«Quando scendevo in campo, mi sentivo invincibile. Sapevo di avere dentro di me qualcosa che poteva aiutare la mia squadra a raggiungere un traguardo importante. Oggi cerco di trasmettere la stessa passione ai miei giocatori». Filippo Inzaghi oggi compie 53 anni ed è diventato una leggenda. Per le centinaia di gol segnati, per la sua quasi soprannaturale capacità di vivere al limite del fuorigioco, anche per un soprannome unico e che sembra descriverlo perfettamente: Superpippo. Proprio come il personaggio dei fumetti, Inzaghi ha sempre avuto un suo particolare superpotere, che lo ha accompagnato dai suoi primi passi a Piacenza fino alla sua attuale avventura come allenatore del Palermo.
Sei stato uno degli attaccanti più prolifici e spietati di sempre, con oltre 300 gol ufficiali tra squadre di club e Nazionale, e sarai stato migliaia di volte davanti alla porta: cosa provava Pippo Inzaghi in quel momento lì, nell’attimo di colpire?
Per fortuna che non c’era molto tempo da pensare in quei momenti, e quindi non pensavo a niente (ride, ndr). Riuscire a segnare era una cosa che mi veniva naturale. Certo, ho sempre lavorato duramente per migliorarmi, in ogni allenamento e in ogni partita della mia carriera. Ho avuto una sorta di dono, che era quello di riuscire a mantenere la lucidità e la calma nei momenti importanti per un attaccante, ovvero davanti alla porta. Io seguivo il mio istinto, e per fortuna che spesso mi ha aiutato. 316 gol tra i professionisti sono tanti, un po’ mi ha aiutato la natura e un po’ ci ho messo del mio: quando scendevo in campo mi sentivo forte, e sapevo di poter fare delle cose importanti per aiutare la mia squadra. Sentire il pubblico allo stadio cantare e gridare il mio nome mi dava una grande motivazione, lo facevo per me e anche per i tifosi.
«Non è Inzaghi a essere innamorato del gol, è il gol a essere innamorato di Inzaghi». Questa frase è di Emiliano Mondonico, il tuo ex allenatore all’Atalanta. Che rapporto avevi con la rete? Cosa significava per te e cosa provavi nel momento in cui vedevi il pallone entrare?
Beh un po’ mi ci riconosco, sì. I tifosi mi hanno sempre chiamato Superpippo, e forse allora quello era il mio superpotere, quello di farmi amare dal gol! (ride, ndr) Sinceramente non ho mai pensato troppo a quale partita stessi giocando. Per me preparare un’amichevole oppure una finale di Champions League era quasi la stessa cosa, perché amavo quello che facevo e lo volevo fare al meglio. Il mio obiettivo era essere sempre al massimo delle mie possibilità e uscire dal campo senza rimpianti. Scegliere un solo gol per me è difficile, ne ho fatti tanti e di tutti i tipi, ma se proprio devo farlo, allora ti dico il primo con i professionisti: contro il Siena, nel dicembre del 1992. Ero in prestito dal Piacenza al Leffe, in Serie C1. Avevo 19 anni ed era la mia prima vera stagione da professionista, perché l’anno prima a Piacenza, dove avevo iniziato, avevo messo assieme appena due presenze. Il primo gol in assoluto è davvero qualcosa di speciale per un attaccante, è l’inizio di un percorso. Poi è chiaro che segnare una doppietta in finale di Champions League ha un sapore unico, è un’emozione indimenticabile. Il 2007 poi fu incredibile per me, perché riuscii a segnare cinque gol nelle tre finali che giocai: la doppietta in Champions League contro il Liverpool, un gol nel 3-1 contro il Siviglia nella finale di Supercoppa Europea a fine agosto e ancora una doppietta a dicembre nel Mondiale per Club a Yokohama, in Giappone, contro il Boca Juniors. È un record che resiste ancora e del quale vado fiero.
