Prendiamo uno dei casi dell’estate, fresco di Mondiale con l’Inghilterra e trasferimento al Manchester City. Elliot Anderson è un ottimo centrocampista. Classico, completo, utile, decisamente protagonista nella sua Nazionale arrivata terza in America: non però un predestinato, né un fuoriclasse generazionale, né un giocatore unico nel suo genere. Eppure il suo prezzo di listino dice 135 milioni di euro. Qualche anno fa cifre del genere erano considerate già alte, molto alte, per Dembélé o Bellingham. Il cartellino di Cristiano Ronaldo non è mai arrivato a tanto. E più in generale, i record del calciomercato si rompevano per il fenomeno del momento: Bale (101 milioni, 2013), Mbappé (180, 2018), Neymar (222, 2017). Ora si spendono follie anche per i semitop. O meglio, questo dicono le dinamiche di domanda e offerta.
Che i tempi siano decisamente cambiati lo evidenzia pure la BBC: addirittura partendo dal “caso Lentini”, l’attaccante passato dal Torino al Milan per 18,5 miliardi di lire all’alba di Tangentopoli – circa 15 milioni di euro, a parità di potere d’acquisto –, tra il profondo scandalo dell’opinione pubblica per quei numeri all’epoca considerati amorali anche dalla stampa vaticana – “un’offesa contro la dignità del lavoro”. Ormai invece nemmeno ci si stupisce più. Al massimo si storce il naso, si resta basiti, ma si è perfettamente consapevoli che la dimensione economica del calcio è totalmente fuori controllo: forse è preda di una bolla di mercato – di sicuro il tema della sostenibilità finanziaria dei club sarà sempre più centrale negli anni a venire –, ma è il mercato stesso a orientare i prezzi dei calciatori.
A gonfiare le statistiche, facendo un campionato a parte anche in termini di business, è naturalmente la Premier League. Rogers, Tonali, Anderson, Gordon, Mateus Fernandes, Antony Santos: circa 630 milioni di euro per i sei colpi più costosi. Per intenderci, la metà di quanto ha sborsato l’intera Serie A nell’intera estate di calciomercato 2025. E si tratta di traguardi sempre più vertiginosi anche per gli stessi canoni inglesi, dove ormai la dicitura club record attorno alla vendita di un giocatore è ormai all’ordine del giorno. Senza più scomodare la questione morale, il dubbio legittimo è quanto sia redditizio e ragionevole per gli acquirenti sottostare a sforzi di liquidità del genere. Anche perché l’investimento certo nel calcio non esiste. Anche a questi livelli: si pensi ai 95 milioni che il Manchester decise di sborsare per Antony nel 2023, tanto per fare un esempio.
Eppure il punto è proprio questo. Finché c’è chi è disposto a pagare così tanto, ci sarà sempre chi fisserà il valore del cartellino all’interno di quest’esorbitante ordine di grandezza. Soprattutto se i maxi-trasferimenti vengono considerati domestic, cioè da una squadra all’altra della stessa Premier League, riducendo il rischio legato alla conoscibilità del campionato e i tempi di adattamento del giocatore in questione. Inoltre la solidità stessa dei club di Premier, per ora, rafforzata da diritti tv e introiti commerciali incomparabili per qualunquea altro campionato, consente ai club di vendere per opportunismo e non per manifesta necessità. Dunque aumenta il potere contrattuale dei medesimi. Non si chiude mai un affare al prezzo di equilibrio – cioè all’incontro fra domanda e offerta in un libero mercato –, ma a una soglia ben più alta, dove il margine di profitto per chi vende è notevole e a chi compra sta bene così. Proprio perché anche lui fa parte dello stesso ecosistema, e al prossimo giro potrebbe trovarsi dall’altro lato delle trattative. Così si continua a gonfiare il piatto senza tregua: dal 2016 in poi, le spese totali di una finestra estiva di calciomercato in Premier sono passate da 1,36 a 3,75 miliardi di euro. Cioè a un aumento del 175%. Che continua a lievitare, grazie anche a colpi come Anderson.