L’uomo del Marcellooo e delle notti magiche dello sport: intervista a Franco Bragagna

La voce dei Giochi Olimpici (e di tante altre cose) racconta la sua carriera, il suo modo di raccontare le gare, gli atleti, le emozioni.
di Francesco Paolo Giordano 10 Agosto 2026 alle 14:30

Sono passati cinque anni da quella che oggi possiamo ricordare come l’estate di Tokyo. I Giochi estivi migliori nella storia dell’Italia olimpica, che riuscì a conquistare 40 medaglie (numero poi pareggiato tre anni dopo a Parigi). Migliori, e per certi versi inarrivabili, per quanto riguarda l’atletica: cinque ori per i nostri atleti, imprese – dai 100 metri di Marcell Jacobs alla staffetta maschile, passando per il salto in alto con Tamberi e la marcia – che sono rimaste e rimarranno sempre nell’immaginario di tutti gli italiani. La voce che ha accompagnato quelle imprese e che le ha rese, per certi versi, ancora più definite nella nostra memoria, è quella inconfondibile di Franco Bragagna, il cantore dello sport italiano e non solo. Con Tokyo 2020 – e alcune frasi culto, come sta per succedere una cosa – Bragagna è diventato qualcosa di più di una semplice voce: il riferimento assoluto degli appassionati sportivi nostrani, che in lui hanno trovato passione, competenza, cultura. Dopo aver terminato la lunghissima esperienza in Rai, non senza qualche rimpianto, per lui e per gli spettatori (i Giochi di Milano Cortina su tutti), Bragagna riparte da Sky Sport: lo vedremo in questi giorni commentare gli Europei di atletica di Birmingham. Ma non di sola atletica vive l’uomo. E nemmeno Bragagna.

Ti ricordi quanti sport hai commentato?
Sono più vicini ai 60 che ai 50, considerando tutta una serie di sottodiscipline invernali, non tutte olimpiche. Non ho tenuto un vero e proprio taccuino, o meglio: ho dovuto iniziare a tenerlo da un certo momento in poi in Rai perché c’era un’indennità che scattava al raggiungimento di un quorum. Ma io quel quorum l’avevo superato ampiamente, quindi non avevo problemi per quell’indennità, che pure non era male a fine mese! Io sono meno pignolo su alcune cose di quanto si creda o si tema.
Più che dire gli sport, allora chiamiamolo solo: lo sport. Quando nasce questa passione?
Io nasco in un periodo in cui c’era un’unica televisione a cui abbeverarsi se eri “malato” di sport come me: la Rai. Aveva uno o due canali in bianco e nero, ma faceva un servizio pubblico ammirabile, mostrando tutto. E non solo: da noi a Bolzano si riceveva la televisione svizzera e tedesca, che trasmetteva la Coppa del Mondo di sci. Le cose che apprendi da bambino ti danno passione e competenza.

C’è stata una disciplina precisa di cui ti sei innamorato prima di tutte?
No, è stata una cosa sviluppata negli anni e coltivata come una passione globale. Pensa che attorno al 2000 mi telefonarono per chiedermi quale fosse stato l’evento sportivo più importante del secolo per me. Sorpresi tutti rispondendo: Italia-Germania 4-3 del 1970.
Perché?
Perché fu costruita attraverso una situazione affettiva e familiare particolare. Andò in onda tardissimo e la guardai grazie alla complicità di mio padre Carlo, mentre mia madre non l’avrebbe mai permesso. Con le Olimpiadi di Città del Messico ’68, ad esempio, quando mio padre andava a dormire, io guardavo le gare a basso volume e bassa luminosità per non farmi scoprire da mia madre. Quella partita del ’70 mi è rimasta dentro anche perché ho perso mio padre prestissimo – lui aveva 42 anni, io 16 – e mi è mancata tantissimo la possibilità di confrontarmi con lui. Mia mamma non ne sapeva nulla di sport.
E il resto della famiglia?
Mia sorella Sonia sarebbe potuta diventare un’atleta di ottimo livello. Era primatista italiana allieve nel pentathlon ed era andata persino alla Snia di Milano allenata da Franco Sar. Avrebbe avuto i numeri per fare grandi cose, ma le mancava un po’ di cattiveria agonistica. Dicevano: “Se Sonia avesse la testa di suo fratello Franco, sarebbe un fenomeno!”. E io rispondevo sempre: “Sì, ma se a me restassero la sua testa e i miei mezzi fisici, finirei ricoverato!”.