Qualche anno fa Arrigo Sacchi disse di te: «Se in un campo di calcetto a sette si giocasse una partita 200 contro 200, state pur certi che il primo gol lo farebbe Inzaghi»- Non fa un po’ sorridere che tu, bomber per eccellenza da oltre 150 gol in Serie A, abbia vinto il titolo di capocannoniere solo una volta, e per giunta con l’Atalanta?
Credo sia paradossale fino a un certo punto, perché ad esempio all’Atalanta potevo battere anche i calci di rigore, cosa che in seguito non ho più fatto tanto. Alla Juventus prima con Alex Del Piero e al Milan poi con Andriy Shevchenko c’era gente che dagli undici metri era infallibile. Era giusto che li calciassero loro, e condividevamo i gol tra tutti gli attaccanti per il bene della squadra. All’Atalanta invece tutti giocavano per me e avevo compagni come Domenico Morfeo che erano bravissimi nel mettermi in porta e che vivevano l’assist come la gioia più grande. È anche grazie a loro se sono riuscito a vincere il titolo di capocannoniere a Bergamo con 24 reti. Dopo quell’estate mi volevano tutte le grandi squadre italiane e da lì non mi sono più fermato. Mi ha fatto piacere che l’anno scorso Mateo Retegui sia riuscito a segnare un gol in più di me e a vincere nuovamente il titolo di capocannoniere con la maglia dell’Atalanta. I record sono una cosa bella, ma sono lì per essere battuti, e l’Atalanta è una società della quale ho bellissimi ricordi e che porto nel cuore. Mateo è forte e il fatto che abbia segnato così tanto è lì a dimostrarlo.
All’epoca l’Italia aveva fin troppi attaccanti fortissimi come Alex Del Piero, Bobo Vieri, Roberto Baggio, Vincenzo Montella, Francesco Totti, Luca Toni, tant’è che nemmeno tu giocavi sempre titolare in Nazionale. Che cosa sta succedendo agli Azzurri e al calcio italiano in italiano in generale?
All’epoca era davvero complicato riuscire a giocare in nazionale, forse di attaccanti forti ne avevamo anche troppi (ride, ndr)! In realtà avevamo tanti giocatori forti in tutti i ruoli… Con gli Azzurri ho segnato 25 gol in 57 partite, ma ben poche di quelle le ho giocate da titolare. Da un certo punto di vista è un po’ un tarlo per me, perché mi sarebbe piaciuto trovare più spazio, ma allo stesso tempo, tutte le volte che sentivo l’inno nazionale era un’emozione pazzesca. Aver vinto un mondiale con gli Azzurri è stato fantastico, ce l’ho nel cuore e non dimenticherò mai il mio gol contro la Repubblica Ceca nella terza partita del girone. Dovevamo vincere per evitare di finire nella parte di tabellone con le squadre più forti come il Brasile e ci riuscimmo per 2-0. Io segnai la seconda rete, che in Italia è diventata piuttosto famosa (ride, ndr)! Io e Simone Barone ci lanciammo affiancati in contropiede in direzione di Petr Cech. Sapevo cosa stavo facendo, ero sicuro di me e quando gli arrivammo vicino, la scelta più sicura sarebbe stata quella di passare il pallone al mio compagno, che a quel punto si sarebbe trovato di fronte alla porta spalancata. Invece aggirai il portiere con un dribbling e depositai la palla in rete. Credo che quel giorno decine di milioni d’italiani si spaventarono parecchio (ride, ndr)! In tutto il torneo segnai solo un gol, ma ebbi anche solo 20 minuti a disposizione in quella partita. Ovviamente io e Simone ne abbiamo parlato tante volte, è un ragazzo molto simpatico e ci siamo fatti delle grandi risate. Sono riuscito a vincere il Mondiale nel 2006 e subito dopo la Champions nel 2007: a livello personale è stato un periodo indimenticabile. Anche adesso però la Nazionale ha attaccanti forti, come lo stesso Retegui, o Gianluca Scamacca e Moise Kean. Quest’anno poi è esploso anche Francesco Pio Esposito, che mi sta piacendo tantissimo. Lo conosco di persona ed è un ragazzo con grandi mezzi e con la testa sulle spalle. Ha tutto ciò che serve per fare bene e guadagnarsi tanti anni in azzurro. Allo stesso tempo però non dobbiamo mettergli troppa pressione, ha appena vent’anni e l’anno scorso giocava ancora in Serie B con lo Spezia: diamogli il tempo di crescere.
