19 giocatori marocchini su 26. I congolesi salgono addirittura a 20. E più in generale non c’è squadra africana di questo Mondiale che non affondi le sue radici in Europa: a prima vista un paradosso, guardando alle Nazionali multietniche di Francia, Olanda e Germania – tanto per citare i casi più eclatanti, dove il melting pot si trasforma in valore aggiunto sul campo. Da qualche tempo a questa parte però il flusso è diventato biunivoco, e l’Africa sta recuperando pian piano i cosiddetti “figli della diaspora”: cioè di origini senegalesi, algerine o egiziane, che attraverso i genitori, spesso migranti economici, sono finiti in quei Paesi legati a doppio filo con la loro patria sin dai trascorsi coloniali.
Da Brahim Diaz a Ibrahim Mbaye, come mai tutto questo sta succedendo ora? “In passato i giocatori con doppia nazionalità arrivavano a metà carriera, certi di aver esaurito le possibilità nel Paese di nascita”, ha spiegato a L’Équipe Claude Le Roy, esperto allenatore con vari trascorsi alla guida delle selezioni africane. “Ma ora le cose sono cambiate, grazie alla credibilità di squadre come Marocco, Algeria, Senegal, Camerun e Costa d’Avorio. Questi giovani scelgono di unirsi alla nazionale che sentono più vicina al cuore già in una fase precoce del loro percorso di sviluppo. E i loro famigliari sono convinti che sia la scelta giusta. Quando ho convocato Malcolm Barcola per il Togo a 19 anni, i suoi genitori sono stati i miei alleati più preziosi”. Suo fratello Bradley, invece, ha sempre puntato alla Francia – e visto il talento della stella del PSG, sorprenderebbe il contrario.
Una chiave di lettura analoga arriva anche da Youssouf Mulumbu, ex capitano della Repubblica Democratica del Congo, in possesso anche lui della doppia nazionalità: “I giocatori vedono i buoni risultati e si sentono attratti dal proprio Paese d’origine. Si vergognano meno di dire di provenire dal Congo, perché la Coppa d’Africa è diventata importante e ora è possibile raggiungere i Mondiali molto più facilmente di un tempo”. I nove o dieci posti assegnati alla Confédération Africaine de Football, che magari fanno storcere il naso alla meritocrazia – soprattutto a svantaggio dell’area UEFA – rappresentano così un incentivo per le singole Federcalcio a investire in modo strutturale sul calcio come mai era successo su vasta scala. Il brillante caso del Marocco è il più eclatante, ormai potrebbe fare scuola e non è più un’oasi del deserto.
“Le federazioni meritano un plauso”, conviene El Hadji Diouf, precoce stella del Senegal che stregò il mondo intero durante Corea & Giappone 2002. “E il Marocco in primis ha svolto un lavoro eccezionale: i giocatori con doppia nazionalità hanno a disposizione strutture pari – o addirittura superiori – a quelle europee. Quando ero più giovane, parlai con Khalilou (Fadiga) dicendogli di non permettere mai a suo figlio di giocare qui, visto il modo in cui venivamo trattati. Oggi le cose sono cambiate. Bisogna ringraziare anche le famiglie: i membri della diaspora vengono qui in vacanza; Mbaye conosceva la sua famiglia, così come Kalidou Koulibaly. E i senegalesi non seppelliscono mai i propri antenati altrove. È un legame fondamentale”.
Le cose insomma si stanno trasformando in fretta. Come osserva Le Roy, oggi alla guida della Repubblica del Congo – cioè l’altra, non quella al Mondiale nel gruppo di CR7 –, “c’è la sensazione diffusa di un ritorno alle origini”. E non è soltanto una riscossa africana in terra d’Africa. “Anche chi ha scelto di giocare per la Francia, per esempio, da Matuidi a Mbappé passando per Tchouaméni, sta investendo in quei Paesi che non rappresentano”, ma di cui comunque condividono le speranze. E se in queste settimane, dal torneo americano, dovesse emergere un altro exploit in stile Marocco ’22, il volano calcistico per il continente potrebbe aumentare ancora. Senza più sorprese per nessuno.