La Norvegia non è solo Haaland, ma una squadra di qualità che ha risolto tutti suoi dubbi, tutte le sue incognite

Solbakken ha creato una macchina che funziona benissimo, in cui diversi giocatori forti, anche se reduci da annate complicate, riescono a rendere al meglio.
di Redazione Undici 06 Luglio 2026 alle 02:35

Per alcuni anni, la Norvegia è stata un paradosso: aveva il centravanti più devastante del pianeta, uno dei migliori trequartisti della sua generazione e una serie di giocatori distribuiti nei principali campionati del continente. Eppure ha guardato due Europei (2021 e 2024) e un Mondiale (2022) dalla televisione. Sembrava una Nazionale costruita per alimentare il rimpianto, non le aspettative. Oggi, invece, quel paradosso non esiste più. Dopo aver battuto il Brasile negli ottavi di finale, la rappresentativa di Solvakken ha raggiunto per la prima volta nella sua storia i quarti di finale di un Mondiale. È un traguardo storico, ma soprattutto è la certificazione che questa squadra ha finalmente trovato qualcosa che per anni le era mancato: la capacità di essere molto forte non in quanto somma dei suoi valori individuali, ma come squadra.

La tentazione è sempre quella di raccontare tutto attraverso Erling Haaland. Ed è francamente inevitabile. Ogni volta che la Norvegia vince, sembra quasi obbligatorio partire dal numero nove. Del resto è lui il giocatore che modifica il modo di difendere degli avversari, che obbliga le linee ad abbassarsi, che trasforma ogni pallone vagante in un’occasione da gol. Ma sarebbe una lettura incompleta. Perché, soprattutto se guardiamo proprio la sfida contro il Brasile, Haaland è stato il punto di riferimento del gioco di Solbakken, ovviamente ma non l’intera impalcatura: la Norvegia ha eliminato una delle Nazionali più talentuose del mondo grazie a un gruppo di giocatori che, fino a poche settimane fa, arrivava al Mondiale con più dubbi che certezze.

È questo il dettaglio che rende così affascinante il percorso e la crescita questa squadra. Guardando le stagioni dei suoi protagonisti, non si trova quasi nessuno che abbia davvero fatto cose straordinarie nel proprio club – escluso il solito Haaland, naturalmente. Antonio Nusa, forse il talento più brillante della nuova generazione norvegese, al Lipsia ha chiuso con appena cinque gol; Alexander Sørloth ha segnato 20 reti complessive con l’Atlético Madrid, numeri che sembrerebbero raccontare una stagione importante, e invece parliamo ancora del dodicesimo uomo di Diego Simeone, di un attaccante incapace di trasformare i suoi gol in una maglia da titolare, in una fiducia senza riserve da parte del Cholo.

E ancora: Martin Ødegaard è arrivato al Mondiale quasi svuotato. Il suo ultimo anno all’Arsenal è stato un continuo inseguire la condizione perduta,  i problemi al ginocchio, le noie muscolari, un’infrazione alla spalla, i colpi ricevuti in partita: in totale, il capitano dei Gunners ha raggiunto le 30 gare saltate, quindi quelle giocate con continuità sono state davvero poche. Eppure, partita dopo partita, il Mondiale gli sta restituendo il calcio che sembrava aver momentaneamente smarrito. Contro il Brasile è sembrato di rivedere il giocatore capace di controllare il tempo della partita semplicemente scegliendo dove ricevere il pallone.

Anche la difesa sembrava tutt’altro che una garanzia. Torbjørn Heggem e Kristoffer Ajer arrivavano rispettivamente da stagioni senza un ruolo realmente consolidato al Bologna e al Brentford, uno reduce da problemi alla schiena, l’altro frenato da una fastidiosa lombalgia. Contro il Brasile, però, hanno giocato come se fossero insieme da una vita. Hanno contenuto Cunha ed Endrick senza concedere quasi mai profondità, dominando fisicamente e soprattutto mentalmente due attaccanti che, pur interpretando il ruolo in maniera diversa rispetto, restano tra i talenti più interessanti del calcio brasiliano.

Poi c’è Fredrik Aursnes. A Lisbona il suo nome è stato spesso associato agli errori difensivi, alle difficoltà nelle letture, alle critiche. Con la Norvegia, invece, sembra un altro calciatore. Perché il sistema gli toglie responsabilità che lo penalizzano e ne esalta altre. È uno di quei giocatori che non cambiano il modo di giocare, ma cambiano il modo in cui una squadra sta in campo. Lo stesso discorso vale per Oscar Bobb. A gennaio ha lasciato il Manchester City per il Fulham cercando un minutaggio che, in realtà, è arrivato solo a metà. Per lui, sono 14 presenze in Premier League con una media di 40 minuti a partita: troppo poco per immaginare che potesse diventare decisivo in un ottavo di finale dei Mondiali. Invece è entrato quando la partita sembrava essersi bloccata e l’ha inclinata dalla parte della Norvegia.

Forse è proprio questa la chiave di lettura più interessante: la Norvegia ha costruito il proprio Mondiale nonostante le stagioni difficili dei suoi giocatori, anzi queste peripezie sembrano aver dato forza al gruppo di Solbakken. Perché tutti sembrano aver trovato nella Nazionale un luogo dove rifugiarsi, dove ricominciare. Nessuno arriva con la necessità di confermare il proprio status, nessuno deve difendere una gerarchia. Tutti sembrano semplicemente interpretare una parte dentro un copione che conoscono alla perfezione. In questo senso Haaland ha un ruolo particolarissimo: è la stella indiscussa, naturalmente, ma è anche il giocatore che permette agli altri di brillare. Attira difensori, apre spazi, modifica le geometrie avversarie. Intorno a lui si muove e pulsa una squadra che non vive della sua luce riflessa, ma la utilizza per illuminare tutto il resto.

È forse questa la differenza più grande rispetto al passato. Una volta la Norvegia sembrava aspettare che Haaland risolvesse le partite. Oggi sembra che Haaland sia parte di un gruppo composte di persone perfettamente consapevoli della loro forza, del loro status. Lo racconta anche il modo in cui festeggiano: dopo aver battuto il Brasile, come dopo ogni vittoria importante, i giocatori si sono fermati sotto il settore dei tifosi per la Viking Row, la celebre remata collettiva che ormai accompagna i loro successi. Non è soltanto un’esultanza. È un gesto identitario, quasi un rituale, con 25 uomini che remano insieme nella stessa direzione, uno che li guida e guida anche migliaia di tifosi che ripetono lo stesso movimento sugli spalti: a pensarci bene, è una metafora perfetta per raccontare come funziona questa Nazionale.

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