È uno degli inni più belli al mondo, cantato con orgoglio al primo e all’ultimo minuto del primo e secondo tempo di ogni partita di calcio dell’Inghilterra, rigorosamente a cappella. Eppure la fama di “God Save the King” (o the Queen, a seconda che sul trono ci sia un uomo o una donna) comincia a scricchiolare. Piccola premessa_ sono in corso di svolgimento a Glasgow i giochi del Commonwealth, la manifestazione sportiva che racchiude appunto tutti i Paesi che mantengono un legame storico, culturale e commerciale con il Regno Unito. Più le quattro Home Nations (Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord), ovviamente.
Come svelato dal giornale on line statunitense The Athletic, negli ultimi giorni, mentre l’Inghilterra collezionava medaglie d’oro, è tornata d’attualità una questione che ciclicamente divide il Paese: è arrivato il momento di adottare un inno nazionale specifico per lo rappresentative inglesi? Il dibattito non è nuovo, ma i successi degli atleti individuali e delle squadre inglesi – ricordiamolo: il Regno Unito gareggia in quanto tale ai Giochi Olimpici – hanno riacceso una discussione che coinvolge identità nazionale, tradizione e cultura sportiva. Ai Commonwealth Games, infatti, gli atleti inglesi salgono sul gradino più alto del podio accompagnati dalle note di “Jerusalem”, il celebre brano tratto dall’omonimo poema di William Blake, scritto all’inizio dell’Ottocento e trasformato in canto patriottico durante la Prima guerra mondiale. La scelta risale al 2010, quando un sondaggio YouGov tra i tifosi di Team England ha assegnato a Jerusalem il 52,5% delle preferenze. L’inno ufficiale inglese, God Save the King, si è classificato addirittura ultimo con appena il 12% dei voti, alle spalle anche di Land of Hope and Glory, il brano composto da Edward Elgar che aveva accompagnato la squadra inglese ai Commonwealth fino a quell’anno.
I Giochi del Commonwealth rappresentano però un’eccezione. Nella maggior parte delle competizioni internazionali, infatti, le Nazionali inglesi – a cominciare da quelle calcistiche – continuano a utilizzare “God Save the King”, lo stesso inno che rappresenta l’intero Regno Unito fin dall’inizio del XIX secolo quando gareggia sotto un’unica bandiera. Una situazione diversa rispetto a Scozia e Galles, che da tempo nel calcio scendono in campo accompagnate rispettivamente da “Flower of Scotland” e “Hen Wlad Fy Nhadau” (Land of My Fathers), simboli riconosciuti della loro identità nazionale.
L’inno britannico, nato nel 1745 come omaggio a Giorgio II durante la rivolta giacobita, è certamente uno dei simboli più riconoscibili del Paese, ma viene spesso criticato per la sua struttura musicale essenziale, il ritmo monotono e persino per un dettaglio curioso: il testo non cita mai né l’Inghilterra né il Regno Unito. L’unico vero pregio, secondo molti, è la sua brevità. Non sorprende quindi che durante il Mondiale 2026 sia stato indicato da The Athletic come il meno apprezzato tra gli inni delle Nazionali partecipanti.
Nel frattempo, i tifosi inglesi hanno costruito una tradizione parallela fatta di inni non ufficiali. Nel rugby a 15 il pubblico intona “Swing Low, Sweet Chariot”, spiritual afroamericano nato tra gli schiavi negli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento. Nel calcio, invece, la canzone simbolo resta “Football’s Coming Home”, il brano diventato l’emblema delle speranze della Nazionale inglese nei grandi tornei. Anche “Jerusalem” occupa un posto rilevante nello sport inglese. È infatti l’inno del cricket Test, cantato prima dell’inizio di ogni giornata di gioco grazie alla tradizione inaugurata nel 2004 dalla Barmy Army, il celebre gruppo organizzato di tifosi inglesi. Il brano viene inoltre eseguito abitualmente prima delle principali partite di rugby league. Rispetto a “God Save the King”, “Jerusalem” offre una melodia più ricca e dinamica, capace di alternare momenti solenni ad altri più intensi. Anche il testo viene considerato più evocativo: le immagini delle «oscure fabbriche sataniche» e della «verde e piacevole terra» sono ormai entrate nell’immaginario collettivo inglese, mentre il nome dell’Inghilterra compare esplicitamente già nel secondo verso.
Alla base del malcontento c’è soprattutto il fatto che “God Save the King” rappresenti il Regno Unito e non l’Inghilterra nello specifico. Negli anni Ottanta veniva suonato due volte prima delle sfide di rugby tra Inghilterra e Scozia, una circostanza spesso accompagnata dai fischi del pubblico – soprattutto quello scozzese, naturalmente. Negli anni Novanta, con il processo di devoluzione che portò alla nascita del Parlamento scozzese e del Senedd gallese, Scozia e Galles adottarono definitivamente inni distinti per le rispettive Nazionali, rafforzando ulteriormente la propria identità sportiva. L’Inghilterra, invece, non ha mai seguito la stessa strada, anche perché non ha vissuto un analogo percorso istituzionale all’interno del Regno Unito. Eppure oggi cresce la sensazione che qualcosa possa cambiare.
«Non ci rappresenta davvero», spiega Herbie Taylor, membro dell’England Travel Club che ha seguito la Nazionale al Mondiale in Nord America. «È l’inno della Gran Bretagna, non quello dell’Inghilterra. Quando la Scozia canta il suo inno si percepisce un’identità fortissima. Noi non abbiamo nulla di simile». Resta però da capire se il dibattito potrà trasformarsi in una riforma concreta. Il sondaggio YouGov del 2010 ha coinvolto meno di 2mila persone e non è mai stato considerato sufficiente per modificare una tradizione così radicata. Nel 2016 il deputato laburista Toby Perkins ha presentato anche un disegno di legge per dotare l’Inghilterra di un proprio inno sportivo, ma il Parlamento non è mai arrivato a discuterlo.