Quando Eloy Room era solo un ragazzino, sua madre gli regalò un libro sulla storia sportiva di Curaçao. Sfogliandolo, Eloy notò quanto spazio fosse dedicato a Ergilio Hato, un portiere destinato a diventare una delle più grandi icone calcistiche dell’isola caraibica. Hato aveva rappresentato il suo Paese alle Olimpiadi del 1952 sotto la bandiera delle Antille Olandesi, nazione costitutiva del Regno dei Paesi Bassi per la quale disputò persino alcune amichevoli. «Era riccamente illustrato, con moltissime foto in bianco e nero», racconta Room, che all’epoca era già un aspirante portiere. «Leggevo quel libro ogni sera. Dicevo a mia madre: sarebbe fantastico se un giorno potessi diventare anch’io una leggenda per Curaçao».
Hato ha ispirato intere generazioni, tanto che oggi lo stadio nazionale porta il suo nome. E Room, col tempo, è riuscito a seguire le orme del suo idolo. Ha persino scelto il suo soprannome, Pantera Nera, come soggetto del primo tatuaggio sul braccio. «Ogni volta che lo guardo, mi dà la carica. Spero davvero di poter diventare una leggenda come lui». Room è decisamente sulla buona strada. Con Curaçao, si è qualificato per la Coppa del Mondo per la prima volta nella storia, rendendo l’isola la nazione più piccola di sempre a prendervi parte, sia per popolazione (circa 156mila abitanti) che per superficie (appena 443 chilometri quadrati). Per arrivarci, però, lui e la Nazionale caraibica hanno dovuto percorrere un viaggio lunghissimo.
Intorno al 2003, Angelo Cijntje e Wouter Jansen ricevettero una telefonata da Jean Francisca, all’epoca presidente delle Antille Olandesi, di cui Curaçao faceva ancora parte come ex colonia olandese fin dal XVII secolo. Francisca illustrò la sua ambizione: qualificarsi per un grande torneo internazionale. Iniziò così a visionare giocatori residenti nei Paesi Bassi ma con radici a Curaçao, dal momento che moltissime famiglie si erano trasferite lì, principalmente per lavoro o per studio. Francisca notò che sia Cijntje (in forza al Veendam) che Jansen (De Graafschap) erano nati a Willemstad e propose loro di rappresentare il Paese natale. «Ricordo di aver incontrato diversi altri giocatori nella sede della Federcalcio olandese prima di essere convocato per le Antille Olandesi», racconta Jansen, cittadino olandese ma nato nelle Antille durante un periodo lavorativo del padre. Al loro arrivo a Willemstad, fu subito chiaro che la pianificazione non era esattamente minuziosa. «C’era ancora molto da organizzare quando siamo atterrati», ricorda Cijntje. Jansen ha un ricordo altrettanto nitido: «Siamo arrivati di venerdì e ci hanno detto di ripresentarci il lunedì, così abbiamo avuto il fine settimana libero. Gli altri sono stati ospitati dai parenti e, per fortuna, mi sono potuto unire a uno di loro, visto che non avevo famiglia laggiù».
Una volta iniziato il ritiro, dovettero fare appello a tutta la loro creatività per sfruttare al meglio le poche risorse disponibili. «L’hotel non era stato prenotato adeguatamente, le sessioni di allenamento mancavano di struttura e non avevamo nemmeno l’abbigliamento tecnico», ricorda Cijntje, cresciuto proprio nei pressi dello stadio Ergilio Hato. «Io mi allenavo con i calzettoni rossi, il giocatore accanto a me blu, uno con i pantaloncini rossi, un altro con chissà cosa – uno vestito Beltona, un altro magari Nike. C’era un po’ di tutto. Quelli sono stati i nostri primi passi».
Il progetto subì una brusca accelerazione quando Curaçao si separò dalle Antille Olandesi, il 10 ottobre 2010, diventando un Paese autonomo all’interno del Regno dei Paesi Bassi. L’anno successivo, Curaçao divenne membro della FIFA. Jansen si era già ritirato dal calcio giocato per dedicarsi all’insegnamento, ma Cijntje faceva ancora parte del gruppo. «Le cose erano un po’ migliorate, ma non eravamo neanche lontanamente vicini ai livelli di oggi», ammette. Negli anni successivi si susseguirono diversi allenatori olandesi, a partire da Patrick Kluivert nel 2015. Fu lui a convincere un numero crescente di giocatori nati nei Paesi Bassi a unirsi a Curaçao, inclusi alcuni che avevano già fatto la trafila delle Nazionali giovanili Oranje. Tra cui proprio Eloy Room. «C’erano moltissimi talenti eleggibili per Curaçao. Dell’attuale rosa, sono stato il primo a fare questa scelta. Patrick mi disse: Se lo fai tu, sono sicuro che molti altri ti seguiranno». Furono parole profetiche. Altri seguirono l’esempio, tra cui Leandro Bacuna, che all’epoca giocava in Premier League con l’Aston Villa.

