Cent’anni di Napoli, cent’anni d’amore, di caos e sogni infranti, con due magnifiche eccezioni: Diego Maradona e Aurelio De Laurentiis

Per la maggior parte della sua storia, il club azzurro è sempre stato lontano dall'élite. L'epopea degli anni Ottanta ha ribaltato lo scenario, poi sono arrivate le vittorie contemporanee: due scudetti, a cavallo del Centenario, che hanno cambiato la dimensioe della squadra. E forse anche della città.
di Massimiliano Gallo 01 Agosto 2026 alle 00:52
image00007

Sembra facile essere Napoli. Persino quando compi cent’anni, gli altri si aspettano che tu sorprenda, faccia commuovere. La diversità: dannazione di una città e di un popolo condannati a recitare in eterno la stessa parte in commedia. La squadra di calcio rientra in questo perpetuo cliché. O meglio, rientrava. Eterna perdente, aveva vinto solo col più grande di tutti: scugnizzo napoletano nato nei bassifondi di Buenos Aires, finito a giocare in una squadra che era periferia del calcio. Maradona è sempre stato perfetto per alimentare la classica narrazione di Napoli. Oggi è diverso. Il Napoli ha vinto anche senza di lui. Eppure nel centenario il club è costretto un po’ a dissimulare. Deve recitare due ruoli. Quel che gli altri si aspettano e quel che è diventato. Stesso processo vissuto dalla città, che è sì la limonata a cosce aperte, le pizze fritte, i corni e Maradona ovunque, l’oleografia che è diventata business (i turisti la amano e comprano solo quello). Ma ormai è anche la Apple, l’America’s Cup, la meta turistica nemmeno più così economica. La contemporaneità a queste latitudini va quasi nascosta.

Napoli non può emanciparsi fino in fondo, la Napoli europea non interessa. Bisogna continuare a illudere che sia la pasoliniana grande tribù che rifiutava la modernità e l’omologazione consumistica. A Napoli il conflitto è sempre stato questo. Noi e gli altri. Da La Capria a Bennato che in “Rinnegato” cita il fratello che lo accusa di aver rotto con la tradizione. «Napule nun adda cagna’» è il claim di No grazie, il caffè mi rende nervoso, film cult il cui soggetto fu scritto da Massimo Troisi. Geolier è un artista internazionale che ha trovato il giusto mix: rap sì ma in napoletano.

Aurelio De Laurentiis tutto questo lo ha capito, ha impiegato una ventina d’anni ma alla fine lo ha capito. Non può trattare Napoli come se fosse Losanna. E il centenario si muove lungo questo crinale. Lo slogan “Pe’ Cient’Anne” è un augurio di lunga vita nonché la citazione del titolo di una canzone di Gigi D’Alessio e Mario Merola. Il recupero del corsiero azzurro, il vero simbolo del Napoli, ovvero il cavallo poi imitato da Enzo Ferrari e altri, che il primo presidente Giorgio Ascarelli scelse per rappresentare la squadra della città. Ma il Napoli perdeva sempre e l’ironia rassegnata della popolazione trasformò il cavallo rampante nel ciucciariello sfigato e senza speranza. Ascarelli fu un innovatore, industriale tessile ebreo troppo in anticipo sui tempi. Nel 1926 il Napoli nacque con lo stadio di proprietà.

Per descrivere il rapporto tra la città e la squadra occorrerebbe un poema. Una simbiosi. A Napoli si direbbe un rapporto carnale. Sempre a metà tra leggenda e verità, si narra che negli anni in cui il calcio era pre-televisivo, la domenica i casellanti della Tangenziale fossero tormentati dalla domanda degli automobilisti, «Ch’ha fatto ‘o Napule?», e finissero con l’affiggere ai caselli i cartelli col risultato della partita.

Il Napoli di oggi non è il Napoli che è sempre stato. Anzi. Una squadra e una tifoseria che non hanno mai pensato di poter vincere. Per decenni l’obiettivo di ogni stagione era una partita sola, quella contro la Juventus. L’odio nei confronti del padrone. Il capitale. Il potere. Il Nord. Racconti tramandati dai nonni. Il celebre Napoli-Juve 4-3 del 1958, disputato allo stadio del Vomero, con Lo Bello che decise di giocare nonostante l’invasione a bordo campo per troppa folla. La storia vuole che il mitico Concetto fece il giro del campo e disse ai napoletani assiepati poco oltre la linea laterale: «Il primo che entra sul terreno di gioco, sospendo la partita e la perdete a tavolino». Tutti rimasero al loro posto, persino al gol decisivo di Bertucco a due minuti dalla fine. Andò peggio nel 1975. Una delle più struggenti delusioni della storia azzurra: lo scudetto perduto dal Napoli di Vinicio a Torino. La coltellata fu del traditore Altafini passato alla Juventus: segnò a pochi minuti dalla fine e quella rete nello scontro diretto gli valse l’etichetta di “Core ‘ngrato”.