C’è un’altra frase su di te, questa volta di Sir Alex Ferguson, che è passata alla storia: «Pippo Inzaghi dev’essere nato in fuorigioco». Qual era il tuo rapporto con quella linea immaginaria?
Beh, a questa frase di solito faccio notare che per fortuna devo essere nato un metro di qua da quella linea, altrimenti tutti quei gol non li avrei di certo segnati (ride, ndr)! Se da una parte seguivo molto spesso il mio istinto, dall’altra è anche ovvio che ci facessi attenzione. Sapevo come posizionarmi e tenevo d’occhio quello che facevano i miei avversari. C’è da dire che io ci credevo sempre e facevo del mio meglio per farmi trovare nel posto giusto al momento giusto. Vedere entrare il pallone era la gioia più bella, non importa come o contro quale squadra lo facessi. Ogni gol per me è stato importante e lo festeggiavo come se fosse il più bello e della mia carriera.

È vero che è stato tuo padre, tifoso del Milan, ad avvicinarti al calcio e a portarti per la prima volta a San Siro a vedere il Mundialito per Club, un torneo a cinque squadre con Milan, Inter, Juventus, Flamengo e Penarol che si giocò a cavallo tra giugno e luglio del 1983? Che ricordi hai di quella giornata e quanto rimase impressa negli occhi e nella mente di un ragazzino di nemmeno dieci anni?
La prima volta che sono entrato a San Siro è stato qualcosa di magico. Ricordo perfettamente la silhouette dell’impianto contro il cielo e le scale che correvano in rotondo sulle torri per salire agli anelli superiori. Poi, quando ho visto il campo, mi sono emozionato! Era molto più bello e più grande di quelli su cui giocavamo noi ragazzini a casa! Mio padre ci avvicinò al calcio e fu il primo a portarmi allo stadio, ma sia io sia mio fratello Simone avevamo solo quello in testa e passavamo tutto il tempo a giocare. Per me non c’era nient’altro e volevo fare solo quello. La prima volta che ci sono poi entrato da calciatore è stato nel 1996 con la maglia del Parma. Ricordo bene quella partita, perché perdemmo per 3-0, mi feci male dopo circa mezz’ora e fui costretto a uscire dal campo in anticipo. Ricordo anche cosa provai: lo stadio pieno, il rumore della folla, i colori sugli spalti. In un qualche modo sentii delle emozioni simili a quelle che avevo provato da bambino, perché San Siro è davvero un luogo magico. Se dopo aver vestito la maglia della Juventus decisi di passare al Milan, è stato anche perché sognavo di giocare ogni due partite in quello stadio pazzesco. L’atmosfera a San Siro è davvero unica: lo stadio all’epoca era sempre pieno, i cori dei tifosi erano assordanti, e certe sere vissute assieme io e i miei compagni non le potremo mai dimenticare.