Il primo vero successo tangibile arrivò nel 2017 con la vittoria della Coppa dei Caraibi sotto la guida di Remko Bicentini, seguita da un’impressionante cavalcata fino ai quarti di finale della Gold Cup 2019. In quegli anni si aggiunsero altri calciatori nati nei Paesi Bassi europei, e persino Guus Hiddink ebbe una parentesi in panchina intorno al 2020. Due anni dopo, Cijntje e Jansen si unirono allo staff rispettivamente come performance coach e team manager. Più o meno nello stesso periodo, l’ex giocatore di Feyenoord e Ajax Dean Gorré fu nominato direttore tecnico, con suo figlio Kenji già nel giro della nazionale dal 2019.
Fu un periodo di stallo per la crescita del movimento, caratterizzato da un’evidente «instabilità a livello dirigenziale», come spiega Gorré. «A volte le camere d’albergo non venivano pagate e i giocatori dovevano persino anticipare i soldi per i voli. È stato un punto basso, ma ha anche reso la rosa più resiliente e unita. Non c’era più nulla che potesse spaventarli». Anche Room ricorda quegli anni con nitidezza: «Non c’erano molti soldi per viaggiare o per le altre necessità. È stato uno shock passare dall’Olanda, dove nei club era tutto organizzato alla perfezione, al finire in posti nei Caraibi in cui hotel, campi e strutture lasciavano molto a desiderare. Allo stesso tempo, però, tutto questo aveva un grande fascino».
Prendiamo quella volta in cui dovettero viaggiare da Trinidad alla Martinica proprio nel giorno della partita, senza alcun volo charter a disposizione. «Alla fine, un piccolo aereo a elica dovette fare la spola, trasportando i giocatori in gruppi di sei», ricorda Cijntje. «L’undici titolare era arrivato in tempo, ma le riserve entrarono nello stadio a partita già iniziata. I loro bagagli non ce l’avevano fatta, quindi non avevano nient’altro che i loro scarpini, i parastinchi e forse un paio di calzettoni». Aggiunge Jansen: «È una storia da film; sono quelle avventure che non dimentichi più».
Room non era presente in quella specifica trasferta, ma racconta di aver vissuto voli simili. «Capita spesso di saltare da un’isola all’altra nei Caraibi e, a volte, devi viaggiare in barca o su un aereo a elica. Di tanto in tanto, uno dei motori a elica veniva spento durante il volo, dato che questi aerei possono anche planare. E ovviamente ci potevano essere turbolenze forti, essendo velivoli piccoli. A volte ci guardavamo con apprensione, ma quando vedevi il pilota scherzare, pensavi che sarebbe andato tutto bene. Certo, non si stava proprio rilassati».
In quegli anni di transizione, la panchina vide numerosi avvicendamenti; allo stesso Gorré fu chiesto di ricoprire il ruolo di ct ad interim nel tentativo di forgiare un gruppo solido. «Fui chiaro con la squadra: senza unità, non c’è successo. Dobbiamo fare affidamento sul gruppo e dare tutto in campo». Una maggiore coesione stava emergendo anche a livello dirigenziale Gilbert Martina fu nominato presidente e riuscì ad ingaggiare l’esperto Dick Advocaat come allenatore della Nazionale, il quale chiese a Gorré di fargli da assistente. «È stato fantastico, conoscevo i giocatori e l’ambiente è diventato molto più stabile», ricorda lo stesso Gorré. Furono investite più risorse nella nazionale. «Curaçao Airport Holding e il gruppo turistico Corendon sono diventati sponsor, con quest’ultimo che ha co-finanziato l’ingaggio di Advocaat», spiega Cijntje. «E con Dick a bordo, siamo riusciti ad attrarre altri investitori. Questo ha significato attrezzature migliori, viaggi ben organizzati e soggiorni in hotel di qualità: un vero e proprio effetto domino. Ha anche aiutato a convincere giocatori come Armando Obispo (PSV) e Tahith Chong (ex Manchester United)».

