Tutto si riduce a questo: por la ultima de Leo, come cantano i tifosi dell’albiceleste con un mantra che rimbomba da settimane. Non lo fanno soltanto i tantissimi viaggiatori che da Buenos Aires e dintorni si sono riversati negli Stati Uniti. Lo fanno soprattutto i calciatori, a squarciagola, orchestrando i cori con le tribune dopo ogni vittoria e di nuovo in spogliatoio. Facendo saltare tutto, sulle note del tormentone estivo della Selección. Perché l’obiettivo infatti non è soltanto diventare bicampeon – cioè vincere i Mondiali per due edizioni di fila, impresa fin qui riuscita soltanto a Italia e Brasile – ma estendere all’inverosimile la storia d’amore tra Lionel Messi e la sua Nazionale.
Un romanzo lungo vent’anni, iniziato col botto – gol all’esordio mondiale, nemmeno 19enne – e proseguito fra tante aspettative disattese. Delusioni in serie che nel tempo si sono tramutate in incubi, maledizioni, finali perse e riperse. Insomma, un’avventura che sembrava destinata a non decollare mai – con lo stesso Leo, a un certo punto, determinato a lasciare per sempre la Nazionale. Poi è arrivato Lionel Scaloni. E con lui la Scaloneta: una squadra inimitabile, costruita sulle macerie delle sconfitte “piante per così tanti anni” – altro tormentone dei tifosi, Qatar 2022 – e poi riscattate di colpo vincendo la Copa America 2022 al Maracanà, contro il Brasile. Praticamente lo sballo degli sballi, per un argentino. Da lì in poi il tempo ha restituito a Messi quel che fino a quel momento aveva ostinatamente trattenuto: il trionfo mondiale, un’altra Copa America, pure la Finalissima CONMEBOL-UEFA. Come ha detto Leo in queste settimane, “il calcio mi ha dato già tantissimo: qualunque altra cosa sarà un di più da godersi fino in fondo. Pensare di poter vincere ancora sarebbe incredibile”.
Eppure la sua Argentina è di nuovo lì, aggrappata di nervi a una competizione che l’ha vista tremare più o meno contro chiunque – Capo Verde, Egitto, Svizzera – salvo poi riprendersi sempre la scena del pathos. Siamo arrivati al penultimo atto, stasera contro l’Inghilterra. E la Scaloneta è arrivata fin qui grazie a un’impronta identitaria senza eguali: un gruppo in missione per il suo leader, che ricambia sul campo a suon di gol e prestazioni da record. Lo fa notare anche la BBC, raccontando che a tirar fuori il meglio da Messi è proprio la gestione della sua persona dietro le quinte. Un gruppo che lo adora, lo fa sentire amato, sereno e al sicuro in ogni momento. E l’amicizia con Rodrigo De Paul, scrivono gli inglesi, sembra quella di “un capo gang pronto a tutto pur di proteggere la sua star”. Che nel frattempo ha preparato con grande lungimiranza queste settimane, curando a dovere un fisico ormai prossimo ai 40 anni. Ancora non abbastanza per smettere di dominare.
Si dice che fin qui quest’Argentina deve ringraziare Messi in versione messia e trascinatore, tecnicamente non a torto. Ma senza il supporto granitico dei compagni, nessuno al mondo avrebbe visto il miglior Leo in America. “I momenti più belli con la Nazionale, di gran lunga, sono i festeggiamenti di gruppo”, dice anche Scaloni. “Alleno per queste emozioni, non perché voglia portare il 4-3-3. Mi piace bere mate con gli amici e i giocatori, fare una grigliata tutti insieme, giocare a carte come abbiamo sempre fatto”. Questa è la Selección. E la sua forza va al di là di ogni statistica, al di là di ogni razionale analisi di calcio: è la spinta di un popolo e dei suoi giocatori. Por Malvinas, por El Diego, por la ultima de Leo. Soprattutto l’ultimo verso.