Paolo Maldini è la miglior scelta possibile per la Nazionale italiana, e a dircelo sono i suoi anni da dirigente al Milan

Non è solo una questione di nome, di aura: il nuovo direttore tecnico degli Azzurri possiede grandi competenze, sia professionali che di gestione emotiva.
di Antonio Belloni 12 Luglio 2026 alle 15:34

Per Paolo Maldini una terza opzione non è mai esistita: “È Milan o Nazionale”. Tutto il resto sarebbe apparso goffo, fuori luogo, forzato, proprio come la campagna che di recente lo ha coinvolto al fianco dell’amico Hakan Safi, candidato alla presidenza del Fenerbahçe che avrebbe voluto coinvolgerlo come direttore sportivo del club turco. Alla fine il rapporto tra i due si è concluso in piena campagna elettorale: una terza opzione, appunto, per Paolo Maldini non è mai esistita. È per questo che, dopo mesi di tira e molla, contatti, ottimismi poi tramutatisi in pessimismi, alla fine Malagò è riuscito nella sua missione: Paolo Maldini è stato nokminato direttore tecnico della Nazionale e presidente del Club Italia per quattro anni; al suo fianco, il fido compagno di tante avventure, uno dei pochissimi a godere di una stima infinita da parte del capitano, Leonardo de Araujo, il quale avrà un ruolo di consulente per la Nazionale e braccio destro di Maldini.

Forse, per la prima volta nella storia della Nazionale e persino del Paese tout court (il calcio è sempre un’ottima metafora della vita di un Paese), tutti sono concordi e nessuna obiezione sembra opporsi alla scelta. Paolo Maldini rappresenta una scelta di assoluto buon senso. E mette d’accordo tutti. C’è un aspetto che però, quando si parla di Paolo Maldini, sembra quasi interferire con il suo indubbio valore di professionista, anche in veste di dirigente: l’aura quasi sacrale che lo circonda, il rispetto che tutto il mondo del calcio gli rivolge, anche qui, senza obiezioni (un unicum assoluto), fanno sì che talvolta, parlando di lui, si rischi di scadere in una retorica che ne sminuisce il valore professionale. Il carisma di Paolo, la sua presenza rassicurante, la credibilità che emana senza far nulla di particolare. Tutto vero, ci mancherebbe.

Quellla fatta da Malagò, però, è una scelta illuminata anche dal punto di vista prettamente tecnico. In primis perché Maldini ha dimostrato di essere molto competente. E così, dal piano più astratto del culto della personalità di Paolo, occorre passare alla dimensione più concreta, quella del suo operato da dirigente nel Milan. L’unica categoria di italiani che può aver accolto la notizia con un velo di malinconia, paradossalmente, è proprio quella dei milanisti: visto che come detto le strade possibili erano soltanto due, forse si auguravano ancora che, in un futuro vicino o lontano, Paolo potesse percorrere quella del ritorno a Milanello. I commenti dei suoi post su Instagram sono intasati dai messaggi dei tifosi del Milan che lo implorano di tornare. È un assalto d’amore, riconoscenza e venerazione.

Da tre anni, però, e più precisamente da quando quella colazione indigesta con Gerry Cardinale gli costò un licenziamento che tuttora non trova logiche spiegazioni, Paolo Maldini vive nell’ombra, come si confà al mistero che da sempre circonda ka sua figura. Zero apparizioni televisive, al massimo un paio di interviste, poco presente agli eventi calcistici. Per lui l’assenza – come dice Lenny Belardo, lo Young Pope di Sorrentino – è presenza. La sua ultima uscita pubblica coincise proprio con un commento di risposta al proprietario del Milan, che lo aveva definito un «one-man show»: Paolo disse che «si risponde da solo».  scatenando i tifosi rossoneri in suo supporto.

