A Hong Kong la Juventus arriva da lontano. Da Torino, certo. Da una storia lunga e vincente, profondamente legata alla sua città: dalla famiglia Agnelli alla Fiat. Ma la Juventus appartiene anche ad altro: a maglie viste sugli schermi, a vecchie fotografie che fanno il giro del mondo, a discussioni tra tifosi che magari non hanno mai messo piede in Italia ma conoscono perfettamente la storia del club. È una squadra vicina a Torino e insieme lontanissima da essa. Seguita, discussa, amata anche da chi non le è mai stato accanto.
Il calcio ha sempre avuto questo lato strano: l’amore può nascere in un posto e crescere in molti altri. Hong Kong è uno di quei posti. Qui le grandi squadre europee arrivano spesso in estate, per preparare la stagione e incontrare un pubblico che normalmente vive il calcio da lontano. Ma la distanza – come ormai sempre più spesso accade – non esaurisce tutto. Ci sono fan club, academy, maglie indossate in città, persone che hanno costruito un rapporto con una squadra senza averla mai avuta davvero vicina.
La Juventus è tornata a Hong Kong dopo dieci anni. La vittoria contro il Chelsea al Kai Tak Stadium è stata la parte più visibile della visita, quella finita sui giornali e sui social. Ma il viaggio aveva un significato più ampio: continuare un rapporto con la regione della Grande Cina che il club ha costruito negli anni attraverso partite, eventi e iniziative locali.
Secondo quanto comunicato dalla società, quasi il 50% della fanbase globale bianconera si trova nella regione Asia-Pacifico. È anche per questo che Hong Kong è diventata una tappa importante della tournée: una città che permette alla Juventus di incontrare una parte significativa del proprio pubblico internazionale. “L’obiettivo della Juventus è essere un co-creatore di valore nella regione”, ha dichiarato il club. “Sfruttiamo l’influenza globale della Juventus e le risorse regionali per costruire piattaforme uniche”.
Il 3 agosto la squadra è partita dall’aeroporto di Torino-Caselle verso Hong Kong. Nel gruppo c’erano Manuel Locatelli, Michele Di Gregorio e Francisco Conceição, insieme agli altri giocatori della rosa impegnati nella preparazione della nuova stagione. Fuori dal campo, però, c’era un altro tipo di programma. La sera dell’arrivo, alcuni tifosi hanno incontrato Lilian Thuram. Per molti era un volto familiare, amatissimo: uno dei protagonisti di una Juventus conosciuta spesso attraverso immagini, video e racconti.
Il giorno successivo la squadra ha partecipato al “Bianconeri Stripes Party” all’OZONE, il rooftop bar del Ritz-Carlton. Da lì sopra, con lo skyline di Hong Kong davanti agli occhi, il bianco e il nero della Juventus si trovavano in uno scenario ben lontano da quello in cui sono nati. Era probabilmente il senso stesso dell’evento: per una sera, persone arrivate da percorsi diversi si sono ritrovate nello stesso posto per la stessa squadra. “Dobbiamo riportare la Juventus dove merita di stare”, ha detto l’attaccante della Juve Kenan Yildiz durante l’evento. “Vogliamo dare il massimo”.
La presenza della Juventus in Asia non è iniziata con questa visita. Negli anni il club ha continuato a investire nella regione, aprendo otto academy e cercando di creare un rapporto con nuove generazioni di giocatori e tifosi. Non è una cosa immediata. La costruzione di un seguito internazionale richiede chiaramente del tempo. Anche il rapporto con Hong Kong ha attraversato momenti complessi. Nel 2020 la Juventus ha dovuto chiudere il proprio fan club ufficiale in città dopo alcune dichiarazioni legate alle proteste antigovernative del 2019, una vicenda che portò alla perdita del riconoscimento ufficiale del gruppo.
Prima di allora, la presenza del club nella regione era cresciuta gradualmente. Tra il 2008 e il 2019 la Juventus ha giocato sei partite nella Grande Cina, passando da Shanghai, Hong Kong, Pechino e Nanchino. Oggi nell’area sono presenti circa 34 Juventus Official Fan Club, con oltre 1.200 membri. Dietro questi numeri ci sono persone che hanno scelto una squadra nata molto lontano da loro. Il 5 agosto la Juventus ha partecipato a “Play with Juve”, un’iniziativa dedicata al calcio di base e alla comunità locale, coinvolgendo studenti, influencer e organizzazioni del territorio.
Poi è arrivata la partita. Al Kai Tak Stadium, davanti a oltre 43.500 spettatori, la Juventus ha affrontato il Chelsea. Pochi giorni prima, l’Inter aveva sfidato il Manchester City in una partita decisa ai calci di rigore. Hong Kong sta cercando da tempo un posto stabile nella mappa del calcio internazionale. Queste partite sono parte di quel percorso. Anche i giocatori hanno raccontato le loro impressioni sulla città. Durante una degustazione privata di tè organizzata durante queste amichevoli, Antoine Semenyo, esterno del Manchester City e della nazionale ghanese, ha parlato positivamente dell’esperienza a Hong Kong e delle strutture del Kai Tak Stadium. “È stato incredibile”, ha detto. “Ho visto tante squadre venire qui in tournée ogni estate. Hanno sempre parlato benissimo di questo posto”.
In passato, Hong Kong aveva già attirato l’attenzione del mondo del calcio, con il primo North London derby mai disputato fuori dal Regno Unito tra Arsenal e Tottenham Hotspur e la sfida tra Liverpool e Milan: due partite che avevano richiamato circa 100.000 spettatori. La Juventus tornerà a Torino con una vittoria e una nuova serie di immagini da aggiungere al proprio archivio. A Hong Kong, però, resterà qualcosa di diverso: la conferma che una squadra può essere lontana da casa e continuare, comunque, a essere riconosciuta, seguita e vissuta.