Forse 135 milioni di euro restano ancora troppi, ma contro la Norvegia (e in generale ai Mondiali) Elliot Anderson ha mostrato perché il Manchester City ha fatto di tutto per averlo

A 23 anni, l'ormai ex centrocampista del Nottingham Forest è diventato il giocatore più continuo dell'Inghilterra di Tuchel.
di Redazione Undici 12 Luglio 2026 alle 03:08

C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi statistica la partita di Elliot Anderson contro la Norvegia. Arriva all’inizio dell’azione che porta al pareggio dell’Inghilterra. Il rinvio lungo di Nyland è alto e profondo ma Anderson lo addomestica con un controllo perfetto, il pallone di fatto resta attaccato al piede del centrocampista del Nottingham Forest (che però è stato già annunciato come nuovo giocatore del Manchester City). In una frazione di secondo, Anderson ha già eliminato la pressione, ha preso campo e ha scaricato il pallone verso Gordon con i tempi giusti. Da lì la transizione si sviluppa veloce: la palla finisce a Jude Bellingham, che attacca lo spazio e conclude una sequenza costruita proprio grazie alla qualità della prima giocata di Anderson.

Per quanto possa sembrare banale, si tratta di un’azione/situazione che sintetizza i motivi per cui il Manchester City abbia insistito così tanto per prendere Anderson. Non tanto perché abbia inventato un assist o una giocata decisiva, ma perché ha trasformato un pallone apparentemente neutro in un vantaggio posizionale: il genere di gesto tecnico che difficilmente finisce negli highlights, ma che cambia il ritmo di un’azione e permette a una squadra di attaccare una difesa non ancora schierata.

Nelle ultime uscite dell’Inghilterra, in realtà, Anderson aveva interpretato un ruolo diverso. Più uomo d’equilibrio che regista, più impegnato a schermare le linee di passaggio e a coprire gli spazi lasciati dai compagni che a dirigere il possesso. Contro la Norvegia, soprattutto dall’intervallo in poi, quando Declan Rice è stato sotstituito da Eze, Anderson ha assunto il controllo del traffico davanti alla difesa. È stato lui il riferimento costante della prima impostazione, quello che riceveva dai centrali, orientava il possesso e decideva quando rallentare e quando cambiare il lato della manovra. La qualità più evidente è stata la naturalezza con cui ha alternato passaggi corti e cambi di gioco. Più volte ha aperto il campo con lanci di cinquanta o sessanta metri verso Madueke e Saka, sfruttando tutta l’ampiezza del terreno e costringendo la Norvegia a continue corse all’indietro. Non erano lanci spettacolari fini a sé stessi, ma soluzioni funzionali a spostare il blocco difensivo avversario e creare situazioni di uno contro uno sugli esterni.

I numeri raccontano una prestazione di assoluto controllo: 87 passaggi completati con una precisione del 94%, 105 palloni toccati, 44 conduzioni, 319,2 metri coperti con il pallone, di cui 103,9 in progressione e nove recuperi. Dati che descrivono un centrocampista coinvolto in ogni fase del gioco: disponibile in costruzione, aggressivo nella riconquista, dinamico nel trasporto del pallone e sufficientemente pulito nelle scelte da mantenere sempre alto il ritmo del possesso inglese. È proprio questa completezza a renderlo diverso rispetto a qualche mese fa: Anderson continua ad avere una sensibilità tecnica di prim’ordine, ma oggi sembra aver aggiunto una comprensione molto più matura di quelle che sono le responsabilità del suo ruolo.

Anche il Mondiale conferma la crescita del 23enne centrocampista inglese. Nel contesto di una squadra che ha alternato momenti altissimi a crisi anche profonde, Anderson rappresenta probabilmente il giocatore più continuo. È l’unico titolare della Nazionale di Tuchel a non essere mai sceso sotto il 7.0 nel rating della partita, l’indice statistico di WhoScored che valuta le prestazioni individuali sulla base di dati come precisione nei passaggi, recuperi, contrasti, conduzioni, occasioni create e partecipazione alle azioni decisive. Un dato che non misura soltanto la qualità delle sue partite, ma soprattutto l’affidabilità dei giocatori nelle diverse fasi. Anderson non è stato quasi mai il migliore in campo, ma non è nemmeno mai uscito dalla partita, mantenendo uno standard elevato indipendentemente dall’avversario o dal contesto tattico.

Ed è forse questa la qualità più difficile da acquistare sul mercato. Le grandi squadre non cercano soltanto talento, ma continuità, vogliono giocatori capaci di interpretare partite diverse senza abbassare il livello della prestazione. Ecco, Anderson sembra che stia costruendo proprio questo tipo di identità: quella di un centrocampista che può difendere in avanti, impostare a pochi metri dai difensori centrali, accompagnare l’azione e gestire il possesso senza perdere lucidità. Per questo la cifra spesa dal Manchester City, anche nell’ambito di un mercato inglese ormai fuori controllo, comincia a trovare un suo senso. Sembrano assurdi 135 milioni di euro per un giocatore che, fino a poco tempo fa, non aveva ancora accumulato stagioni da assoluto protagonista. Eppure, osservando la sua evoluzione, si capisce perché il City abbia ritenuto Anderson un investimento strategico. Non soltanto per quello che è oggi, ma soprattutto per quello che potrebbe diventare domani. Già nell’ultima Premier League, nel contesto della stagione complicata vissuta dal Nottingham Forest, aveva prodotto quattro gol e quattro assist, dimostrando di poter incidere anche negli ultimi trenta metri oltre al lavoro invisibile in mezzo al campo. Oggi, aggiungendo a quei numeri una crescita evidente nella gestione del possesso, nella costruzione e nella fase difensiva, sta assumendo i contorni di un centrocampista totale. Non abbiamo una risposta definitiva: 135 milioni di euro probabilmente sono ancora una cifra eccessiva, ma Elliot Anderson sta mostrando sempre più chiaramente perché il Manchester City abbia ritenuto che valesse la pena spendere tanti, tanti soldi per acquistarlo.

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