C’è un’evidenza che racconta la bontà del suo lavoro da dirigente al Milan: se col suo arrivo nel 2018, in appena due anni il club fu capace di tornare in Champions a sette anni di distanza, vincere uno scudetto che mancava da undici e raggiungere una semifinale di Champions, dal suo addio, invece, il declino è stato inesorabile, fino al baratro delle ultime due annate sportive. Passando ad aspetti più pratici, nella sua nuova avventura in Nazionale, come detto, Paolo ritroverà Leonardo: proprio come nel suo ritorno al Milan da dirigente. Al tempo, nell’estate del 2018, al brasiliano fu affidata la carica di Direttore Tecnico, mentre Paolo era ufficialmente “Direttore Sviluppo strategico dell’Area Sport”. Nel concreto, Leo si occupava delle trattative di mercato sul piano negoziale, mentre Maldini faceva da collante tra squadra e allenatore (Gattuso) ed era responsabile dell’individuazione degli obiettivi di mercato.

L’annata, che non fu un successo – il Milan rimase fuori dalla Champions – fu decisiva per la formazione da dirigente dell’eterno capitano rossonero. Lo ammise proprio Maldini, in un’intervista del 2022 che colpisce per la rara sincerità con cui fa emergere un suo lato estremamente fragile, un termine che stride nell’accostamento a un monumento come Paolo Maldini: «Quando ho firmato per il Milan, non mi sentivo né pronto né adeguato, Leonardo mi ha insegnato veramente tanto, di calcio e di vita». Ed è proprio dopo quell’anno che, perso il suo consigliere Leonardo, Maldini ne eredita i poteri e, con l’aiuto della competenza sobria di Frederic Massara, pone le radici per la rinascita del Milan.

Quel Milan, proprio come la Nazionale di oggi, era reduce da molteplici fallimenti. Non bastava certo la presenza di una figura simbolica, per quanto carismatica, a risollevarne le sorti. Paolo fu capace di restaurare una cultura sportiva vincente nel club, a partire dalla scelta dei profili – da lui personalmente convinti a sposare il progetto – fino alla gestione della quotidianità di Milanello. Anche nel rapporto con i caratteri più spigolosi e complessi della rosa, su tutti Theo Hernandez e Rafael Leão, due suoi figli calcistici, Paolo ha sempre dato l’impressione di saperli trattare con la giusta cura, alternando carezze e rimproveri. Per capire il peso che Maldini ha avuto su di loro, basta ascoltare le parole dei diretti interessati, quasi a disagio nel tentativo di rappresentare a parole il rispetto provato nei suoi confronti. Ma soprattutto, forse, basta dare uno sguardo alla piega che hanno preso le loro carriere, proprio dopo l’addio di Maldini.

È in questi piccoli dettagli, in questi spazi vuoti da riempire con sensibilità e intelligenza emotiva, che l’ex capitano ha costruito il suo successo da dirigente al Milan. Come quando, mettendosi di traverso con la società, nell’anno dello scudetto, impose un abbassamento dei prezzi per le ultime, decisive partite in casa, in modo da richiamare allo stadio il cuore del tifo popolare rossonero. Intendiamoci: costruire il ciclo di una Nazionale, specie in un’epoca di penuria di talento, è missione ben più complessa rispetto a farlo in un club. Maldini e Leonardo non potranno acquistare calciatori, al massimo potranno scegliere il Commissario Tecnico più affine alla realizzazione del piano che hanno in testa. Ma intanto, la presenza di Paolo rappresenta una garanzia: di buon senso, di competenza, di affidabilità.

Non avendo mai accettato di fare la comparsa, anzi, avendo sempre preteso ampi poteri (da qui le frizioni con Cardinale), non c’è dubbio sul fatto che gli verrà affidata massima autonomia operativa. Non si tratta solo della Nazionale maggiore: Paolo dovrà coordinare tutte le filiere, confrontarsi coi tecnici federali, rimettere in discussione un modello che, al momento, fatica a produrre e valorizzare talento. È un’impresa titanica, ben più complicata di quella che superò al Milan, ma estremamente affascinante. Il lavoro dovrà essere giudicato sul lungo periodo, ma alcune indicazioni potranno arrivare già dalla scelta del ct: guai, quindi, a escludere sorprese. Nel frattempo, però, chi guardava con tristezza al destino maledetto della Nazionale italiana, ora, può tornare ad avere una speranza. Basta pensare al volto di Paolo Maldini, alla sua calma nel parlare, alla saggezza nel dosare le parole, quel volto da cherubino che non tradisce il trascorrere del tempo, per sentirsi un po’ rassicurati. Ora c’è Paolo al timone. Le cose – non c’è motivo di dubitarlo – si faranno per bene.

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