Curaçao si è presentata preparata all’inizio delle qualificazioni ai Mondiali, sfruttando un vantaggio cruciale: il torneo sarebbe stato ospitato da Stati Uniti, Messico e Canada. «Sapevamo che non li avremmo affrontati nelle qualificazioni, cosa che in passato si era spesso rivelata un ostacolo insormontabile», afferma Room. «È stata la vera scintilla per tutti noi. Ci siamo detti: Se c’è una possibilità di arrivare ai Mondiali, è adesso». Room cita le vittorie cruciali contro Haiti (1-5) e il pareggio con Trinidad (0-0), momenti in cui hanno realizzato che un’impresa storica fosse alla portata. Poi è arrivata la partita in casa contro la Giamaica, vinta 2-0 da Curaçao, con una splendida punizione del figlio di Gorré, Kenji. «L’intera isola era in festa, ma dovevamo ancora giocare il ritorno», ricorda Gorré.
Tutto si è deciso a Kingston, dove a Curaçao sarebbe bastato un pareggio. Pochi giorni prima della partita, però, Advocaat dovette rientrare nei Paesi Bassi per motivi familiari. Gorré guidò la squadra, riuscendo a strappare il decisivo 0-0. «È stata un’altalena di emozioni», ricorda. «Room ha fatto una parata cruciale nel primo tempo, ma poi la Giamaica ha colpito un palo e una traversa, e nel recupero abbiamo concesso un rigore, che per fortuna è stato annullato dal VAR. Vedevo già i nostri piangere; lacrime che si sono rapidamente trasformate in lacrime di gioia. Dopo quella partita c’è stata un’esplosione di emozioni impossibile da descrivere a parole». «Così tante emozioni… è difficile spiegarlo», fa eco Room. «Ho avuto un sacco di flashback di tutto il viaggio che ci ha portati fin qui. Realizzi di aver finalmente raggiunto ciò per cui hai lavorato per oltre dieci anni».
I giocatori e lo staff hanno festeggiato con i circa 250 tifosi giunti fino in Giamaica. Il giorno seguente sono stati accolti a Willemstad su un pullman scoperto, sfilando per strade invase da decine di migliaia di persone. «Il governo aveva dichiarato festa nazionale», dice Cijntje. «C’erano tutti per strada, giovani e anziani. Una sfilata immensa durata sei ore, dall’aeroporto fino al palco». Room chiosa: «È lì che capisci cosa hai realizzato. E quanti sforzi e sacrifici abbiamo fatto l’uno per l’altro».
La squadra è legata da un affetto profondo, incarnato dal modo in cui onora costantemente la memoria di Jairzinho Pieter, un ex compagno di squadra tragicamente scomparso durante una trasferta. «Era una sorta di motivatore del gruppo, sempre allegro, sempre pronto alla battuta», racconta Room. «Era lui che portava l’atmosfera». Room spiega come Pieter guidasse la preghiera quotidiana, un rito che ora continuano a fare mentre Leandro Bacuna posa una collana appartenuta a Pieter al centro del cerchio della squadra. «La sua scomparsa è stata un colpo durissimo, e fa ancora molto male», ammette Room. «Ma ha reso il sogno di raggiungere il Mondiale ancora più vivo, perché in fondo era anche il suo sogno. Ci ha dato una motivazione in più».
«Credo davvero che nella partita decisiva contro la Giamaica, Pieter fosse lì con me, perché il pallone ha colpito la traversa e il palo… non voleva proprio entrare. Anche la gente a Curaçao dice che Pieter era lì, insieme a Ergilio Hato. Praticamente giocavamo con tre portieri. È un’immagine bellissima». Questo senso di unità affonda le radici nella storia condivisa dei giocatori: «Ci conoscevamo tutti ancor prima di iniziare a giocare per Curaçao, proveniamo tutti dal sistema olandese e spesso abbiamo giocato insieme nei club», spiega Room. «Ma con tutto quello che abbiamo vissuto in Nazionale diventi più di un semplice compagno di squadra; ci sentiamo davvero una famiglia. In campo, questo ti spinge a dare quel qualcosa in più per l’altro». «Prendiamo dei normalissimi voli commerciali e aspettiamo i nostri bagagli al nastro trasportatore», dice Jansen. «E nessuno fa storie. Vedi giocatori di altissimo livello uscire dal gate spingendo carrelli carichi di valigie, ed è una cosa del tutto normale». Negli hotel, i calciatori preferiscono sedersi tra gli altri ospiti piuttosto che isolarsi. Quando Advocaat propose un menù sportivo preparato appositamente in una sala riunioni, i giocatori risposero di preferire di gran lunga scendere e unirsi al buffet all-inclusive con gli altri turisti.