Nel settembre 2001 ci hai giocato per la prima volta con la maglia del Milan, debuttando in casa con i rossoneri contro la Fiorentina. Ricordi? Sensazioni? Un cerchio che si chiude o una partita come le altre, al netto del debutto casalingo con la tua nuova squadra
Ricordo che quell’anno giocammo la prima di campionato in trasferta a Brescia e la seconda in casa contro la Fiorentina. Vincemmo 5-2, segnai un gol e feci anche un assist. Con la maglia della Juventus avevo segnato diverse reti in campionato al Milan, da avversario mi temevano ed ero un po’ preoccupato di come i tifosi mi avrebbero accolto. Mi dovevo meritare la loro fiducia e sapevo che non sarebbe stato facile. E invece andò tutto benissimo: quel giorno sentii davvero l’amore di tutto lo stadio. Da subito tutti riconobbero che ci mettevo il massimo impegno e tutta la mia dedizione. Certo, quello che abbiamo raggiunto in seguito assieme mi ha molto aiutato a entrare in maniera definitiva nel cuore dei tifosi del Milan, ma sin da subito il loro affetto e la loro stima sono stati incondizionati.
Prima di vestire la maglia del Milan, oltre a quelle di Atalanta e Parma, per quattro anni hai indossato in Serie A anche quella della Juve. Con i bianconeri hai vinto lo Scudetto al primo anno e giocato subito una finale di Champions League, poi persa contro il Real Madrid, segnando più di ogni altri tuo compagno in tre stagioni su quattro. Nonostante tutto, più dei successi e dei tuoi tanti gol in Italia e in Europa, se si pensa a te alla Juventus si pensa al tuo rapporto apparentemente conflittuale con Alex Del Piero. Che periodo è stato per voi e cosa c’è di vero? La vostra era davvero una convivenza difficile?
Se ne sono dette tante su di noi, ma il nostro rapporto è sempre stato ottimo. Il tutto è nato in occasione di una partita del febbraio 2000, che vincemmo per 4-0 in trasferta contro il Venezia. In quell’occasione segnai tre gol e in molti dissero che in un paio di circostanze avrei fatto meglio a passare il pallone ad Alex. Ma erano chiacchiere da bar o da giornali, nulla che veramente avesse importanza all’interno della squadra. Anche al Milan successe più o meno la stessa cosa, e a un certo punto la gente iniziò a parlare di presunte incomprensioni tra me e Shevchenko. In realtà non è mai stato così: eravamo tutti grandi abbastanza per capire che i gol di ognuno di noi erano per il bene della squadra, punto e basta. Poi è normale che in ogni squadra, come in ogni altro gruppo nel quale ci si trovi, uno leghi di più con una persona rispetto a un’altra. Questo dipendeva anche dall’età e dal tipo di vita che conducevamo: alcuni dei miei compagni erano già sposati, io ad esempio non lo ero, e quindi non ci frequentavamo tutti con la stessa assiduità. Ma dal punto di vista del rapporto personale e professionale c’è sempre stata grande stima, perché entrambi avevamo lo stesso obiettivo: fare il bene della squadra in cui giocavamo. E io e Alex di gol assieme ne abbiamo segnati tanti.
Sei cambiato nel corso della tua carriera? E nel processo di crescita, ti sei reso conto di star migliorando, di crederci di più, di avere maggior fiducia?
Ogni età ha le sue dinamiche e le sue caratteristiche. Quando sei giovane, giochi con più spensieratezza e sfacciataggine, quando sei più maturo invece sfrutti meglio altre qualità come l’esperienza. Poi di certo sono anche cresciuto nel corso della mia carriera, è stato un percorso che ha avuto come filo conduttore il massimo impegno di tutti i giorni, in ogni allenamento e in ogni partita. Il lavoro paga sempre e io ho sempre avuto la consapevolezza di essere una persona fortunata e privilegiata. Ho fatto del mio gioco preferito la mia professione e questa mi ha dato tutto: fama, successi e tanta gioia. Di certo i soldi sono sempre venuti all’ultimo posto, perché ero felice di quello che facevo. Ho fatto esattamente ciò che sognavo di fare sin da bambino, e questa è una fortuna che non tutti hanno nella vita.
L’apice della carriera da giocatore lo hai raggiunto al Milan, dove in udici stagioni hai vinto tutto: due Champions League, due Supercoppe Europee, un Mondiale per Club, due scudetti, una Coppa Italia. Se dovessi scegliere un trofeo di quelli che hai vinto, è troppo scontato dire la Champions League 2007, anche alla luce di quanto era accaduto due anni prima in finale a Istanbul?
