Allenare l’anima per spingersi oltre i limiti: intervista a Leonardo Fabbri

Alla vigilia degli Europei, il pesista italiano racconta la sua carriera, il rapporto col suo sport e col suo corpo, le prospettive e le ambizioni in vista del futuro.
di Fabio Baldonieri 05 Agosto 2026 alle 18:00

Dalla notte dei tempi l’uomo si misura dalla forza che dimostra. È sempre stata una convinzione popolare, che ad Olimpia trovò terreno fertile e si trasformò presto in un culto da celebrare organizzando competizioni sportive in nome di Zeus. Sono gli stessi anni in cui, sul versante opposto di quella penisola a forma di mano che è il Peloponneso, ad Epidauro veniva eretto un tempio dedicato ad Asclepio, dio della medicina. E, accanto al tempio, un teatro: su quelle coste bagnate dall’Egeo gli antichi greci intuirono per primi che, in realtà, un fisico forte e in salute non può prescindere dalla cura della propria anima. Testa e corpo diventano una cosa sola, anche se non è sempre facile comprenderlo – e poi accettarlo. Specie in quelle discipline dove il vigore delle braccia sembra, almeno all’apparenza, l’unico dirimente tra un eroe inscalfibile e un individuo assolutamente fallibile.

Leonardo Fabbri ha dovuto capirlo da sé, e ci dice tanto dell’atleta che è oggi: un numero uno che, tuttavia, ancora non sente di esserlo. Non basta il titolo di campione europeo di getto del peso né il primato nel ranking globale: «Senza aver mai vinto un mondiale e un’olimpiade vuol dire poco, ma mi dà la conferma del mio valore e la convinzione di essere quantomeno all’altezza dei migliori», racconta a Undici l’atleta dell’Aeronautica Militare, che tra pochi giorni a Birmingham cercherà di difendere il titolo continentale. Parla da ragazzo sicuro di sé, oggi. Ma non è sempre stato così. Anche quando, nella sua testa, l’obiettivo era soltanto uno: «Arrivare alle Olimpiadi, diventare quello che sono adesso, lo sognavo da quando ero bambino e non ho mai considerato strade alternative. Mio padre correva i 100 metri, andavo sempre a vedere le sue gare e ho sempre voluto arrivare a gareggiare anch’io». Il Leonardo bambino sarebbe orgoglioso, perché alle Olimpiadi ci è arrivato e a Parigi, due anni fa, ha anche sfiorato la medaglia, chiudendo al quinto posto. Ma il Leonardo di oggi, ventinove anni e un fisico da gigante, non è ancora soddisfatto. Non per tracotanza ma perché, in fondo, nessuno sportivo compete per partecipare e basta. Si arriva alla solita impasse: anche i più grandi campioni, nel corso della loro carriera, perderanno sempre più di quanto potranno mai vincere. Ma farci i conti non è semplice. «Lo sport ti insegna a reagire alle batoste, perché prima o poi capitano a tutti. È successo anche a me, ho vissuto anni difficili: tra il 2021 e il 2022 non sono stato molto bene. Non mi piacevo, avevo preso un sacco di chili, in gara stavo facendo schifo. Ho anche saltato una stagione per la pubalgia. Allora, quasi per caso, mandai un messaggio a Lorenzo Venuti, un calciatore che all’epoca giocava nella Fiorentina, chiedendo se conoscesse un mental coach in grado di aiutarmi. Mi mise in contatto con Stefano Tavoletti, con cui lavoro ancora adesso. Grazie a lui mi sono avvicinato al buddhismo: la meditazione mi ha insegnato ad ascoltarmi, a conoscermi. A gestire i miei pensieri. Ho capito che per riuscire a performare in pedana dovevo stare bene soprattutto fuori».

