Franco Baresi è stato così moderno, e così unico, che tutti hanno finito con l’apprezzarlo, anche chi non lo amava

La scomparsa dello storico capitano del Milan unisce tifosi e avversari nel ricordo di un difensore rivoluzionario, che ha cambiato per sempre il pallone.
di Redazione Undici 31 Luglio 2026 alle 11:23

Quando muore un personaggio famoso, spesso i social non sono molto utili, nel senso che non sono rivelatori: si sprecano gli omaggi, i ricordi personali travestiti da storie universali, le frasi a effetto. Tutto è essenzialmente appiattito sul dolore/cordoglio e sulla nostalgia dei tempi che furono. Oggi che è morto Franco Baresi, a 66 anni, le cose sono andate e stanno andando diversamente: i social, in mezzo agli omaggi e ai ricordi personali e alle frasi a effetto, hanno svelato che l’ex capitano del Milan (e della Nazionale) era clamorosamente apprezzato anche da chi non lo amava. Da chi non “poteva” amarlo, come gli interisti o i tifosi di altre squadre italiane. Da chi non apprezzava alcuni lati del suo carattere, da chi ne contestava alcuni atteggiamenti in campo.

Questa grandezza percepita in maniera trasversale, senza quartieri né confini, è frutto di ciò che abbiamo visto fare a Baresi. Della sua capacità di essere, contemporaneamente, un difensore tradizionale e innovativo, un centrale profondamente italiano ma anche straniero. Per una volta, non è retorica: Franco Baresi, col suo modo di stare in campo e di interpretare il ruolo di leader arretrato, si è manifestato nel calcio italiano e ha iniziato fin da subito a cambiarlo dall’interno, portandolo nel futuro. Non che fosse il primo a farlo in senso assoluto, all’estero (Franz Beckenbauer, a cui è stato spesso accostato) e anche in Italia (Gaetano Scirea) ci sono stati dei liberi in grado di mettere insieme l’arte della marcatura e la costruzione del gioco offensivo, il fatto è che ha portato entrambi questi fondamentali a un livello assoluto d’eccellenza.

E nel frattempo è stato anche protagonista della più grande rivoluzione tattica avvenuta nel ventre del nostro calcio: quella portata da Arrigo Sacchi dopo la metà degli anni Ottanta. Non a caso, Jonathan Wilson ha scritto così di Baresi, nella sua bibbia tattica La Piramide Invertita: «Non era semplicemente un difensore, era un direttore d’orchestra. Il suo braccio alzato per chiamare la trappola del fuorigioco è diventato uno degli spettacoli più temuti dagli attaccanti di tutta Europa. Leggeva lo spazio e il tempo in un modo che ha trasformato il ruolo del libero da spazzino della difesa a primo e più raffinato regista della squadra».

Una simile grandezza non poteva certo passare inosservata agli occhi dei contemporanei, della stampa e, soprattutto, dei grandi avversari. Basterebbe chiedere a Diego Armando Maradona. Al termine di un Milan-Napoli, intercettato nel tunnel degli spogliatoi con addosso la mitica maglia numero 6 di Franco Baresi, l’argentino sentenziò semplicemente: «È la maglia di un grandissimo giocatore, il massimo come difensore». Ed è arrivata fino a noi: se scorriamo le bacheche social di oggi, nel giorno della sua morte, è pieno di tifosi (vip o anche no, non è questo il punto) interisti, juventini e napoletani che lo ricordano come uno dei più grandi di sempre, che magari ripescano qualche momento contraddittorio della sua carriera (un famosissimo rigore segnato dopo che il Milan non aveva restituito un pallone buttato fuori per infortunio, la notte di Marsiglia, la tendenza a essere “aziendalista”, con il Milan, anche quando sembrava davvero eccessivo, ecc.) e stigmatizzano il suo braccio alzato a “chiamare” il fuorigioco, ma poi è come se si piegassero alla sua aura. Alla sua statura.

Certo, su questo pesa – in senso positivo – anche il ricordo del Mondiale 1994, di un menisco rotto nella fase a gironi, di un’operazione che avrebbe tenuto fuori chiunque per diverse settimane mentre Baresi era di nuovo in campo per la finale. E che finale: dopo una prestazione assolutamente maestosa, L’Équipe scrisse che «quello che Baresi ha fatto su quel campo non appartiene alla medicina o alla logica dello sport, ma alla mitologia. A 34 anni, con un ginocchio appena operato e sotto un sole cocente, ha consegnato alla storia una partita leggendaria. Ha giocato non sui muscoli, ma sull’anima, sull’istinto e su un orgoglio smisurato. Un monumento del calcio». Ecco, questa è la definizione migliore: l’Italia e il calcio mondiale, oggi, perdono un monumento. Il fatto che se ne siano accorti tutti, in qualche modo, è la cosa più triste ma anche più bella che potesse succedere.

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