L’Argentina di Scaloni gioca un calcio che non si può imitare, incentrato su Messi e sull’unione del gruppo, ed è così che ha vinto tutto

La Nazionale più vincente degli ultimi anni nasce da una rivoluzione tattica ed emotiva voluta dal suo ct, che affonda le sue radici nella storia del Paese e che esalta il fuoriclasse con la maglia numero 10.
di Michele Cecere 11 Luglio 2026 alle 09:34

«Sembra che la mia sia falsa modestia» dice Lionel Scaloni in un momento di ritrovata lucidità. «Ma non è questione di falsa o vera modestia. Non serve essere un allenatore mago. Abbiamo giocatori forti, questa è la realtà». È un discorso breve, tenuto poche ore dopo la commovente  – e insperata, almeno per come è arrivata – vittoria contro l’Egitto negli ottavi di finale del Mondiale, ma da solo potrebbe bastare a descrivere la filosofia, l’etica, il pensiero dietro i successi della Nazionale argentina. Scaloni è il commissario tecnico dell’Argentina da otto anni. Era il 2018 e, dopo l’ennesima spedizione mondiale, prossima al fallimento – con la Selección eliminata agli ottavi di finale dalla Francia – e un trofeo internazionale che mancava da 25 anni, l’AFA decise di esonerare Jorge Sampaoli – nonostante avesse un contratto fino al 2022. In qualità di suo assistente sulle panchina del Siviglia e della Nazionale, Scaloni fu nominato tecnico “ad interim” nell’attesa che si liberasse un nome più idoneo.

Sembra passata un’era calcistica, e forse è esattamente così: solo due anni prima Lionel Messi si era ritirato dalla Nazionale, in risposta allo choc delle tre finali consecutive perse – tra Mondiale (2014) e Copa América (2015, 2016). A Scaloni, però, bastarono poche amichevoli per conquistare lo spogliatoio dell’Argentina e mettere Messi al centro del suo progetto tattico e umano. Nonostante la Pulce avesse rifiutato di giocare le amichevoli, Scaloni non assegnò la maglia numero 10, coccolandolo davanti ai media: «Quel numero appartiene a Leo, fin quando non deciderà se continuare o meno con la Nazionale». Da allora, come si dice, molte cose sono successe: nel 2021 e nel 2024 l’Argentina ha vinto per due volte la Copa América, mentre nel 2022 ha alzato al cielo la Coppa del Mondo.

Soprattutto, l’Argentina di Scaloni ha vinto tutti questi trofei mettendo in mostra un calcio originale, diverso da tutte le altre Nazionali al mondo. Se negli ultimi anni il calcio ha preso una piega ultra-atletica, se l’intensità e la capacità di vincere i duelli a tutto campo sono diventate virtù essenziali, la Scaloneta predica invece un gioco lento, rilassato, sornione. Il ct ha messo il talento infinito di Messi al centro di una rete di calciatori che potessero parlare la sua stessa lingua. Dal ritiro di Angel Di María, l’Argentina ha smesso di usare esterni d’attacco, di fatto mettendo insieme quattro centrocampisti centrali a supporto delle due punte. È una scelta bizzarra per il calcio del 2026, ma è paradossalmente l’arma che permette alla Selección di essere così funzionale rispetto a Messi.

Il rendimento della Pulce in Nazionale è infatti esploso sotto la gestione Scaloni. Dopo Russia 2018, Celia Cuccittini, la madre di Messi, aveva ammesso: «Leo ha sofferto e pianto per le critiche». Fino ad allora, Messi non aveva segnato neanche un gol nella fase a eliminazione diretta della Coppa del Mondo, malgrado otto gare giocate. Nel 2010, nel Mondiale vissuto con Diego Armando Maradona sulla panchina dell’Argentina e nel suo prime psicofisico, Messi non riuscì a segnare. Erano tempi duri: gli argentini lo paragonavano in modo compulsivo a Maradona, lo insultavano persino. «Pechio frio» era l’accusa più ricorrente: un giocatore senza mordente, senza personalità. Sono giudizi che oggi ci fanno ridere, ma esistevano.

Matias Manna, video-analyst e influente membro dello staff tecnico di Scaloni, nel 2024 ha spiegato al Guardian come le connessioni tecniche abbiano aiutato Messi: «Platini aveva bisogno di Giresse-Fernández-Tigana; Zico aveva bisogno di Andrade-Tita-Adílio; Cruyff aveva bisogno di Neeskens, Haan, Mühren. Anche Messi ha bisogno di supporto, perchè centrocampisti bravi in regia possono migliorare i giocatori più forti. Ovviamente, anche Messi li ha migliorati tutti». Ecco perché Scaloni non rinuncia mai ai suoi scudieri: Rodrigo De Paul è la mezzala di quantità; Leandro Paredes il numero cinque davanti alla difesa, colui che detta i tempi; Alexis Mac Allister ed Enzo Fernandez cuciono invece il gioco tra le linee, partendo dalla zona di sinistra. Tutti centrocampisti che sanno fare tutto. «Siamo una squadra intelligente», diceva Messi nel 2022 parlando della Selección. «Sappiamo cosa fare, non perdiamo mai di vista ciò che abbiamo preparato. Questo è merito di Scaloni e del suo staff».