È difficile spiegare a parole quanto, nello sport, sia tutto collegato. A volte i numeri rendono meglio l’idea: nel giro di appena un anno Fabbri passa dal penultimo posto al mondiale di Eugene all’argento iridato di Budapest, nel 2023. Nella stagione successiva, a Roma, arriva l’oro europeo, e a Bruxelles fa registrare, con 22,98 metri, la quinta misura nella classifica all-time del getto del peso: merito di uno staff che, dice Fabbri, «ogni giorno vuole aiutarmi a migliorare e a migliorarsi». Merito, soprattutto, di un lavoro che parte dall’interno: «È vero che in discipline come la mia la genetica certamente aiuta. Servono muscoli. Ma la verità è che oggi alleno più la testa del corpo. È uno sport soprattutto mentale, in cui i tempi di azione sono molto veloci: il gesto dura un secondo o due, quindi a livello mentale devi essere libero, pronto. Se non stai bene con te stesso certi impulsi non riesci ad averli. Quando entro in pedana ormai non ho pensieri: penso solo a quello che devo fare, magari ad un movimento nello specifico, che può essere il piede sinistro che gira molto veloce o il piede destro che deve rimanere il più possibile a terra. Ma mi concentro su quello e basta», continua. «Lavoro ogni giorno per trovare un equilibrio che mi permetta anzitutto di essere felice, di divertirmi. Ho imparato con il tempo ad avere uno stile di vita sano, che per me significa soprattutto fare cose per me stesso, che mi facciano stare bene: è la chiave per vivere sereni. I risultati migliori in gara sono solo una conseguenza».

Fabbri dosa le parole con la stessa genuinità con cui governa i suoi pensieri. Ha imparato a vivere lo sport ai massimi livelli senza rimanere impantanato nelle sabbie mobili dell’ossessione, quella brutta, che ti logora e spesso ti imbriglia. «Sono cose che uno acquisisce con l’esperienza, soprattutto nella mia specialità: è il motivo per cui tendenzialmente raggiungiamo il nostro livello più alto un po’ più tardi rispetto ad altre discipline». E oggi, a ventinove anni, è nel pieno della maturità atletica: ha conquistato la serenità, e con essa i suoi migliori risultati in carriera. Almeno finora. «Ci penso spesso, ultimamente. Credo di aver raggiunto una bella dimensione, soprattutto nell’approccio agli allenamenti, alle gare, nella gestione dei momenti negativi e anche di quelli positivi. Se la carriera dovesse finire oggi, mi riterrei felice: ho fatto veramente tanta roba, ho provato emozioni incredibili. Però mi manca quantomeno un oro mondiale e la medaglia olimpica. Sarò davvero soddisfatto solo se la raggiungerò». Quando parla di obiettivi è un fiume in piena. Sempre lucido, con le idee chiarissime: «Prima di tutto voglio cercare di confermare il titolo europeo, poi punterò tutto sulle prossime Olimpiadi: c’è il risultato di Parigi che ancora brucia ma mi darà la giusta benzina per Los Angeles 2028. Già quest’anno, poi, voglio battere il record europeo di lancio di 23,06 metri e poi chissà… magari anche quello del mondo di 23,56».

Chi, come Fabbri, ha imparato a convivere con la fallibilità dell’atleta moderno non ha bisogno di nascondersi dietro un dito: si può parlare di sogni senza aver paura di cadere. «Condividerli come sto facendo adesso mi dà solo un motivo in più per impegnarmi. E io voglio sognare in grande, voglio avere solo obiettivi ambiziosi. Perché l’ambizione nutre la motivazione. Mi aiuta a dare un senso a tutti i miei sacrifici, a tutte le rinunce fatte negli anni. Senza ambizione nulla ha senso».

Nella mano che stringe il peso, quando sale in pedana, quelle due anime del Peloponneso convivono e si completano. C’è Epidauro, che è il lavoro che l’uomo fa su se stesso, e c’è Olimpia, il risultato tangibile di questo lavoro: la cura dell’anima che si fa forza della carne.

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