. E allora la domanda nasce spontanea: perché non gioca di più? La risposta porta inevitabilmente a Julian Nagelsmann. Il rapporto tra il commissario tecnico e il centravanti non è mai sembrato particolarmente semplice. Un episodio emblematico risale allo scorso marzo, dopo l’amichevole contro il Ghana: in quella partita Undav aveva segnato il gol decisivo, ma nel post gara Nagelsmann aveva scelto di commentare la sua prestazione con parole sorprendenti: «Non è stato molto coinvolto nel gioco, prima del gol non aveva praticamente avuto alcuna azione. Non credo che la sua prestazione sia stata buona».
Parole che avevano fatto discutere in Germania, soprattutto perché pronunciate pubblicamente nei confronti di un giocatore che aveva deciso la partita. Secondo molti osservatori, il giudizio del tecnico poteva essere stato influenzato dalle dichiarazioni rilasciate da Undav nei giorni precedenti, quando aveva sostenuto di sentirsi pronto per un posto da titolare e non soltanto per il ruolo di alternativa dalla panchina. Una posizione che entrava in contrasto con quanto stabilito da Nagelsmann durante i celebri “role talks”, i colloqui individuali nei quali il commissario tecnico aveva spiegato a ogni giocatore il proprio ruolo all’interno del gruppo.
Adesso, però, qualcosa sembra essere cambiato. Alla vigilia della sfida contro la Costa d’Avorio, Nagelsmann aveva lasciato intendere che Undav potesse diventare un’arma fondamentale a gara in corso. Le sue parole sono state quasi profetiche. Entrato nell’ultima mezz’ora, l’attaccante dello Stoccarda ha cambiato il volto della partita e ha trascinato la Germania alla vittoria e a una qualificazione alla fase a eliminazione diretta che non arrivava dal 2014. La storia di Undav, del resto, è una di quelle che il calcio tedesco ama raccontare. Quando aveva 16 anni, per dire, è stato scartato dal settore giovanile del Werder Brema. Motivo? Era considerato troppo piccolo e fisicamente poco sviluppato per poter ambire a una carriera professionistica. Molti avrebbero mollato, ma lui no: è ripartito dall’SC Weyhe, una polisportiva dilettantistica nei dintorni di Brema, e da lì ha iniziato un lungo percorso lontano dai riflettori. Passato per il TSV Havelse, allora in terza divisione, poi per la seconda squadra dell’Eintracht Braunschweig, una nobile decaduta del calcio tedesco. e successivamente per il Meppen, che all’epoca militava in terza serie. Una scalata lenta, fatta di sacrifici e categorie minori, ben lontana dai percorsi privilegiati dei talenti cresciuti nelle grandi accademie.
La svolta è arrivata in Belgio, quando l’Union Saint-Gilloise ha deciso di puntare su di lui. In pochi anni è passato dall’anonimato a diventare uno degli attaccanti più interessanti del campionato belga. Da lì è arrivato il Brighton, club appartenente alla stessa proprietà. In Premier League le cose non sono andate come sperato, ma Roberto De Zerbi ha sempre avuto parole importanti nei suoi confronti: anche se gli ha concesso poco spazio, il tecnico italiano ne ha sempre apprezzato la disponibilità al sacrificio e la capacità di giocare per la squadra, qualità spesso sottovalutate quando si parla di centravanti.
La definitiva consacrazione è arrivata però con lo Stoccarda. In tre stagioni ha messo insieme 57 reti e 30 assist assist decisivi, numeri che definiscono un giocatore molto più completo di quanto suggerisca la semplice etichetta di punta col senso del gol. Perché Undav non sa soltanto segnare. Sa anche leggere il gioco, associarsi con i compagni, creare spazi e fornire assist. È un attaccante che vede calcio oltre la porta. Per questo la sua candidatura nella Germania di Nagelsmann diventa sempre più difficile da ignorare. Forse non sarà il titolare fisso, almeno nell’immediato, e forse continuerà a partire dalla panchina. Ma proprio per questo potrebbe trasformarsi nell’uomo più importante della rosa: il dodicesimo, quello che entra e cambia le partite quando gli equilibri sembrano bloccati. Un ruolo che contro la Costa d’Avorio ha interpretato alla perfezione.
E c’è persino un paradosso che comincia a prendere forma. Pur non essendo considerato una prima scelta, Undav potrebbe diventare il miglior marcatore della Germania in questo torneo. Con la doppietta alla Costa d’Avorio è già arrivato a quota tre gol in due partite. Se continuerà a segnare con questa frequenza, sarà sempre più complicato lasciarlo fuori. Perché nel calcio moderno si può discutere di sistemi, pressing e occupazione degli spazi. Ma alla fine, come ricordava la grande tradizione dei centravanti tedeschi, conta ancora la cosa più semplice di tutte: mettere il pallone in rete. E Deniz Undav, oggi, lo fa meglio di chiunque altro in Germania.