I giornali tedeschi hanno usato parole durissime per raccontare la sconfitta della Germania contro il Paraguay (e non hanno tutti i torti, anzi)

Dai tabloid ai quotidiani più impegnati, tutti sono concordi: l'eliminazione dai Mondiali, la terza consecutiva prima degli ottavi, è stata un vero e proprio dramma sportivo.
di Redazione Undici 30 Giugno 2026 alle 10:24

Ci sono eliminazioni che fanno rumore e ci sono quelle che, oltre al risultato, lasciano dietro di sé una scia di giudizi ancora più pesanti della sconfitta stessa. L’uscita della Germania ai rigori contro il Paraguay, agli ottavi del Mondiale, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Perché se il campo ha decretato il fallimento del progetto di Nagelsmann, la stampa tedesca ha fatto qualcosa di ancora più impietoso: lo ha trasformato in un processo collettivo. E lo si capisce già dai titoli, che non raccontano semplicemente una partita, ma una crisi profondissima. Di sistema, come abbiamo imparato a dire anche noi italiani.

La Bild apre con la brutalità che la contraddistingue: “Wir sind raus!” (“Siamo fuori!”). Due parole secche, senza contesto, che condensano lo shock e la delusione. Non c’è analisi, non c’è mediazione: solo la constatazione di un’eliminazione che suona come un fallimento nazionale. In uno dei tanti pezzi dedicati alla gara, il tabloid non prova assolutamente a attenuare il colpo: «la Germania ha vissuto un incubo, la prestazione è stata orribile. Lenta, noiosa, letargica». Più tecnica ma non meno severa è la lettura di Sport1, che insiste sul concetto di “Elfmeter-Drama”, il dramma dei rigori. Ma dietro l’etichetta c’è molto di più: l’idea di una squadra che ancora una volta controlla la partita senza riuscire a chiuderla. Il problema non sono i rigori, ma tutto lo svolgimento del match: »il possesso sterile, la mancanza di incisività, la sensazione costante di una nazionale che gioca senza affondare il colpo».

Poi c’è la Zeit, che sceglie una strada completamente diversa. Nel suo liveblog la partita diventa quasi un racconto parallelo, fatto di ironia e malinconia. Dopo l’eliminazione, arriva la frase di chiusura definitiva: «Aus: Sprachlosigkeit im ZEIT-Büro. Finally». («Fine: silenzio senza parole nell’ufficio della Zeit. Finalmente.”». Una frase che non aggiunge nulla perché non serve più aggiungere nulla: il racconto si chiude da solo, quando anche le parole smettono di funzionare. La FAZ, acronimo di Frankfurter Allgemeine Zeitung, sceglie un titolo che non ha bisogno di enfasi: “Eine Niederlage, die die deutsche WM auf den Punkt bringt” (“Una sconfitta che riassume perfettamente il Mondiale della Germania”). Qui non si parla più solo del Paraguay o dei rigori, ma dell’intero percorso della Mannschaft. La sconfitta diventa sintesi perfetta di un torneo in cui la Germania ha mostrato ordine senza pericolosità, controllo senza efficacia, qualità senza risultato.

Kicker, storicamente più prudente e tecnico, abbandona ogni diplomazia. Il primo titolo è già una sentenza: “Drei fatale Fehlschüsse: Dramatisches deutsches WM-Aus im Elfmeterschießen” (“Tre errori fatali: drammatica uscita della Germania ai rigori”) in riferimento ai penalty falliti da Havertz, Woltemade e Tah. Ma è il secondo titolo a segnare il punto più pesante: “Ein Armutszeugnis für Fußball-Deutschland – und Nagelsmann” («Una pessima figura per il calcio tedesco – e per Nagelsmann»). Non è più solo una sconfitta: è un atto d’accusa al sistema, alla squadra e alla guida tecnica. Il termine “Armutszeugnis” indica un fallimento evidente, quasi imbarazzante, che va oltre il risultato. E poi c’è Der Spiegel, che chiude il cerchio con uno sguardo ancora più radicale: “Von Deutschland ist nichts mehr übrig” (“Della Germania non è rimasto più nulla”). È probabilmente il titolo più duro di tutti. Non parla di una partita, ma di un’identità che si è dissolta. Non è una sconfitta sportiva: è la sensazione che la Germania, quella capace di dominare i tornei e imporsi nei momenti decisivi, non esista più nella sua essenza.

Mettendo insieme questi giudizi, emerge un quadro sorprendentemente coerente. La Germania non è stata eliminata solo dal Paraguay. È stata giudicata, analizzata e smontata dalla propria stampa. Dalla brutalità emotiva della Bild alla freddezza della FAZ, dall’ironia della Zeit alla durezza sistemica del Kicker e dello Spiegel, il messaggio converge sempre nella stessa direzione: non si tratta di un episodio isolato. È qui che il «dramma dei rigori» raccontato da Sport1 assume un significato più ampio. Perché il problema non è davvero nei tre errori dal dischetto, ma in ciò che li precede e li rende possibili: una squadra che controlla, ma non colpisce; che gioca, ma non domina; che arriva vicino, ma non arriva mai fino in fondo. E forse è per questo che il tono dei giornali tedeschi appare così duro. Perché non nasce solo dalla delusione di una notte sbagliata, ma dalla somma di troppe notti simili. Negli ultimi tre Mondiali, la Germania ha perso quello spirito riassunto perfettamente dalla famosa frase dell’inglese Gary Lineker: «Il calcio è uno sport che gioca su un campo in erba per 90 o 120 minuti e alla fine vincono i tedeschi». La sensazione è che il giudizio sia un po’ impietoso ma non gratuito. Non è rabbia, ma giustificata preoccupazione.

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