Qualcuno diceva che la pressione è un privilegio. Nadia Batocletti, invece, preferisce parlare di responsabilità, un senso del dovere connaturato al suo essere. La mezzofondista, severa con se stessa ma, garantisce al punto giusto, è un’atleta mai sopra le righe. E non a caso, parlando delle proprie imprese, come l’argento ai Giochi Olimpici di Parigi 2024, usa spesso la parola “follia”, quasi come se ancora adesso facesse fatica a realizzare i suoi successi.
È una stagione intensa e si va verso l’Europeo, come giudichi al momento il tuo percorso?
Sono abbastanza felice. È iniziato tutto molto bene, sono soddisfatta del campionato del mondo indoor (con l’oro nei 3000 metri, ndr). Poi ci sono stati alcuni intoppi che capitano, fanno fermare, riflettere: non recrimino nulla.
Credi di essere al punto più alto della tua carriera?
Per certi aspetti mi sembra di vivere in un sogno, visti i traguardi che sto raggiungendo. Allo stesso tempo, subentra la vena sportiva e ti rendi conto che forse, dal punto di vista cronometrico o dei personali, hai ancora dei margini su cui lavorare e serve aspettare l’occasione giusta per fare le gare tirate.
Quando hai preso l’argento ai Giochi di Parigi hai raccontato di aver fatto fatica a realizzare. Dove collochi quella medaglia a livello di importanza?
La mia vita è cambiata completamente: vincere una medaglia olimpica è una cosa folle. Farlo nel mezzofondo, in cui non ero neanche tenuta in considerazione dalle avversarie, è stato quel passetto che mi ha fatto capire che sono nell’élite mondiale. È stata la medaglia più importante, sia dal punto di vista della sofferenza che del valore. Poi, quelle del Mondiale di Tokyo 2025 (argento nei 10.000 e bronzo nei 5000, ndr) sono state altrettanto significative: in quel momento, invece, la situazione si era ribaltata. Tutti sapevano chi ero e i miei punti di forza. Ottenere le due medaglie, dopo che alle Olimpiadi quella dei 5000 mi è sfuggita, anche se per me il quarto posto ha significato tanto, è stato un ulteriore plus.
Si va verso l’Europeo: sei tra le favorite. Come convivi con questo?
La vivo in maniera tranquilla, mi sto allenando: finché non arriva la gara sono dell’idea che bisogna concentrarsi su quello che c’è da fare. Poi, è vero, vengo osservata in maniera particolare come è giusto che sia. In Europa si sta correndo forte così come nel mondo e di conseguenza sono aumentate le avversarie e il livello di competitività.
Una vita a rincorrere le africane. Con Beatrice Chebet fuori dai giochi, chi è il riferimento e cosa cerchi di imparare da loro?
Dalla scuola africana si deve imparare tanto perché, a differenza nostra, hanno un approccio molto più naturale e se noi, ad esempio, siamo troppo legati al passare in un determinato giro con un certo tempo, per evitare di non disperdere le energie, loro si buttano di più. Spesso capita che per questo non riescano a finire una gara, però tirano fuori il meglio. Un po’ meno razionalità potrebbe servire in alcuni momenti: buttarsi e vedere come va. Stimo tutte le mie avversarie: sono davvero forti. Adesso Beatrice è fuori per gravidanza e, se devo essere onesta, ha scelto l’anno giusto, perché non c’è il grande appuntamento o altro, come potrebbe essere l’anno prossimo…ha fatto bene.
Hai detto che sarebbe utile essere meno razionale. Tu lo sei molto?
Sono tanto razionale: in certi momenti magari potrei staccarmi perché reputo che quel ritmo sia eccessivamente forte e poi magari dopo due giri rallentano. Ma sono entrata anche nelle dinamiche di gara: riesco ad interpretare questi continui tiri e molla dei ritmi.
Quanto sei intransigente con te stessa? Spesso ti commuovi più per rabbia che per gioia…
Partiamo da questo presupposto: sono molto sensibile, per qualsiasi cosa mi emoziono. Non sono poi così severa con me stessa: vedo in allenamento cosa faccio e so che gara devo fare. Bisogna mettere sempre sul tavolo tutte le variabili: magari un giorno sei stata male, non c’era la lepre o non c’è stata la gara perfetta e non riesci a fare quel tempo. Sai anche quando è da un bel po’ che non hai belle sensazioni e mi riferisco al Golden Gala 2026, post influenza: in quel caso aspetti che accada il miracolo. A Roma ho voluto testarmi e non sapevo che tempo avrei fatto. Sono intransigente, ma il giusto.
Spesso voi atleti dite che bisogna avere fiducia nel proprio percorso. Ti ritrovi in questa affermazione e hai mai temuto che non arrivassero certi risultati?