Il Napoli Calcio è sempre stato espressione di “panem et circenses”. Il grande nome per attrarre la folla e poi poco altro. Sin dai tempi di Jeppson, che nel 1952 Achille Lauro acquistò per la somma allora stratosferica di 105 milioni di lire; quando subiva fallo dagli avversari, i napoletani esclamavano: «È caduto ‘o Banco ‘e Napule». Poi Sivori e Altafini, con Sivori che arrivò in una gremitissima Stazione di Mergellina. Fino a Beppe Savoldi, mister due miliardi (cifra record per il 1975): per lui i napoletani acquistarono 70mila abbonamenti. Con il solito codazzo di polemiche: avete il colera e sborsate due miliardi per un calciatore. Ferlaino si spinse oltre, ne offrì due e mezzo nel 1979 per portare Paolo Rossi in azzurro. Ma Pablito disse no, andò al Perugia. Un rifiuto che Napoli non ha mai digerito. I tifosi si riversarono in massa al San Paolo per fischiarlo. Napoli-Perugia del 1979 resta la partita col record di presenze per la società azzurra: 89.992 paganti ufficiali. Napoli non perdona chi le dice no, è un affronto che considera inaccettabile.

Un capitolo a parte meriterebbe l’infinito cahier de doleances arbitrali. Non basterebbe un libro. C’è sempre stato un complotto, un potere più o meno occulto che ha impedito a Napoli di trionfare. Dal rigore concesso all’Inter di Mazzola dall’arbitro Gonella a San Siro, alla rete ingiustamente annullata per fuorigioco a Speggiorin nella semifinale di Coppa delle Coppe Anderlecht-Napoli del 1977 dall’arbitro inglese Matthewson. Fino al più recente Orsato, la mancata espulsione di Pjanic in Inter-Juventus 2-3, preludio allo scudetto sarriano perduto in albergo. Non a caso la squadra è sempre stata simboleggiata da ‘O ciuccio ‘e Fichella, che è un modo di descrivere una persona che si lamenta continuamente di malanni e acciacchi vari.

Ma i corsi della storia cambiano, deviano. E nel 1984 arrivò Diego Armando Maradona. Frutto dell’intuizione e della caparbietà del dirigente ed ex capitano Antonio Juliano. Anche qui la narrazione fu distorta. La Napoli disastrata che paga 13 miliardi il calciatore più forte del mondo. In realtà fu un’operazione di potere politico, più che di Ferlaino. Napoli era una città potente, roccaforte della Prima Repubblica. Il pentapartito era profondamente radicato. Da Pomicino a Scotti, a Gava, a Di Lorenzo, a tanti altri. Maradona rientrava in un progetto più ampio di rilancio della città. Fu la DV a ordinare al Banco di Napoli di firmare le fidejussioni per quell’acquisto che stravolse tutto e tutti.

“Maradona è meglio ‘e Pelè” era la musicassetta che andava a ruba nel mercato abusivo dei “Mixed by Erry”. La compose il maestro Emilio Campassi. che per quel brano non ha mai incassato una lira. Divenne patrimonio del popolo. Qualsiasi cosa su Maradona sarebbe superflua e ripetitiva. Sarà per sempre l’ambasciatore unico della città. Furono anni di delirio. Napoli era finalmente protagonista. Con lui, per la prima volta, il club si diede una veste societaria. Ferlaino reclutò Allodi, Pier Paolo Marino, Luciano Moggi. Due scudetti, uno perduto col Milan di Berlusconi, la Coppa UEFA. Fino al declino. Finito Maradona, finì il Napoli.

Ed è questa la grande impresa compiuta da Aurelio De Laurentiis, che possiamo definire l’altro Maradona del Calcio Napoli. Sembra un’eresia, ma è stato più rivoluzionario Aurelio di Diego. Con ostinazione, senza quasi mai genuflettersi al torrente impetuoso della napoletanità, ha vinto la sua sfida. Ha insegnato ai napoletani che il calcio è un’impresa. Che non bisogna “intendersi” di pallone per costruire una società solida e vincente. Che il panem et circenses era finito. Che il Napoli era suo perché lo aveva acquistato in tribunale, in un’aula fallimentare nel lontano 2004. L’ha preso in Serie C e l’ha portato stabilmente in vetta. Napoli non è mai stata così in alto per tanto tempo. Mai. Lo hanno odiato, diciamo alla Lotito. Una fetta di tifosi ancora non lo tollera, potremmo definirli cellule dormienti. Ma ha avuto ragione lui.

E alla fine una tregua è stata siglata. Ovviamente perché il Napoli ha vinto. E ha vinto come diceva De Laurentiis. Senza più genio e sregolatezza. Senza nemmeno il populismo sarrita. Ma con la forza dei bilanci e della programmazione. La prima volta con Spalletti e gli sconosciuti – e inizialmente dileggiati – Kim e Kvaratskhelia. La seconda persino con lo juventino Antonio Conte sulla tolda di comando. Ha buttato al macero decenni di stereotipi. Ha imposto la forza del capitale: Conte poteva permetterselo solo il Napoli. E ha dimostrato che, anche all’ombra del Vesuvio, si può trionfare senza poesia. Ha vinto due scudetti e ha portato il club a essere stabilmente tra i primi d’Italia e praticamente sempre presente in Europa. Oggi il secondo posto di Napoli è considerato una delusione. Ne è passata di acqua sotto i ponti.

Ora De Laurentiis comincia ad assomigliare ai Moratti e ai Sensi di vent’anni fa. Un altro calcio sta avanzando, quello dei fondi, delle multinazionali. Ma è roba da secondo secolo del Napoli, si vedrà. Nella storia del primo, nella foto di gruppo, Aurelio merita di stare in primo piano: al fianco di Diego e del corsiero del sole, che con loro due ha smesso di essere un ciuccio.

Da Undici n° 69
Foto di Ciro Pipoli
>

Leggi anche