«Si prendono uno spuntino», sorride Jansen. «E non gli dispiace affatto se le persone chiedono una foto, lo accettano senza problemi. Fa parte di chi siamo». Questo approccio inclusivo ha persino spiazzato la FIFA. Quando la federazione internazionale chiese a Curaçao quali fossero le loro esigenze per il soggiorno negli Stati Uniti, la risposta di Jansen fu perentoria: «Non ne abbiamo». Gli era stato detto che si poteva organizzare un ingresso separato in hotel e preparare in anticipo le chiavi delle camere. «Ho risposto che nulla di tutto ciò era necessario. Siamo abituati a passare dalla reception nella hall e, se dobbiamo aspettare un po’, non è un problema. Siamo abituati ad alberghi in cui le camere devono ancora essere preparate. Nessuno si lamenta. Questa cosa li ha presi un po’ alla sprovvista».

E per quanto riguarda la sicurezza? «Sicurezza?», ha ribattuto Jansen. «Non abbiamo davvero bisogno di sicurezza; siamo più che felici di firmare autografi». La FIFA voleva poi sapere quando andassero pianificati gli allenamenti a porte aperte. «Onestamente, da noi sono tutti i benvenuti. E il pubblico può persino entrare in campo dopo l’allenamento. Non ci disturba affatto, siamo abituati anche a questo». Jansen si sente un custode delle tradizioni della squadra e preferisce abbracciare ciò che il destino riserva loro, piuttosto che isolarsi dal pubblico come spesso accade nel calcio moderno. «Non dovremmo iniziare a comportarci diversamente solo perché ci siamo qualificati ai Mondiali».
Anche la ricerca della sede del ritiro mondiale è stata all’insegna della semplicità. «A gennaio, io, Dick (Advocaat) e le nostre mogli siamo andati negli Stati Uniti per ispezionare i base camp. Le altre nazionali mandano delegazioni tecniche enormi che misurano qualsiasi cosa. La FIFA era sorpresa che ci fossimo solo noi e le nostre compagne. Senza prendere un singolo appunto, abbiamo trovato un bel posto con un centro sportivo a Boca Raton, in Florida. Dopo un quarto d’ora, Dick ha detto: Sì, ci sono due porte, un po’ di linee, andrà benissimo. Sembra a posto».
Proprio durante quel viaggio negli States è nata l’idea di introdurre il “concetto di famiglia”, permettendo ad amici e parenti di soggiornare con la squadra durante il torneo. «Essendo un momento così unico, volevamo dare a tutti la possibilità di portare i propri cari», spiega Jansen. La routine è semplice: «La mattina ci si allena e, nel pomeriggio, tutti sono liberi di esplorare la Florida con le famiglie, andando in spiaggia, alle Everglades o dove vogliono, prima di rientrare al campo la sera. È così che viviamo il Mondiale».
Un’iniziativa che giocatori e staff hanno accolto con immensa gratitudine. «È fantastico poter godere di tutto questo insieme alle persone che amiamo», aggiunge Cijntje. «Gli altri Paesi penseranno: magari avessimo organizzato le cose così anche noi. Altre squadre vivono il torneo in una bolla, senza goderselo né condividerlo con nessuno. Quante possibilità abbiamo di qualificarci di nuovo per i Mondiali nei prossimi vent’anni? Potrebbe essere un’occasione irripetibile». L’approccio fuori dagli schemi di Curaçao si nota anche prima di scendere in campo. «Abbiamo un pullman vecchio e pittoresco dove la musica è sempre a palla», ride Gorré. «Ogni volta che salgo, sembra di essere a una grande festa sulla strada per l’allenamento». Non hanno potuto portare quel pullman in America, ma l’atmosfera vivace è rimast intatta. «La musica deve essere altissima», conferma Jansen. «Quando siamo andati in Australia per due amichevoli, l’autista ci ha detto di abbassare il volume, minacciando di fermarsi. I giocatori gli hanno risposto: “No, la musica non si abbassa”. E lui: “Ok, allora non guido più”. E così è arrivato un altro autista a sostituirlo».