Sono molto paziente e forse la mia fortuna è che sono nel mondo dell’atletica da molti anni, ma allo stesso tempo, non mi so autoallenare, mi affido completamente al mio staff, nello specifico al mio papà che è il mio allenatore. È stato lui a portarmi dentro a questo percorso e processo anche di crescita. Non mi sarei mai aspettata di raggiungere questi risultati: per me era già folle aver vinto un titolo europeo su pista. Mi sembrava qualcosa di enorme. Ho sempre saputo di avere ottime capacità, ma non pensavo di essere su questi standard.
Quando è avvenuto il clic?
Nel 2021, qualche gara prima delle Olimpiadi, quando sono riuscita a fare il minimo e sono andata sotto i 15 minuti. I Giochi Olimpici, mi hanno proiettato nel 2021 e in quella che è l’atletica mondiale e poi ho passato degli anni di crescita dove ho imparato tanto: ho fatto errori ma anche cose molto belle. Una gara importante è stata pure il 5000, a Roma, che mi ha dato quella fiducia necessaria per dire “è possibile”. Quello che mi ha fatto svoltare definitivamente è il 5000 a Parigi 2024. La finale è stata importante, mi ha insegnato tanto, mi ha fatto capire che posso correre con loro. È stato per quello che nei 10.000 ho avuto la fiducia di dire “rimango qui, non mi staccate”.
È una vita d’inseguimento perenne…
Sì, è vero, noi inseguiamo tanto, forse anche troppo. Alla fine è quello che ci permette di rimanere dentro a questa routine, perché, se non avessimo un obiettivo, faticheremmo. Nel momento in cui hai uno scopo, sei consapevole che qualsiasi cosa tu faccia è fine a quello. A prescindere dal risultato, se hai dato tutto per inseguire un sogno, devi esserne fiero.
Qual è il tuo rapporto con la fatica?
In realtà, in gara, non la percepisci: ne faccio molta di più negli allenamenti, nelle ripetute. Quando competi, devi semplicemente fare la cosa più semplice: correre il più forte possibile, essere abbastanza intelligente da leggere le tattiche e provare a dare il meglio. Un allenamento è più complesso: devi essere ogni giorno pronto mentalmente e fisicamente per portare a casa il lavoro.
Allenamento con papà Giuliano, riuscite a separare i ruoli e a non parlare di atletica?
In realtà non mi dispiace parlarne, perché imparo tanto da lui. Ha fatto atletica, era molto forte in pista e poi si è dedicato alla maratona. Per lui è un percorso di crescita perché sta capendo gli errori fatti da atleta. Lui dice: “A posteriori, non mi sono allenato al meglio per la maratona, bisognava fare questo o quello”. Impara. Riusciamo bene a separare le due figure. L’ho sempre ascoltato e so che quello che fa è per il mio bene. Spesso ci troviamo a guardare i meeting insieme, oppure parliamo di tutt’altro: il rapporto è trasversale.
Ti rendi conto di quello che stai facendo per lo sport italiano e ti senti tra le atlete donne più rappresentative?
Sì, a volte mi fermo e mi rendo conto che sono tra le atlete più rappresentative e questo mi fa molto piacere, ma lo realizzo soprattutto quando le persone mi fermano per strada. Solitamente, se mi incontri o mi hai già visto, oppure non mi riconosci per il semplice fatto che sono vestita in maniera informale, con i capelli lisci, gli occhiali, si fa fatica. Recentemente ero a Trento per un appuntamento e durante tutto il percorso che ho dovuto fare, di circa 1 km, le persone mi facevano cenno con il pollice in su e mi dicevano brava. Mi fa piacere ed è forse un’ulteriore forza che ti spinge a dire “No, non mollo, devo farlo e ce la faccio”.
L’atletica sta vivendo uno dei momenti storici più importanti. Secondo te a cosa è dovuto?
Sicuramente quello che ha aiutato tanto è stato, personalmente, la creazione di uno staff. Il mio conta circa 10 professionisti, è bello ampio. Quello è utile per me e anche per altri che magari hanno persone di fiducia. Poi, vedere che un tuo compagno di Nazionale va forte ti dà quella forza per dire che tutto è possibile. Finché non vedi qualcuno avvicinarsi a quello che è il sogno, fai fatica a pensare che sia realizzabile.
C’è stato un cambio di mentalità?
Sicuramente: basti pensare che ai Mondiali di atletica 2017, l’Italia non prese nemmeno una medaglia, mentre a Tokyo 2025 ne abbiamo raccolte sette, più altri importanti piazzamenti. È stato un bel momento e vale per tutte le discipline, non abbiamo grandi punti deboli e non siamo “scoperti”.
C’è qualcuno dei tuoi colleghi che stimi particolarmente?
