La vittoria dell’Ecuador contro la Germania vale di più di una qualificazione ai sedicesimi del Mondiale. È il successo di un intero popolo, di una Nazionale che è l’unica, assieme al Venezuela, a non aver mai vinto un grande trofeo nel Sud America. Ma che ora sta riscrivendo la sua storia, grazie anche a una generazione di talenti in grado di imporsi nel calcio d’élite. Tra questi, ce ne sono diversi accomunati da una condizione particolare: provengono dalla stessa provincia, piccola e sconosciuta. Si tratta di Esmeraldas, che si trova al confine con la Colombia – quindi nel Nord del Paese – e che si è trasformata in una miniera di calciatori. Nonostante non abbia neanche un club che la rappresenti nella Serie A de Ecuador, il massimo campionato nazionale.
Proprio da Esmeraldas, infatti, vengono infatti dieci dei 26 giocatori convocati dall’allenatore argentino Beccacece. Quasi la metà. E il bello è che parliamo di una provincia che ospita appena il 3% di tutta la popolazione ecuadoregna. Tra questi ci sono Piero Hincapiè, terzino titolare dell’Arsenal e fresco vincitore della Premier League, e William Pacho, uno dei difensori più forti del mondo, due volte camoine d’Europa con il Paris-Saint Germai. Esmeraldas è stata la provincia che ha fornito il maggior numero di giocatori in quattro delle ultime edizioni della Coppa del Mondo: otto in Corea del Sud-Giappone 2002, nove in Brasile 2014, dieci in Qatar 2022 e dieci oggi. Nella partita decisiva contro la Germania, sono stati ben i 6 i giocatori provenienti da quella provincia che hanno preso parte alla gara: Piero Hincapié, Willian Pacho, Pervis Estupiñán (terzino del Milan), Nilson Angulo (attaccante del Sunderland, autore del gol del pareggio), Enner Valencia (attaccante del Pachuca, squadra messicana) e Félix Torres (difensore dell’Internacional, squadra brasiliana).
Ma com’è possibile che una provincia così piccola, e anche povera, finisca per diventare un serbatoio così fiorente di talento calcistico? C’entra il tessuto sociale multietnico, visto che parliamo di una zona del Paese nella quale si concentra una maggioranza di afroecuadoregni (circa il 50%, contro il 7% della media nazionale), risultato di un naufragio avvenuto lungo le coste del Paese nel XVI secolo di un’imbarcazione che stava trasportando persone ridotte in schiavitù da Panama. I sopravvissuti si unirono alle popolazioni indigene locali e fondarono una provincia che oggi è fucina non solo dei calciatori, ma anche degli sportivi più forti del Paese. Anche i migliori talenti di basket e atletica, infatti, provengono da quella zona. Ed è clamoroso pensare che il Pichincha, la provincia che ospita la capitale del Paese, Quito, non è rappresentata in questo Mondiale da alcun giocatore ecuadoregno.
L’Ecuador non è paradossalmente mai stata una nazione di calcio. Nonostante anche a quelle latitudini sia lo sport più seguito nel Paese, nel secolo scorso non è mai riuscito a qualificarsi a un Mondiale. Dal 2002 in poi, però, la Tricolor – storico nickname della rappresentativa – non se ne è più lasciato sfuggire uno, segno che qualcosa è cambiato. William Pacho, Piero Hincapié e Moisés Caicedo, roccioso centrocampista del Chelsea, sono gli ultimi esempi di una Nazionale che può dare fastidio a chiunque, capace di battere una delle squadre più forti di questo Mondiale, la Germania, nonostante lo svantaggio iniziale. Una squadra che si sta rivelando come una delle sorprese di questa competizione, con un piccolo e grande segreto chiamato Esmeraldas.