Le lacrime di Lionel Messi alla fine della partita contro l’Egitto raccontano molto più di una qualificazione ai quarti di finale del Mondiale. Dentro ci sono gioia, sollievo e liberazione. Arrivano poche ore dopo quelle amarissime di Neymar e Cristiano Ronaldo, costretti a salutare il sogno di vincere finalmente il Mondiale con il volto rigato dalla delusione. Le immagini dei tre più grandi protagonisti di un’epoca del calcio sembrano quasi appartengono a due diversi racconti: da una parte la fine di un viaggio, dall’altra la possibilità di continuarlo. Messi, però, piange per un motivo diverso. Perché sa di aver sfiorato l’eliminazione, di essere stato a pochi minuti dal vedere infrangersi il sogno di difendere il titolo conquistato in Qatar. E sa anche che, questa volta, non è stato soltanto il suo talento a salvare l’Argentina.
Per quasi un’ora e venti i gioco, infatti, la Selección ha visto il Mondiale scivolarle via dalle mani. Sotto 2-0 contro l’Egitto negli ottavi di finale, con il peso dei fantasmi della sofferta sfida contro Capo Verde ancora ben presente nella testa dei giocatori e con lo stesso Messi che, dopo appena 19 minuti, aveva fallito il rigore che avrebbe potuto rimettere immediatamente in equilibrio la partita dopo il vantaggio di Ibrahim. Era la fotografia perfetta della serata nata storta e che non si raddrizza: il capitano ipnotizzato dal portiere egiziano, un’Argentina poco brillante e improvvisamente vulnerabile.
Eppure, proprio quando tutto sembrava perduto, è emersa la qualità più preziosa della squadra di Lionel Scaloni: la capacità di restare unita nel momento di maggiore difficoltà. In 13 minuti l’Argentina ha ribaltato tutto. Prima il colpo di testa di Cristian Romero su assist di Messi, poi il sinistro del numero 10 per il 2-2 e infine, nel recupero, l’incornata di Enzo Fernández sul perfetto cross di Lautaro Martínez. Da 0-2 a 3-2, con una rimonta destinata a entrare di diritto nella storia dei Mondiali.
La stampa argentina ha letto questa vittoria andando oltre il semplice risultato: Diário Olé ha celebrato la Selección, la sua capacità di non arrendersi mai, ne ha esaltato il carattere. Il Clarín ha sottolineato come la Scaloneta riesca a trovare energie emotive anche quando il calcio sembra non bastare più, mentre La Nación ha individuato proprio nella forza del collettivo il vero segreto della rimonta: l’Argentina, adesso, è un gruppo capace di sostenere anche il suo leader quando attraversa uno dei momenti più complicati della partita.
Perché stavolta Messi non è stato il fuoriclasse che risolve tutto. È stato un campione, ci mancherebbe altro, ma profondamente umano: ha sbagliato un rigore pesantissimo, ha colpito un palo, ha vissuto oltre un’ora di enorme frustrazione. In altre epoche una serata del genere avrebbe probabilmente trascinato a fondo anche la sua Nazionale. Questa volta, invece, è successo l’opposto: è stata l’Argentina a sorreggere il suo capitano, continuando a credere nella rimonta fino a quando il numero 10 non è tornato a fare ciò che sa fare meglio, vale a dire decidere le partite. Anche quelle che sembravano perdute. E allora ecco prima l’assist perfetto per Romero, poi il gol del pareggio che ha completamente cambiato l’inerzia della sfida. È probabilmente questa la differenza più grande rispetto alla Selección del passato. Certo, Messi resta il giocatore che sposta gli equilibri, soprattutto in un torneo breve come il Mondiale, dove basta una giocata per cambiare il destino di una competizione. I suoi compagni lo sanno perfettamente. Per questo lo proteggono, lo accompagnano, lo difendono quasi fosse un patrimonio collettivo. Sono, a tutti gli effetti, i suoi pretoriani.
Non è un caso che gran parte di questo gruppo sia formato dagli stessi uomini che hanno conquistato il Mondiale del 2022. In questi anni hanno costruito qualcosa che va oltre il semplice spogliatoio. Guardandoli dare l’anima in campo, si percepisce un senso di appartenenza rarissimo nel calcio moderno. Lo si vede nei dettagli, nei comportamenti quotidiani, nella disponibilità al sacrificio reciproco. Nei rituali che ormai fanno parte della storia recente dell’Argentina: l’asado preparato da Emiliano Martinez e condiviso in diretta Instagram, per esempio, è diventato una tradizione consolidata. Ma sarebbe riduttivo attribuire la forza di questa nazionale soltanto a quei momenti di convivialità. Qui c’è molto di più, ci sono relazioni autentiche, fiducia, rispetto e una cultura del gruppo costruita nel tempo.
E molto del merito appartiene a Lionel Scaloni. Il commissario tecnico ha creato un ambiente nel quale ogni giocatore si sente importante, indipendentemente dal minutaggio. È un allenatore giovane, affiancato da uno staff composto da grandi ex campioni come Walter Samuel e Pablo Aimar, uomini che conoscono perfettamente il peso umano delle grandi competizioni. Il ct gestisce il suo gruppo di giocatori come fosse una famiglia. Concede tempo libero da trascorrere con mogli, figli e genitori durante il Mondiale, convinto che l’equilibrio personale migliori anche il rendimento in campo, ma soprattutto affronta le decisioni più difficili guardando i giocatori negli occhi.
Lo dimostra anche il rendimento dei subentrati. Contro l’Egitto è stato Lautaro Martínez a confezionare l’assist decisivo per Enzo Fernández, autore del gol del definitivo 3-2. Non sorprende allora che proprio il centrocampista del Chelsea, così come gli altri protagonisti e i membri dello staff, abbiano insistito nel dopopartita soprattutto sul valore del collettivo. Prima della tattica, prima del talento, prima persino di Messi. Questa Nazionale si fonda e ha costruito i suoi successi a partire da un gruppo unito, compatto, capace di mettere il noi davanti all’io.
Per questo la rimonta contro l’Egitto vale molto più di una qualificazione ai quarti. È la conferma che la Scaloneta ha conservato la fame che l’aveva portata sul tetto del mondo nel 2022. E con un gruppo così solido, un allenatore che mette al centro le persone e un Messi ancora capace di decidere le partite nei momenti chiave, il sogno di conquistare due Mondiali consecutivi può diventare qualcosa di più di una suggestione. In questo modo l’Argentina eguaglierebbe il Brasile del 1958 e del 1962, l’unica Nazionale ad aver difeso con successo il titolo mondiale. Dopo una notte così, quel sogno appare più plausibile.