Antonella Palmisano: ho avuto modo di conoscerla bene a Tokyo l’anno scorso, abbiamo fatto un preraduno in Giappone insieme ed è davvero una ragazza d’oro, mi sono affezionata tanto a lei. Poi c’è Leo Fabbri, è il mio amicone, lo chiamo così. Penso anche a Mattia Furlani, mi trovo bene con lui. Siamo un bel gruppo, è bello quando siamo in Nazionale o quando andiamo in Diamond League e facciamo gruppo italiano.
In vista di Los Angeles potete fare bene…
Mi auguro che i nostri risultati possano crescere. Due anni sono lunghi, poi quando li si fa, sono velocissimi. Il trend è in crescita e spero duri per un bel po’.
Parlavi di staff, c’è una psicologa: qual è l’insegnamento più importante che ti ha dato?
Mi faccio seguire da Elisabetta Borgia: lavora da anni nel ciclismo, sia con la squadra della Trek che con la Nazionale. Mi ha supportato quando ho dovuto fare il salto da atleta forte in Italia, ad atleta che ambisce a crescere. Ho iniziato la collaborazione 4 anni fa durante il mio annus horribilis, il 2022, quando ho preso la mononucleosi e ho avuto una periostite forte che mi ha fatto prima saltare il campionato del mondo e poi la mononucleosi, che mi ha debilitato durante l’europeo. In quel periodo ho sempre avuto brutte sensazioni, non ero allenata. Mi ha aiutato a focalizzarmi sull’obiettivo, sulla creazione di una bolla personale, circondandomi di persone che fanno bene. Mi insegna tutt’oggi come gestire questo mondo frenetico.
Da atleta-donna, come è cambiato il modo in cui si parla del corpo femminile?
Sicuramente, con l’utilizzo dei social si parla di più di tutti gli argomenti. Ho sempre avuto l’impressione che l’atletica sia uguale, sia al femminile che al maschile, non vedo grosse differenze.
Pensi che si parli più liberamente della questione ciclo mestruale?
Sì e non reputo debba essere un tabù, hanno fatto un sacco di studi. Obiettivamente, si sa che se capita il giorno della gara, ma dipende anche da che ciclo tu abbia, si possono avere più fastidi. Gli studi hanno però rivelato che la donna con le mestruazioni, avendo più ormoni in circolo, può essere anche più forte.
Dopo i Giochi invernali e l’esperienza di Francesca Lollobrigida si è parlato di essere atlete–mamme. Tu ci pensi?
Sì, sicuramente ci penso. È necessario il momento giusto, come in tutto. Le cose vengono bene se sono fatte al momento opportuno e ciò che ha fatto lei è da ammirare. L’ho tifata tantissimo: sua sorella Giulia è all’interno del mio stesso gruppo sportivo (le Fiamme azzurre, ndr), la conosco e per questo aveva un tifo speciale. Sono stata molto felice del suo enorme traguardo, da mamma è ancora più bello.
Si dice che ci si dimentichi che c’è la persona dietro l’atleta: tu sei diversa dalla pista?
È vero, ma penso che un atleta sia una figura che diventi un modello ispirazionale per i valori che incarna, per quello che fa e per le emozioni che trasmette. In tv vieni visto solo per come parli e per la tua performance, si perde l’aspetto più umano. L’atleta, se consapevole di essere una persona normale, rimane con i piedi per terra e vale anche per me.
Parlavamo di tuo padre e la mamma?
Sono tanto tanto legata a mia mamma, ci scambiano anche per sorelle per la nostra complicità. È un tassello fondamentale, senza la sua ultima parola non sono mai sicura di nulla. Ho avuto una mamma chioccia, ma sono una che adora essere figlia di una mamma così, sono sempre stata coccolata, ho avuto tante attenzioni. Con lei c’è un rapporto importante e molto definito, così come con papà. La cosa che mi rende serena è che siano felici. È quasi il contrario come rapporto.
Sei di fede musulmana anche per le tue origini marocchine, che rapporto hai con la fede?
Va detto che mia mamma non mi ha obbligato, è stato naturale e penso di avere un rapporto sano con la fede. Mi aiuta nei momenti complessi, è una certezza.
Sembri molto inquadrata, ti concedi qualche follia?
Eh no, purtroppo non ho tempo. Sono sempre presa da un sacco di cose, di responsabilità. Magari non ho fatto la vita spensierata, se si può definire così, che possono fare i ventenni. Per me è sempre tutto scadenzato. Ho tante responsabilità, però penso che la responsabilità sia anche un privilegio e sarebbe da sciocchi sprecarlo.
E tra le scadenze anche lo studio con Ingegneria Edile…
Ho finito tutti gli esami e sto facendo la tesi. Sto andando a rilento perché ho fatto altri lavori e avevo bisogno di concentrarmi.