Ormai è parte del mio passato, ora faccio l’allenatore e non penso spesso a quando ero un giocatore. A volte però mi capita, magari quando ne parlo con qualcuno, e allora mi rendo conto che quanto è successo in quel periodo è stato davvero incredibile. A Istanbul perdemmo la finale contro il Liverpool dopo essere stati avanti di tre gol al termine del primo tempo. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe accaduto dopo, eppure è successo. Io tra l’altro quella sera vidi la partita dalla tribuna perché non stavo bene, e quindi per me il dolore fu doppio: di aver perso la finale e di non poter aiutare i miei compagni. Due anni dopo, questa volta ad Atene, segnai due reti contro lo stesso avversario, venni eletto miglior giocatore della partita e portammo a casa il trofeo. A dicembre poi segnai una doppietta anche nella finale del Mondiale per Club contro il Boca Juniors, che quattro anni prima ci aveva battuto nella stessa finale ai calci di rigori. In pochi mesi ci eravamo presi la rivincita contro due squadre che negli anni precedenti ci avevano dato delle grosse delusioni, e fu come la chiusura di un cerchio: è incredibile come a volte il calcio riesca a essere ciclico. Nel 2000 ad esempio perdemmo a Rotterdam l’Europeo in finale contro la Francia a causa del golden gol di David Trezeguet. David poi, allora alla Juve, sbagliò un rigore contro il Milan nella finale di Champions League 2007, e pure quello decisivo nella finale della Coppa del Mondo 2006. In quegli anni il Milan era fortissimo: nel 2003 vincemmo la Champions League in finale a Manchester battendo la Juventus; nel 2004 venimmo eliminati ai quarti di finale in maniera incredibile dal Deportivo La Coruna, che all’andata avevamo battuto 4-1 e che al ritorno ci sorprese con un 4-0; nel 2005 perdemmo la finale contro i Reds; nel 2006 uscimmo in semifinale a causa di un solo gol contro il Barcellona poi campione e nel 2007 vincemmo di nuovo il trofeo. Il segreto di quella squadra era il gruppo, formato da grandi professionisti con una mentalità vincente. Dopo aver vinto un trofeo, il primo obiettivo di tutti era subito quello di vincerne un altro, quasi a costo di non godere di quello che avevamo appena fatto. La stessa cosa accadeva dopo le sconfitte: il giorno dopo s’iniziava a preparare il percorso per tornare a vincere di nuovo. Spesso mi è stato chiesto come si fa a ripartire dopo una partita come quella di Istanbul, o anche a trovare nuove motivazioni dopo una come quella di Atene: a noi veniva naturale, era la forza di un gruppo che lavorava con l’ambizione di vincere, con fiducia e resilienza, perché chi semina bene alla fine raccoglie sempre.
Si sente sempre dire che le notti di Champions sono speciali. Lo sono veramente e che cosa le rende tali? Sentivi anche tu la differenza?
