Pochi sport, fra tutti gli sport al mondo, vantano un binomio così assodato come la Cina e il ping pong. Basta un’occhiata al medagliere perpetuo delle Olimpiadi: 37 ori, 21 argenti, 8 bronzi. Oltre il 50% dei podi assegnati sono andati alla Nazionale di Pechino. E il confronto sul gradino più alto è ancora più impietoso: Cina 37, per l’appunto; resto del mondo 5 – in tutte le gare, in tutte le categorie, da quando, a partire da Seul 1988, il ping pong è presente ai Giochi. La grande notizia, alla luce di tutto questo? Ultimamente le cose stanno cambiando. E con un discreto tasso di shock. Al torneo asiatico di quest’anno, nessun atleta cinese è riuscito a vincere il torneo individuale maschile o femminile. Mentre a Montpellier, dove pure si è tenuto un campionato di rilievo, i grandi favoriti sono spariti dal tabellone già dalle semifinali. Certo, nessuno dei due appuntamenti pesa come le Olimpiadi di Los Angeles 2028. Ma proprio in vista di Los Angeles 2028, la Cina farebbe bene a cogliere i segnali d’allarme.
Spoiler: lo sta già facendo. Da un certo punto di vista, man mano che tutti gli sport rafforzano la loro dimensione globale, è fisiologico, entro un certo limite, che lo strapotere cinese nel ping pong non avrebbe potuto durare all’infinito. Le nazionali europee stanno riducendo il gap, coreani e giapponesi sono avversari sempre più temibili. E il rovesciamento dei pronostici ha progressivamente aiutato a dare fiducia agli outsider: una volta si affrontava la Cina per fare bella figura, ora si gioca per vincere. Anche perché, contemporaneamente, la medesima scuola di atleti da Shanghai a Pechino non sta vivendo la sua miglior congiuntura generazionale. Di nuovo, può succedere ma più il passato della disciplina è irraggiungibilmente splendente, più è difficile farci i conti e sostenerne le sempre altissime aspettative.
Per questo la Cina, senza aspettare alcuno scivolone olimpico – tra maschile, femminile e gare squadre ha vinto tutti gli ori a disposizione dal 2008 in poi –, sta escogitando un piano di rilancio che va oltre il ping pong. L’obiettivo è calibrato sui prossimi cinque anni: mira non soltanto a mantenere l’eccellenza fra gli atleti d’elite, ma anche a lavorare sulla salute fisica e mentale dei potenziali atleti, allargando il bacino d’utenza e l’accessibilità verso la disciplina – in un Paese da oltre un miliardo di abitanti, è una strategia che trova la sua ragion d’essere. Per accompagnare la crescita è prevista una forte iniezione di investimenti infrastrutturali, garantendo nuovi luoghi per praticare lo sport ad alti livelli.
In questo senso il ping pong è l’ultima delle preoccupazioni – o meglio, ancora un punto di forza di un team olimpico che vuole compiere un ulteriore salto di qualità nel medagliere: il trionfo di Pechino 2008 non è stato più raggiunto, ma a Parigi la Cina ha chiuso con gli stessi ori degli Stati Uniti (40), arrivando seconda soltanto per il minor numero di medaglie complessive. Los Angeles 2028, in casa dello zio Sam, si prennuncia una sfida proibitiva, ma gli asiatici non hanno alcuna intenzione di abbandonarla in partenza. E si chiede uno sforzo in più anche ai fuoriclasse del ping pong: Wang Chuqin, il numero uno al mondo, confida “in una nuova generazione di talenti” già pronta per le prossime Olimpiadi. Il problema, annali alla mano, è che qualunque altro risultato al di fuori di un’altra abbuffata di ori sarebbe un fallimento.