Youri Tielemans è riuscito a rianimare il Belgio quando sembrava spacciato, finito, dimostrando (per l’ennesima volta) di essere un calciatore decisivo

Capitano, trascinatore, simbolo della nuova generazione. E autore della doppietta decisiva contro il Senegal, in una partita che sembrava indirizzata.
di Redazione Undici 02 Luglio 2026 alle 02:26

Al 68esimo del match contro il Senegal, valido per i sedicesimi di finale del Mondiale, il Belgio sta per implodere. Letteralmente: poco prima dell’ultimo hydration break, mentre il Senegal dominava la partita in lungo e in largo, Youri Tielemans e Leandro Trossard arrivano quasi alle mani. Volano parole pesanti, gesti plateali, serve l’intervento di Romelu Lukaku per separarli. È un’immagine potentissima, forse la fotografia più sincera di una Nazionale che in quel momento sembra aver perso qualsiasi riferimento.

Questa storia fa ancora più impressione perché il protagonista è proprio Youri Tielemans. Il capitano, l’uomo scelto per raccogliere l’eredità della fascia non soltanto per il suo peso tecnico, ma soprattutto per il suo profilo umano. Da sempre considerato uno dei giocatori più equilibrati dello spogliatoio, conciliatore naturale in una squadra che, negli ultimi, anni ha convissuto con tensioni, correnti interne e divisioni profonde. Se anche lui perde il controllo, significa che il Belgio è davvero arrivato al limite.

E infatti, almeno fino a quel momento, la squadra di Garcia era stato un autentico disastro. Il Senegal aveva aggredito la partita con intensità, organizzazione e coraggio, mettendo completamente alle corde i suoi avversari. Le distanze difensive erano scomposte, il pressing arrivava sempre in ritardo, il centrocampo non riusciva mai ad accorciare e la linea arretrata veniva costantemente esposta agli uno contro uno. In fase di possesso, ancora peggio. Un giro palla sterile, lentissimo, privo di ampiezza e soprattutto di idee. Nessuna occasione costruita, pochissimi collegamenti tra i reparti, un encefalogramma offensivo completamente piatto.

Il Belgio sembrava una squadra arrivata a fine ciclo, incapace persino di reagire emotivamente. Poi, all’improvviso, la partita cambia. All’86esimo Lukaku trova il gol dell’1-2, ma è una rete che nasce più dal caos che dalla costruzione. Il rimpallo tra Pape Sarr e Diego Moreira spalanca improvvisamente uno spazio inatteso, Mounier mette in mezzo all’area e il centravanti del Napoli anticipa tutti, rimettendo in piedi una partita che sembrava ormai persa. Un episodio che cambia il Mondiale del Belgio. Quattro minuti più tardi, infatti, succede qualcosa che al momento di quell’hydration break sembrava semplicemente impossibile: i due calciatori che stavano quasi venendo alle mani confezionano il pareggio. Trossard riceve, alza la testa e trova il tempo dell’assist. Tielemans attacca l’area e colpisce il pallone con la tempia. Un gesto tecnico quasi estraneo al suo repertorio: in tutta la carriera aveva segnato appena tre reti di testa. Certo, la clamorosa uscita a vuoto di Diaw facilita enormemente il suo lavoro, ma serve comunque lucidità per leggere il tempo dell’inserimento e indirizzare il pallone in porta.

Nel giro di 20 minuti, quindi, il capitano del Belgio è passato dall’essere il simbolo della frustrazione a quello della rinascita. Ed è proprio questo il valore della sua prestazione. Perché Tielemans è sempre stato un giocatore decisivo, ma quasi sempre dentro un sistema funzionale e funzionante. La sua carriera è costellata di reti pesantissime. Basti pensare al capolavoro che ha regalato al Leicester la FA Cup del 2022 o ai due gol nella finale di Europa League vinta quest’anno con l’Aston Villa. Giocate da campione, certo, ma inserite in contesti collettivi che funzionavano, in squadre capaci di sostenerlo.

Quello che ha fatto in Belgio-Senegl è molto diverso: ha trascinato una squadra che pareva clinicamente morta. Lo ha fatto prima rimettendola emotivamente in piedi, poi assumendosi la responsabilità più pesante di tutte. Al 125esimo, quando arriva il rigore destinato a decidere la qualificazione, tutto lascia pensare che dal dischetto andrà Lukaku. È il rigorista naturale, il leader storico della nazionale, il simbolo della generazione dorata. Invece succede qualcosa di etremamente significativo, Lukaku prende il pallone e lo consegna a Tielemans. «Avevo in mente i fantasmi degli errori precedenti» dirà poi il centravanti del Napoli nel post partita. Non solo una scelta tecnica, sembra un passaggio di consegne. Come se il leader della vecchia guardia riconoscesse definitivamente il nuovo riferimento del Belgio. Dalla generazione dorata a quella dei nuovi volti: Tielemans, Doku, Lukebakio, Raskin. Tielemans risponde da campione. Penalty calciato con una freddezza assoluta, quasi sotto l’incrocio dei pali, imprendibile. Un’esecuzione perfetta nel momento di massima pressione. Un gol che entra nella storia perché arriva al 125′, il più tardivo mai segnato in un Mondiale.

Naturalmente, una vittoria del genere non cancella i problemi strutturali del Belgio. La squadra di Rudi Garcia continua a muoversi a un ritmo troppo basso. Il possesso è spesso orizzontale, prevedibile, facilmente leggibile dagli avversari. Manca un vero incursore capace di attaccare gli spazi senza palla: forse l’unico interprete con queste caratteristiche è De Cuyper, troppo poco per dare varietà a una manovra che resta estremamente statica. Anche la solidità difensiva, che sembrava uno dei punti di forza costruiti durante il 2025, è improvvisamente evaporata. Per tutto il percorso di qualificazione il Belgio aveva incassato soltanto quattro reti, tre contro il Galles e una contro la Macedonia del Nord (all’interno di un girone tutt’altro che proibitivo), mentre in questo Mondiale ha sempre subito gol, mostrando fragilità inattese sia nella gestione della profondità sia nelle letture individuali.

Garcia, però, ha avuto un merito importante: il coraggio di intervenire. Togliere Kevin De Bruyne e Jérémy Doku, due giocatori teoricamente intoccabili, non è una scelta banale. Eppure entrambi stavano offrendo una prestazione insufficiente. Doku era completamente fuori dalla partita, incapace di saltare l’uomo con continuità e spesso dannoso nelle scelte. De Bruyne, ancora più sorprendentemente, ha chiuso con appena 35 tocchi, un dato che fotografa perfettamente quanto il Belgio sia riuscito poco o nulla a coinvolgere il proprio uomo di maggior talento. Le sostituzioni hanno almeno rimesso ordine emotivo e tattico a una squadra che sembrava completamente scollegata.

I problemi, però, restano tutti lì e servirà molto di più per pensare di competere contro le grandi favorite. Eppure il calcio vive anche di slanci emotivi e una vittoria del genere può cambiare la percezione che una squadra ha di sé stessa. Può ricompattare uno spogliatoio e quindi una squadra che fino a venti minuti dalla fine sembravano sul punto di esplodere. Può trasformare una crisi in un nuovo punto di partenza. Anche il tabellone aiuta. Agli ottavi il Belgio troverà una tra Bosnia e Stati Uniti, un accoppiamento sicuramente più morbido rispetto ad altri incroci della parte alta del torneo. È un’occasione concreta per allungare il cammino almeno fino ai quarti di finale.

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