La squalifica sospesa a Folarin Balogun è una cosa che, nel calcio moderno, non si era mai vista prima

E così la credibilità di questo sport tocca il punto di non ritorno, facendo arrabbiare chiunque (anche la UEFA).
di Redazione Undici 06 Luglio 2026 alle 14:30

Rosso, anzi no. L’unico precedente noto, setacciando gli annali, è quello di Mané Garrincha: espulsione revocata nel corso di Cile ’62, quando la squalifica veniva decisa caso per caso, il Mondiale ancora si chiamava Coppa Rimet e l’omogeneità del torneo era ancora soggetta alle iniziative degli organizzatori locali. Insomma, preistoria. Oggi invece, nel calcio globale di Gianni Infantino, tutto il mondo osserva sconcertato alla grazia concessa dalla FIFA a Folarin Balogun – espulso nei sedicesimi contro la Bosnia, salvo poi vedere la propria squalifica sospesa in seguito alle pressioni di Donald Trump e del governo americano sulla Federcalcio internazionale. Non serve dilungarsi molto sull’episodio specifico: l’attaccante degli Stati Uniti colpisce in modo pericoloso, del tutto inavvertitamente, Tarik Muharemovic e in seguito a revisione VAR l’arbitro ha scelto di punire proprio la rischiosità del fallo. Si sono visti cartellini rossi più o meno solari, non è questo il punto. L’intervento della FIFA – tre giorni dopo USA-Bosnia, e a ventiquattr’ore dai quarti di finale contro il Belgio, ancora peggio – fa venire meno uno dei principi cardini di questo sport. E cioè, cascasse il mondo, espulsione uguale squalifica.

Il mondo in effetti è caduto sulle parole nemmeno tanto velate di Trump, che ringrazia la FIFA «per aver fatto la cosa giusta, ed essere tornata indietro da una grande ingiustizia». Ebbene, come racconta nei dettagli il New York Times sarebbe stato lo stesso presidente americano a chiedere che il miglior giocatore di Team USA tornasse a essere disponibile per il big match contro Lukaku e compagni. I retroscena della vicenda vengono ricostruiti anche da altre testate autorevoli come Politico: Trump avrebbe preso il telefono in mano subito dopo la vittoria contro la Bosnia, per poi oliare gli ingranaggi con una cena ad hoc tra Infantino e alcuni pezzi grossi della Casa Bianca – tra cui il Segretario al commercio Howard Lutnick – che ha portato così alla decisione finale.

E il bello è che il presidente USA, qualche ora dopo l’uscita di tutte queste notizie, ha confermato la loro veridicità: in un intervento nello Studio Ovale, Trump ha raccontato di aver chiesto una revisione della decisione alla FIFA, perché «quello non era un fallo, non era nemmeno un’infrazione. L’arbitro era un po’ sospetto, ha preso una decisione in cui nessuno riusciva a credere. Balogun è uno dei nostri migliori giocatori, è fondamentale e gli hanno dato un cartellino rosso. Non sapevo cosa significasse, poi ho capito che non avrebbe disputato la prossima partita. È una cosa ingiusta, non si può fare».

Il calcio si riscopre affare di Stato, determinato dalle ingerenze politiche a tavolino. Serve a poco dilungarsi anche sull’articolo 27 invocato dalla stessa FIFA per giustificare il provvedimento – utilizzato nelle scorse settimane anche per ridurre da tre a una giornata la squalifica di CR7, ma non per annullarla –, visto che il resto del Codice Disciplinare FIFA è trasparente sull’argomento senza eccezione alcuna. Infantino, da parte sua, ha detto che «la FIFA ha degli organi giudiziari indipendenti, che operano in autonomia e gestiscono i vari casi sulla base dei regolamenti e dei fatti. Discuto con Trump di cose legate alla Coppa del Mondo, mi ha telefonato come tanti altri Capi di Stato e funzionari governativi. Durante la conversazione con il presidente degli Stati Uniti, ho spiegato che era in corso un procedimento che coinvolgeva gli organi giudiziari indipendenti della FIFA e che il caso sarebbe stato deciso a tempo debito dagli organi competenti. È così che funziona il sistema FIFA, ed è un principio che sosterrò sempre».

Così il Belgio – che ha fatto ricorso in appello «per questa manovra contro le norme del calcio» – scenderà in campo in un’atmosfera surreale: «Non siamo qui per difendere la nostra Nazionale, ma il calcio intero», ha dichiarato il ct Rudi Garcia, trovando la solidarietà pressoché assoluta degli addetti ai lavori. Giovanni Malagò, neopresidente della FIGC, ha parlato di «precedente pericolosissimo». Mentre la UEFA, la mattina dopo lo scandalo, ha rilasciato un durissimo comunicato: «Con la sospensione della squalifica di Balogun si oltrepassa la linea rossa. Il calcio, come ogni altro sport, è fondato su delle regole che sono alla base dell’onesta competizione. Talvolta le regole sono soggette all’interpretazione. In questo caso no. Quando la certezza delle regole non viene più assicurata dai suoi garanti, l’integrità del gioco è a rischio e la credibilità del torneo compromessa». Le uniche eccezioni arrivano da chi lavora negli Stati Uniti: dal ct Pochettino, che insiste «sull’ingiustizia dell’aver già giocato in dieci uomini per trenta minuti», a vecchie glorie come Henry o Ibrahimovic, che su Fox News si limitano a manifestare qualche perplessità sulle tempistiche della decisione – peraltro arrivata in maldestro ritardo.

D’altronde il caso è talmente notevole nella sua unicità che porta davvero a realizzare di essere entrati in una nuova era di questo sport. Molto più attento, diciamo così, alle logiche di potere, del business d’intrattenimento. E particolarmente prossimo a Trump, negli ultimi anni: la lista delle captatio elaborate dalla FIFA per ingraziarsi The Donald è lunga e già di per sé controversa. Ma come sottolinea la Federcalcio europea, la linea rossa delle regole del gioco finora era rimasta intatta. Poi è arrivato il tackle di Balogun, un cartellino come tanti e un provvedimento come nessun altro.

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