Magari la Norvegia non vincerà la Coppa del Mondo 2026, e magari il Brasile che abbiamo visto negli USA non può essere considerato come una delle migliori Nazionali al mondo. Però, però, la partita giocata al MetLife Stadium di East Ruthenford/New York – lo stesso stadio che il 19 luglio ospiterà la finale di United 2026 – ha detto tante cose grandi, enormi, definitive sul calcio contemporaneo. E su quello del futuro. La prima è che Erling Haaland è un centravanti micidiale, fenomenale, stratosferico, e ogni aggettivo – per quanto iperbolico – resta comunque riduttivo, per chi vuole descrivere la sua forza, l’impatto che può avere su qualsiasi partita, sui suoi compagni, sugli avversari.
La seconda evidenza che viene fuori da Brasile-Norvegia 1-2, strettamente connessa a quella che riguarda Haaland, sta nel fatto che è arrivato il tempo di cancellare e aggiornare la vecchia geografia e le vecchie gerarchie della Coppa del Mondo, quindi del calcio in senso assoluto: oggi, ma in realtà questa situazione va avanti da tempo, la Norvegia può esprimere un fuoriclasse migliore di quelli che giocano per il Brasile. E quel fuoriclasse, in questo caso Haaland, può condurre una Nazionale come quella di Solbakken a giocare in modo migliore, più efficace, più organizzato – e anche più gradevole, ma qui si entra nei giudizi soggettivi – rispetto a quella di Ancelotti, di Vinícius Júnior, di Marquinhos e di molti altri.
È chiaro: forse il Brasile visto nei primi 70-75 minuti avrebbe anche meritato di andare in vantaggio, non a caso ha sbagliato un rigore (concesso in maniera sacrosanta, dopo la svista dell’arbitro e l’intervento del VAR) e ha avuto almeno altre due o tre occasioni davvero importanti. La squadra di Ancelotti ha cercato di andare a pressare forte i suoi avversari e così si è costruita un bel po’ di recuperi in zona avanzata, ha preparato la partita così e l’ha anche interpretata bene. Al tempo stesso, però, la Seleção ha lasciato il possesso e la gestione della gara ai norvegese, li ha “invitati” nella propria metà campo dopo la prima aggressione. Nulla di ontologicamente sbagliato, ci mancherebbe altro, dopotutto questa Norvegia è una squadra che sa impostare e giocare anche una gara di controllo. A pensarci bene, però, una delle notizie più importanti venute fuori dalla sfida di New York è esattamente questa: nell’anno 2026, guardando al calcio delle Nazionali, non esistono più – perché non possono più esistere – gli stessi rapporti di forza e le stesse caratterizzazioni tattiche del passato, che sia a livello di valore assoluto come di pura interpretazione del gioco. Per dirla con un paio di frasi secche e brutali: la Norvegia ha tutto ciò che serve per palleggiare in faccia al Brasile, che a sua volta ritiene giusto andare a pressare alto la Norvegia per cercare di costruire occasioni da gol.
Su questo ribaltamento degli stilemi storici, bisogna dirlo di nuovo, pesa tantissimo Erling Haaland. Per tantissimi motivi tutti fondamentali, ma per quanto riguarda Brasile-Norvegia bisogna sottolinearne uno su tutti: la capacità di essere decisivo, per non dire letale, con pochi tocchi, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione di gioco. Per capire cosa intendiamo, torniamo al discorso sull’atteggiamento tattico del Brasile: se un allenatore decide di lasciare il possesso palla agli avversari e provare a indirizzare la partita attraverso l’aggressività e l’intensità del pressing, la difesa posizionale – quella che si “attiva” una volta che gli avversari riescono a superare il centrocampo – deve funzionare in maniera perfetta, deve essere impenetrabile, imperforabile. Ma non esiste, perché di fatto non può esistere, una difesa che riesca a essere impenetrabile e imperforabile quando deve affrontare Haaland. I due gol realizzati dal centravanti del Manchester City lo spiegano e lo dimostrano in maniera chiara, inappellabile: sul primo, Gabriel Magalhães è stato letteralmente sovrastato da uno stacco di testa imperioso, brutale; sul secondo, Haaland ha incenerito Alisson con un tiro tanto improvviso quanto forte, ma anche preciso al millimetro, scoccato da fuori area dopo un controllo solo apparentemente lungo:
Chi ha visto la partita, però, avrà visto che Haaland è stato determinante anche oltre i gol. Ogni lancio verso di lui e ogni spallata immediatamente successiva creava scompiglio fino a determinare spesso un’occasione potenziale, i difensori del Brasile – anche due colossi come il già citato Gabriel e Marquinhos – rimbalzavano su di lui come se il centravanti norvegese fosse fatto di tungsteno, e così a Solbakken è bastato risistemare la sua squadra – togliere Sorloth e Nusa per inserire Bobb e Schjelderup l’ha resa decisamente più simmetrica – per mettere il suo uomo-simbolo nelle condizioni di indirizzare la gara. Anzi: di vincerla. Non da solo, perché in realtà la Norvegia è piena di buoni/ottimi giocatori, ma da trascinatore assoluto.
Il bello – o il brutto, per i tifosi brasiliani e per i nostalgici del calcio del passato – è che tutto questo era anche prevedibile, dopotutto Haaland viene da 27 gol nelle ultime 14 partite giocate con la Nazionale, ha già vinto tutto quello che poteva vincere a livello di club e anche al Mondiale aveva giù dimostrato di poter essere dominante. Lo è stato a tal punto da buttare fuori il Brasile, di farlo in modo forse non netto ma comunque meritato: la Seleção avrà anche giocato una partita discreta, se non addirittura migliore rispetto alla Norvegia per alcuni tratti, ma non è riuscita a concretizzare la sua superiorità, il suo piano gara anti-storico. E alla fine la squadra di Ancelotti è stata punita da una squadra di qualità e dal più grande killer calcio moderno. Magari nessuno poteva aspettarselo qualche anno o solo qualche mese fa, ma oggi come oggi non c’è niente di cui sorprendersi. Toccherà abituarsi, tutti, in vista del futuro. Quello prossimo, quello a lungo termine.