Il protagonista del bellissimo Mondiale del Messico, Julián Quiñones, sta cambiando la percezione dei neri in un Paese in cui il razzismo, nel calcio e fuori, è ancora un grande problema

Da bersaglio dei tifosi per il colore della pelle a eroe nazionale è davvero un attimo, e la dice lunga sull'ipocrisia negli stadi a tutte le latitudini.
di Redazione Undici 01 Luglio 2026 alle 18:22

Un exploit più forte di qualunque critica: tre gol, un assist e prestazioni da trascinatore assoluto di una delle Nazionali più solide di questi Mondiali – soltanto vittorie, porta ancora imbattuta, pass per gli ottavi già in saccoccia. Julián Quiñones è il simbolo di questo Messico. E all’improvviso tutto il Paese è ai suoi piedi. Ma non era sempre stato così: basta riavvolgere il nastro di un paio di stagioni, quando l’attaccante 29enne giocava nel Club América e veniva puntualmente apostrofato dai tifosi avversari per il colore della pelle. Scene orribili, che infamano il pallone e che rispetto agli standard europei – dove il problema purtroppo continua a esistere, ma con qualche anticorpo in più a partire dalle istituzioni – colpiscono per violenza e arretratezza.

La sola colpa di Quiñones era fare il suo lavoro – cioè gol, da sempre tanti – e spiccare per origini etniche che balzano tuttora all’occhio negli stadi messicani. Il ragazzo è nato e cresciuto in Colombia, in condizioni famigliari ed economiche estremamente precarie: si era trasferito in Centro America per scappare dalla povertà aggrappandosi al calcio, le giovanili del Tigres sono state la sua fortuna e proprio per questo Quiñones, al momento di scegliere quale nazionale rappresentare, ha dichiarato di dovere ogni cosa al Messico. Questione di riconoscenza, insomma, a prescindere dalla cattiveria del pubblico sugli spalti che ha iniziato a riempirlo di insulti a più riprese: verso della scimmia, parolacce come ¡Puto negro! che non hanno bisogno di traduzione.

Certo, il polverone mediatico di volta in volta si alzava. Arrivavano le condanne degli addetti ai lavori, la presa di distanza dei club coinvolti. Ma alla fine si era sempre punto e a capo, senza che le cose siano mai cambiate veramente. Così Quiñones, sia per gli incentivi contrattuali sia per allontanarsi da un’aria tanto pesante, ha optato per un trasferimento nel campionato saudita diventandone presto il capocannoniere. La mossa si è rivelata vincente, perché è più meno nello stesso periodo che il giocatore è entrato nel giro della Nazionale. A lungo da rincalzo. Oggi, all’improvviso, da protagonista assoluto di questi Mondiali.

E altrettanto all’improvviso – si sa, gli scivoloni hanno memoria corta – i tifosi del Tricolor durante il torneo hanno iniziato a idolatrare il loro numero 16. Con tanto di cori dedicati: “¡Quiñones, hermano, ya eres Mexicano!“. Eppure anche così si percepisce un’intrinseca discriminazione: “ora sei messicano”, soltanto grazie a quei gol, suona quanto meno maldestro – e come sottolinea il Guardian, si tratta di un canto pensato per i giocatori stranieri in grande spolvero nel campionato locale, alla Gignac per intenderci, certo non a un cittadino messicano a tutti gli effetti dopo il processo di naturalizzazione.

Insomma, nonostante le ottime prestazioni in campo, in quanto a razzismo il Messico non sembra andarne fuori. Fatti alla mano però dovrà fare i conti con la società multiculturale del presente che si prospetta una risorsa calcistica anche a quelle latitudini. Ben oltre Quiñones: se finora infatti tra i ragazzi di Aguirre continua a spiccare una provenienza molto locale, la Federcalcio messicana ha iniziato a sviluppare delle reti di reclutamento che si estendono anche al di fuori dei confini nazionali. Soprattutto negli Stati Uniti, tra California e Texas, coinvolgendo i figli della diaspora che nel frattempo si sono allargati alle comunità nere presenti sul territorio. Fino alla maglia tricolor: è questo il caso di Antonio Leone e Da’vian Kimbrough, due tra le migliori promesse della Nazionale, nate da madri messicane e padri afroamericani. Potrebbero presto seguirne altre. E i gol di Quiñones sono ancora più preziosi per sdoganare queste barriere. Se ne arriveranno altri, poi, figurarsi: i migliori risultati nella storia del Messico ai Mondiali restano i quarti di finale centrati in casa nel ’70 e nell’86. Sognare il tris si può. A partire dall’attacco che non ti aspetti.

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