Sicuramente sì, e i 70 gol che ho realizzato in poco più di 100 partite in competizioni UEFA per club sono lì a dimostrarlo. In Europa ho segnato quasi un gol a partita proprio perché quelle serate erano esaltanti. La cosa che mi colpiva sempre tantissimo era arrivare a San Siro in un giorno di Champions League e vedere centinaia di pullman di tifosi del Milan provenienti da tutta Italia, da Roma come da Cosenza o da chissà dove. Anch’io ero stato un tifoso e sapevo quali sacrifici quelle persone stavano facendo. Magari avevano accettato di passare due giorni in viaggio solo per vederci giocare 90 minuti, e questo non mi poteva lasciare indifferente. In me scattava qualcosa che mi spingeva a dare tutto me stesso per non deluderli. E poi c’era quella musichetta che davvero mi emozionava. A 37 anni ho segnato una doppietta al Real Madrid: ricordo che entrai dalla panchina e che avevo preparato due magliette, una con il 69 e una con il 70, il numero di gol in Europa che in effetti raggiunsi quella sera. Fu incredibile riuscirci in quel modo, all’epoca io e il capitano dei Blancos Raúl ci superavamo e contro superavamo in testa a quella classifica; furono anni di grandi rivalità ma anche di grandi gioie. Dopo di noi sono arrivati campioni incredibili come Lionel Messi, Cristiano Ronaldo e Robert Lewandowski, e oggi ve ne sono altri come Erling Haaland e Kylian Mbappé. È vero che negli ultimi anni si giocano anche molte più partite rispetto ai miei tempi, ma bisogna anche ammettere che si tratta di giocatori fantastici che, inseriti in grandi contesti, hanno fatto cose uniche. Segnare più di 100 gol in Champions League è eccezionale, anche se si gioca nel Real Madrid, nel Barcellona o nel Bayern Monaco.
Come vive oggi Pippo Inzaghi e come convive con la fama e un passato così ingombrante? È un vantaggio o anche un problema a volte?
Per il lavoro che svolgo, penso sempre che quello che sono stato sia un vantaggio. Molti dei ragazzi che alleno oggi mi hanno visto giocare e mi conoscono. Quando vado in giro sembra che non abbia mai smesso e la gente comune mi ha sempre riconosciuto impegno e dedizione; ora cerco di trasmettere la stessa passione ai miei giocatori, e mi sembra che mi riesca abbastanza bene. Tante volte mi è stato chiesto chi me lo faccia fare di continuare a lavorare duramente. È vero che dal calcio ho avuto tutto, ma quello che mi fa andare avanti è proprio la passione che è dentro di me e il sapere di poter insegnare qualcosa. È così che ho iniziato a fare questo lavoro. So bene che tanti talenti finiscono per perdersi per strada per delle sciocchezze, e questo mi dispiace. Io cerco di far capire ai miei ragazzi che con il duro lavoro si può arrivare a realizzare i propri sogni; cerco di renderli consapevoli della fortuna che hanno e che sarebbe un peccato mortale non sfruttarla al massimo.
Cosa c’è di Pippo Inzaghi uomo nel Pippo Inzaghi allenatore? O dove finisce uno e inizia l’altro, se un confine tra i due esiste?
Fare l’allenatore non fa di te una persona diversa, si tratta di un lavoro e lo devi fare con le tue caratteristiche. Io ho avuto tanti allenatori, ma non potrei mai copiare nessuno di loro; è normale che voglia e debba rimanere me stesso. Come allenatore non puoi snaturare la persona che sei, altrimenti non saresti credibile agli occhi dei tuoi giocatori. Io cerco sempre di essere il più vero e leale possibile. È normale pensare ai maestri che si sono avuti, e per me soprattutto Carlo Ancelotti è stato importantissimo, cercando d’imparare da loro e di prendere tutto quello che di buono mi hanno dato. Di certo alcuni allenatori che ho avuto hanno commesso degli errori con me che io ora cerco di non ripetere. Detto questo, anch’io sono umano e anch’io ne farò sicuramente: ciò che conta davvero è cercare sempre di essere leali, perché è la cosa che i giocatori apprezzano di più.
L’estate scorsa, al termine della stagione al Pisa, hai detto che aspettavi solo la chiamata del Palermo. Come ti trovi in Sicilia e hai trovato ciò che ti aspettavi?
