I volti scoraggiati di McTominay e compagni dopo il 3-0 contro il Brasile, un mese e mezzo fa, l’hanno detta lunga. Non soltanto perché rappresentano l’eliminazione della Scozia ai Mondiali, sempre durante la fase a gironi, a 28 anni dall’ultima partecipazione – anche allora, in Francia, l’avventura della Scozia finì al primo turno dopo aver affrontato il Brasile. Ma anche per racchiudere il senso di impotenza di una Nazionale che ha già fatto tantissimo con quello che ha: le dimissioni del ct Clarke, fautore del ciclo tecnico più brillante nella storia recente della Tartan Army, ha un significato preciso. Più di così è un’impresa. E giocarsela con Marocco o Brasile rappresenta un ostacolo ancora troppo ampio, senza che le cose possano in futuro migliorare.
La preoccupazione, da Glasgow a Edimburgo, aumenta anche osservando la frustrante situazione a cui sono sottoposti i vivai scozzesi. Perché il talento non mancherebbe, anzi. Il fatto è che, con puntuale prepotenza, viene intercettato dalle vicine e più facoltose Academy inglesi: un richiamo irresistibile per tantissimi ragazzi che sognano di giocare in Premier League. Fino alla ben più ricca Nazionale inglese, chissà un giorno, in seguito a un processo di naturalizzazione non così complicato – e no, mica tutti dimostrano l’attaccamento alla maglia di Scott McTominay. Il problema è reale.
In un lungo approfondimento, The Athletic ha stilato l’elenco dei giovani più promettenti nati e cresciuti in Scozia, salvo poi finire dirottati dagli acerrimi rivali inglesi. Dai Rangers al Watford. Dal Celtic al Liverpool. Dal Dundee ai Wolves. Dal 2021 in poi, oltre una settantina di operazioni di mercato più che legittime, nate prettamente come trasferimento di giocatori fra club, ma con ripercussioni di lungo periodo anche per le rispettive Nazionali. C’è poco fa fare: il fascino della Premier, e per estensione del calcio inglese, è semplicemente di un altro livello. «Quando parli con i dirigenti federali della Croazia o del Belgio, anche loro sono consapevoli che i loro ragazzi sognano di andare in Inghilterra e crescere calcisticamente lì», ha spiegato il presidente della Federcalcio scozzese.
Di conseguenza, chi si ritrova vicino a quel mondo viene “assorbito” in maniera quasi automatica. Per dirla in poche parole: la differenza è che il resto d’Europa è geograficamente al sicuro, e le operazioni di mercato con Londra in così giovane età sono ridotte all’osso. La Scozia, invece, è dietro l’angolo: è il supermercato sotto casa. Senza contare che gli studi di settore indicano che quasi un giocatore su due fra quelli cresciuti in Scozia e poi finiti in Nazionale si è fatto le ossa fra i professionisti a partire dai campionati locali, dimostrando come cimentarsi fra i senior già in giovanissima età sia un viatico importante. E non sempre garantito dai club inglesi, dove la concorrenza è più volta e i campionati giovanili proliferano più strutturati.
«Abbiamo perso la prossima generazione di calciatori», allargano le braccia a Glasgow. Perché McTominay, McGinn, Ferguson e Robertson avranno tutti più di 30 anni, fra un altro quadriennio, cioè alla vigilia del Mondiale 2030. E se la Tartan Army ha totalmente conquistato gli Stati Uniti, almeno in termini di spettacolo offerto sugli spalti e dietro le quinte, viene da chiedersi quando sarà la prossima volta che potremo rivederla in azione. Non così presto, temono in patria.