Per comprendere il modo con cui la Francia ha vinto contro il Marocco e si è assicurata la semifinale del Mondiale, bisogna tornare al minuto 28, pochi secondi dopo che Mbappè ha quasi passato a Bonou il rigore che avrebbe potuto sbloccare la partita. Nonostante l’importante occasione fallita, nessun compagno si è preoccupato. Le facce dei francesi raccontavano una tranquillità quasi disarmante, come se quell’errore fosse soltanto una piccola deviazione momentanea dall’ordine naturale delle cose: la vittoria e l’approdo al penultimo atto della Coppa del Mondo.
Non sappiamo se i giocatori di Deschamps l’abbiano davvero vissuta così, ma la sensazione trasmessa è stata esattamente questa. La Francia, infatti, gioca con una consapeolezza che nessun’altra Nazionale sembra possedere: sa che, prima o poi, il talento finirà per piegare la partita dalla sua parte. Non importa quando, non importa come, ma prima o poi succederà. È capitato anche contro il Marocco. Per oltre mezz’ora i Bleus hanno dominato il gioco, il campo e il possesso territoriale, creando occasioni con una continuità impressionante. Ma non hanno trovato il gol, tanto da andare all’intervallo sul risultato di 0-0. Eppure, nonostante tutto, la squadra di Deschamps non ha mai perso il controllo emotivo della partita, ha continuato a giocare con lo stesso ritmo, la stessa lucidità e la stessa convinzione.
La superiorità francese non nasceva da un pressing esasperato o da una frenesia nel recuperare il pallone. Al contrario, Deschamps aveva costruito una pressione estremamente selettiva. Diop e Mazraoui potevano iniziare l’azione quasi indisturbati, ricevendo i primi passaggi senza un’opposizione feroce. Una libertà soltanto apparente, un invito a entrare nella trappola di Rabiot e Koné pronti a uscire fortissimo quando Bouaddi ed El Aynaoui ricevevano il pallone girati di spalle. Il Marocco si ritrovava improvvisamente senza linee di passaggio, costretto a giocare all’indietro o a forzare palloni verticali destinati a essere recuperati dalla difesa francese.
Quello dei Bleus non è stato un pressing spettacolare, ma intelligente. La Francia sceglieva dove e quando aggredire, trasformando ogni possesso marocchino in qualcosa di sterile. La squadra di Mohamed Ouahbi, che nelle partite precedenti aveva impressionato per qualità del palleggio e coraggio nel costruire dal basso, non è quasi mai riuscita a entrare nella metà campo offensiva con continuità. Dall’altra parte, invece, le occasioni continuavano a susseguirsi. Alla fine del primo tempo i Bleus avevano già prodotto 1,87 xG il dato più alto registrato in questo Mondiale da una squadra ancora ferma a zero reti. Un paradosso soltanto apparente, perché chi aveva visto la partita aveva avuto la sensazione opposta: il gol sembrava inevitabile.
E non poteva che segnarlo Mbappé. Dopo un errore dal dischetto, l’attaaccante francese ha segnato la rete che ha stappato il match. Il bello – o il brutto, a seconda dei punti di vista – è che Kylian ha dato l’impressione di fare poca fatica, di accendersi in modo intermittente, improvviso ma accecante: il suo meraviglioso destro a giro all’incrocio ha sbloccato il risultato e spianato la strada al socio Dembelè. Che sei minuti più tardi ha chiuso definitivamente i conti con un gol alla Dembelé: qualche passo verso l’esterno per migliorare l’angolo di tiro e poi quel destro d’interno che gira quasi rasoterra, lontano dal portiere, con una precisione che negli ultimi due anni è diventata una delle armi più letali del calcio europeo.
Otto gol Mbappé, cinque Dembélé: nessuna coppia offensiva ha inciso così tanto ai Mondiali dai tempi di Corea e Giappone 2002, quando a toccare certe cifre furono i brasiliano Ronaldo e Rivaldo. Eppure sarebbe un errore pensare che la Francia dipenda soltanto da loro. La vera differenza rispetto a tutte le altre semifinaliste è la profondità della rosa. Mentre il Marocco cercava energie fresche senza poter cambiare davvero il livello della squadra, Deschamps aveva in panchina Barcola, Mateta e Malo Gusto (poi entrati) senza contare Theo Hernández, Tchouaméni, Cherki e perfino Marcus Thuram, ormai vicino al pieno recupero dall’infortunio.
In qualsiasi altra Nazionale molti di loro sarebbero titolari, nella Francia partono dietro nelle gerarchie. È un vantaggio che va oltre il valore dei singoli, significa poter affrontare un Mondiale senza spremere i propri campioni, sostituire un centrocampista senza perdere intensità, cambiare gli esterni mantenendo la stessa velocità, ruotare gli attaccanti senza diminuire il peso offensivo e quindi, soprattutto, arrivare alle ultime partite con più energie degli altri. Forse è questa la qualità che impressiona maggiormente della Francia: non soltanto la forza, ma il modo in cui riesce a esercitarla. Contro il Marocco non ha avuto bisogno di accelerare continuamente, né di inseguire il risultato con assalti disperati, ma ha semplicemente amministrato gli spazi, aspettando il momento giusto e colpito quando la partita glielo ha concesso.
È una squadra che trasmette una sensazione rarissima nelle competizioni a eliminazione diretta: quella di non essere mai davvero sotto pressione, come se avesse sempre una soluzione in più degli avversari. E in effetti è proprio così, basta guardare il roster di Deschamps per rendersene conto. Le espressioni poco preoccupate dopo il rigore sbagliato di Mbappé raccontavano esattamente questo: non erano figlie dell’arroganza, ma di una fiducia costruita nel tempo, alimentata da una rosa probabilmente senza eguali e da due attaccanti che sembrano destinati a decidere ogni partita importante. La Francia è in semifinale quasi senza consumare energie, è questo l’aspetto più inquietante per chi dovrà affrontarla. Non avevamo mai visto una cosa del genere, nei Mondiali contemporanei. Ora sta agli altri, cioè alla Spagna o al Belgio, capire come fermarli. Non sarà facile.