Sentivo che Palermo poteva rappresentare il passo giusto, nel momento giusto, per la mia carriera di allenatore. Oggi, vivendo questa realtà ogni giorno, posso dire che ho trovato esattamente ciò che immaginavo. Qui c’è una struttura che lavora con standard altissimi, quelli del City Football Group, che ti permette di pensare in grande ma che allo stesso tempo ti obbliga a essere concreto ogni giorno. Nulla è lasciato al caso, dall’organizzazione al supporto quotidiano, tutto è costruito per crescere nel lungo periodo. Il Palermo è un club da Serie A che oggi gioca in Serie B, e questa è una consapevolezza che sentiamo tutti dentro di noi. Qui a Palermo c’è un progetto molto solido, non si lavora con un focus stagionale, ma per creare basi durature. La società ha una visione chiara: riportare il Palermo dove merita, ma soprattutto renderlo una presenza stabile nell’élite del calcio italiano. Io credo molto nelle squadre che crescono passo dopo passo, che si costruiscono un’identità precisa e che diventano riconoscibili. L’obiettivo non è solo arrivarci, ma costruire qualcosa che possa durare, che permetta a questa squadra di restare stabilmente nella massima serie. È un cammino che richiede lavoro e pazienza, ma è proprio questo che mi ha convinto ad accettare questa sfida. E se tra qualche anno si potrà parlare del Palermo come di una squadra rispettata e competitiva, allora vorrà dire che abbiamo lavorato bene.
Al tuo arrivo hai parlato tanto dell’importanza del pubblico del Renzo Barbera, definendolo da Champions League: com’è il tuo rapporto con i tifosi rosanero?
Il rapporto con i tifosi di Palermo è qualcosa che va oltre il calcio. L’ho percepito subito, fin dalla mia presentazione allo stadio. Ci sono momenti che ti restano dentro più di altri, e uno di questi è stato il rientro in città dalla gara persa per 3-0 contro il Monza. Trovare così tanta gente ad aspettarci in piena notte, senza rabbia ma con la voglia di starci vicino e di lottare insieme per il nostro sogno, è stato qualcosa che mi ha colpito profondamente. È in momenti come questi che capisci che qui a Palermo il calcio è tutto. Sento un grande senso di responsabilità verso questa gente, perché ci ha dato fiducia ancora prima che dimostrassimo qualcosa. Abbiamo un debito che non possiamo ignorare. Il nostro obiettivo è restituire almeno una parte di quell’affetto e sappiamo che per farlo serve qualcosa d’importante.

Nel corso della tua carriera da allenatore, iniziata appena finito di giocare dalle giovanili del Milan, hai già ottenuto tre promozioni: col Venezia nel 2017 dalla C alla B, col Benevento nel 2020 dalla B alla A e la scorsa estate col Pisa sempre dalla B alla A. Se per ora i tuoi risultati nelle serie “minori” sono stati più che soddisfacenti, lo stesso non si può dire di quanto accaduto in Serie A con Milan, Bologna e Salernitana. Solo una questione di rose a disposizione o ci sono anche fattori come l’esperienza o altro?
Le promozioni sono state tappe fondamentali del mio percorso, ma non le vivo come un punto di arrivo. Sono esperienze che mi hanno formato e che mi hanno insegnato quanto sia importante costruire prima ancora di vincere. D’altra parte però sono convinto che tutte le esperienze, anche quelle più complicate, servano per crescere. Rispetto alle prime panchine oggi mi sento più completo e più consapevole, ma a qualsiasi livello non si smette mai d’imparare dai propri errori. Ho imparato a gestire meglio le situazioni provando a capire quando serve intervenire e quando invece è meglio aspettare. Le difficoltà che ho avuto in Serie A hanno fatto parte del mio percorso e non le rinnego, al contrario sono state fondamentali per diventare l’allenatore che sono oggi e sono convinto che mi serviranno nel prosieguo della mia carriera.
Dove si vede Filippo Inzaghi da qui a cinque anni? E da qui a doeo anni?
I miei sogni e le mie ambizioni preferisco tenerli dentro di me, fanno parte del mio modo di essere e di vivere questo lavoro ogni giorno. Non mi piace guardare troppo lontano o fare previsioni. Quello che so con certezza è che tra cinque o dieci anni amerò il calcio con la stessa passione pura di quando ero bambino.