Tutto ciò che fanno nasce dal cuore, lontano anni luce da logiche convenzionali. Jansen ricorda le parole di Obispo, difensore del PSV appena approdato in Nazionale: «Wouter, quello che ho visto qui in una settimana è esattamente il motivo per cui ho iniziato a giocare a calcio. È l’essenza pura del divertimento. Ma quando entriamo in campo per allenarci o giocare, lottiamo l’uno per l’altro dando il 150%, alzando noi stessi l’asticella». Secondo lo staff tecnico, la chiave risiede nell’autogestione. «Non devi fare micromanagement», spiega Cijntje. «Non c’è nessun assistente davanti alla porta a controllare se i giocatori vanno a letto o si svegliano in orario. Questo rovinerebbe la nostra coesione. In campo, questi ragazzi farebbero qualsiasi cosa l’uno per l’altro. Quando ci riuniamo si crea una vibrazione speciale che non trovi nei club».
«Per loro sono dieci giorni senza regole, solo puro divertimento calcistico», osserva Jansen. «Niente cardiofrequenzimetri o nutrizionisti che impongono protocolli ferrei. È il calcio nella sua forma più pura. Ed è così che hanno ottenuto qualcosa di impensabile. Altri hanno bisogno di regole per essere professionali. Se un giorno non avremo abbastanza divise, viaggeremo con i nostri vestiti. È poco professionale, o semplicemente significa non dare troppa importanza a cose che per altri sono vitali?».

Ai Mondiali, superare un girone con Germania, Costa d’Avorio ed Ecuador sarebbe un’impresa titanica. «Vogliamo continuare a proporre il calcio che abbiamo giocato in questi anni, costruendo dal basso», analizza Room. «Ma dovremo adattarci, perché andremo a un Mondiale dove potremmo avere meno possesso palla rispetto ai nostri avversari. Dobbiamo comunque rimanere fedeli ai nostri punti di forza, perché sappiamo giocare un bel calcio». L’unica vera ombra sul Mondiale sono i prezzi altissimi dei biglietti. «È semplicemente ridicolo», protesta Cijntje. «Non è accessibile per la persona media a Curaçao. Mi chiedo come faranno. Faranno di tutto, la gente potrebbe persino vendere la macchina pur di vivere questa esperienza. Ma è un vero peccato che la FIFA e gli Stati Uniti rendano le cose così difficili».
Ma il significato di questa qualificazione va ben oltre il campo da calcio. «Mi rendo conto di cosa questo significhi per il futuro di Curaçao, per le prossime generazioni e per l’economia dell’isola, a partire dal turismo», riflette Room. Gorré vede già gli effetti positivi a cascata: «Le persone in tutto il mondo vorranno saperne di più su Curaçao. Tutto questo aiuterà lo sviluppo del calcio nel Paese, spingendo i ragazzini a sognare una carriera nello sport». Gorré oggi supervisiona le Nazionali giovanili, cercando di implementare uno stile di gioco coerente e creando percorsi affinché i giovani talenti possano sbarcare nei campionati professionistici europei.Secondo Cijntje, l’impatto supera persino i confini sportivi: «Per molte persone, inizierà a farsi strada la consapevolezza che l’impossibile è possibile, se ci credi e lavori duro. Penso che questa squadra possa essere d’esempio per i giovani, per chi sta attraversando momenti difficili o per chi vuole iniziare qualcosa da zero, che sia negli affari o nello sport».
Giocare per Curaçao ha trasformato i sogni in realtà anche per Eloy Room. Come quel giorno in cui Lionel Messi gli chiese la maglia dopo un’amichevole. Tutti volevano la camiseta dell’argentino, ma fu Messi – che aveva appena segnato una tripletta proprio a Room – ad avvicinarsi al portiere. «A fine partita, si è praticamente fermato di fronte a me e ha fatto il gesto di scambiare le maglie», ricorda Room. «Ero sorpreso, stavo lì a chiedermi: ma sta parlando con me o con qualcun altro? Ma ce l’aveva proprio con me». Room pensa che il gesto fosse legato al fatto che Messi avesse appena segnato il suo centesimo gol con l’Argentina: «Ho sentito che gli piace sempre scambiare la maglia quando c’è dietro un momento significativo o un traguardo. Si è anche complimentato per alcune parate che avevo fatto». È solo una delle tante incredibili storie nate da quando, 11 anni fa, Room decise di difendere i colori di Curaçao. E proprio come lui è stato ispirato dal libro di Hato da bambino, oggi è Eloy Room a scrivere ricordi degni di un romanzo. Un libro capace di spingere una nuova generazione caraibica verso vette inesplorate.