Già, lo staff di Scaloni. Oltre al già citato Manna, troviamo tre vecchie conoscenze del calcio argentino: The Wall Walter Samuel, El Payaso Pablo Aimar – l’idolo d’infanzia di Messi – e Roberto Ayala, detto El Piraña. I quattro si sono conosciuti in Nazionale quando il commissario tecnico era José Pekerman, colui che più di tutti Scaloni considera il suo maestro: «Porto dentro di me ciò che mi ha insegnato». Tutto ciò che ruota intorno all’Argentina – a partire dallo staff tecnico, l’allenatore, i giocatori che vengono convocati – segue una scelta precisa: giocare a calcio con creatività e dinamismo, con passaggi corti, e la (quasi) totale assenza di schemi. È un’idea che ha radici molto profonde nella storia, fin dagli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, quando questo modo di giocare – basato, appunto, su triangolazioni veloci, dribbling e una furbizia tipicamente argentino – veniva chiamato La Nuestra. Il calcio dei potreros elevato a identità nazionale, un calcio irreplicabile per qualsiasi altro Paese. Scaloni, però, è bene chiarirlo, non ha preso questa strada per ideologia, quanto per pragmatismo. Quando accettò di diventare ct, sapeva di trovarsi di fronte a un ricambio generazionale: di lì a poco salutarono la nazionale attaccanti magnifici come “El Kun” Agüero e Gonzalo Higuaín; ancora prima era stato il turno di Carlos Tévez.

Questo depauperamento, in realtà, ha finito per accelerare la ricostruzione di Scaloni. Il suo obiettivo era modellare l’Argentina intorno a Messi, farlo sentire protetto, libero di fare qualsiasi cosa. Così ha scelto gli uomini – ancor prima dei calciatori – da mettergli accanto. La Selección, non è un caso, adora Messi fino quasi alla venerazione. Quattro anni fa, De Paul si spinse a dire: «Quando giochi non Messi non vuoi vincere solo per l’Argentina, ma anche per lui». El Dibu Martinez, il titolare della Nazionale da quando in panchina c’è Scaloni, ha aggiunto: «Se parla lui, stanno tutti zitti. Anche il presidente della Repubblica». Messi è il talismano e allo stesso tempo il faro della Scaloneta, una stella polare per compagni e tifosi.

L’amore che Scaloni ha trasmesso per la Nazionale argentina – che a volte somiglia davvero a un’oasi felice – si riflette nel modo in cui parla dei suoi giocatori. Mentre Julián Álvarez aveva rubato il posto a Lautaro Martínez, in Qatar, trovò il modo di consolare il capitano dell’Inter: «È un attaccante completo. Un giocatore che c’è sempre, che segni o no. Lo conosco e lo apprezzo come un figlio». È un clima familiare che ha prodotto i suoi frutti anche sul campo: nello scorso Mondiale l’Argentina si è fatta rimontare il vantaggio in ben tre occasioni, contro l’Olanda e per due volte contro la Francia, eppure gli uomini di Scaloni hanno sempre trovato il modo di ribaltarla, grazie a una forza mentale incredibile. È a questo che serve l’esperienza di Tagliafico, Dibu Martinez, Paredes, la ferocia agonistica di De Paul e Cristian Romero.

Messi, al contrario di ciò che potremmo pensare, non è più fresco come una rosa – le statistiche ci dicono che cammina per la maggior parte dei minuti che passa in campo – e la vicinanza fisica e sentimentale dei giocatori scelti da Scaloni ha aiutato la squadra ad assorbirne l’invecchiamento. L’Argentina non può permettersi certo di pressare in alto, né tantomeno di ripartire velocemente negli spazi. In questa edizione della Coppa del Mondo è stata compassata, talvolta persino languida. Egitto e Capo Verde hanno trovato il modo di punirla con azioni veloci, esponendo i suoi difetti tattici e atletici. Dei difetti strutturali che sono, per assurdo, anche i suoi pregi più belli. L’Argentina di Scaloni è un’emozione continua, una manifestazione di calcio peculiare, che non ha paura di sembrare in contrasto con il gioco contemporaneo. Dopo la vittoria sull’Egitto, non a caso, il ct ha trattenuto a stento le lacrime, non riuscendo a proferire parola davanti ai giornalisti. In seguito ha trovato il modo di spiegare ancora una volta la sua visione dell’Argentina: «I ragazzi mi chiamano La Llorona (piagnucolone, ndr), ma non me ne importa. Quando sono in panchina soffro come tutti voi. Ho cominciato ad allenare per sentire queste emozioni».

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