La tua strada non era lo sport praticato.
Assolutamente no. Anche se ho praticato di tutto: calcio a 7, 8, 5, pallavolo, pallacanestro. Nell’atletica facevo la marcia, che ho sempre adorato. Ma in famiglia abbiamo sempre avuto una maturità biologica molto tardiva: rispetto ai miei coetanei ero fisicamente più indietro, e in sport dove la forza fisica è preminente venivo battuto.
Meglio raccontarlo, allora. Ma si può essere onniscienti nella tua professione?
L’improvvisazione c’è sempre. Lavorando 35 anni e mezzo in Rai, il preavviso spesso era minimo. Però partivo con una buona base. L’unico sport che devo ancora capire è il cricket! Pensa che baseball e softball mi piacciono tantissimo e ne capisco le basi, ma nel cricket non ci arrivo. Per il resto, se vieni chiamato a fare i Giochi Olimpici devi avere delle basi. Il telespettatore si aspetta un lessico appropriato: se nel baseball dici “ha buttato la palla fuori” invece di “fuoricampo”, chi ti ascolta percepisce che il lessico non è quello corretto per la disciplina.

A proposito di lessico, tu hai spesso criticato l’uso eccessivo di anglicismi nel giornalismo sportivo.
Esatto. Nel calcio si usa uno slang da preparatori atletici che spesso non va bene per il grande pubblico. Ma soprattutto, perché dire clean sheet quando l’italiano offre “rete inviolata”? O personal best invece di “primato personale”? L’italiano è una lingua meravigliosa che permette di tradurre qualsiasi cosa. I francesi dicono jeu décisif per il tie-break. Noi italiani siamo fin troppo pronti ad accogliere gli anglicismi, quando invece basterebbe parlare in modo chiaro e corretto.
Qual è lo sport più difficile da raccontare?
Lo short track, il pattinaggio di velocità su pista corta. Succedono tantissime cose contemporaneamente in un anello di soli 111 metri: le staffette, le spinte, le scorrettezze… e tutto a una velocità supersonica! Io ho un eloquio molto veloce, ma lo short track è terribile: pensi di aver visto tutto e poi dai rallenty scopri cose successe giri prima. È difficilissimo, ma mi è sempre piaciuto da matti proprio perché mi metteva alla prova.

Ci sono state imprese “impossibili” nella tua carriera? Telecronache al limite dell’assurdo?
Una su tutte: nel 1994, per le gare di Coppa del Mondo di canottaggio a Lucerna. Era il 17 luglio, il giorno della finale dei Mondiali di calcio Italia-Brasile. Giampiero Galeazzi era negli USA al seguito della Nazionale di calcio, così mandarono me a Lucerna all’ultimo momento. Arrivo sul posto, ma scopro che la Rai non aveva confermato la prenotazione della postazione. Entro pagando il biglietto. Non c’era la cabina allestita, così mi adatto in uno stanzino con un semplice telefono. Inizio il racconto guardando un maxischermo, ma a metà diretta l’immagine del monitor salta del tutto. Per 50 minuti ho dovuto raccontare le gare al telefono senza vedere nulla di cosa succedeva nei primi 1800 metri di percorso. Dissi subito la verità al pubblico: Signori, il monitor è nero, vi racconto i partecipanti e le loro storie, poi quando le barche saranno a vista vi dirò chi sta vincendo. Il giorno dopo la Gazzetta dello Sport massacrò la Rai e incensò me, e a fine anno la Federazione Canoa mi diede il premio di giornalista dell’anno!

E nell’atletica è mai successo un episodio simile?
Lisbona 1996, Coppa Europa. Faccio la telecronaca in diretta sul posto per una sintesi che doveva andare in onda a mezzanotte. Finita la gara mi chiama il collega da Roma e mi fa: Franco, qui non è arrivato l’audio, è tutto muto. Che facciamo?. Ho dovuto rifare la telecronaca da capo “al buio”, basandomi solo sui tempi del mio cronometro! Dicevo al montatore: Sandro, io dico i nomi delle 8 atlete sui 100 metri, poi faccio una pausa, tu sulla pausa ci monti il colpo di pistola e poi vado avanti a raccontare. Mezz’ora dopo abbiamo spedito il pezzo montato in onda. Nessuno da casa si accorse di nulla.
Torniamo all’agosto 2021: «37 e mezzo non è febbre, è febbrone da cavallo!» e «Marcello!». Erano frasi preparate?
Assolutamente no, è stato tutto dettato dal momento. Colleghi che ho stimato moltissimo, come Marco Civoli – che raccontò divinamente il trionfo di Berlino 2006 –, ammisero di essersi preparati la frase di chiusura. Per quanto mi riguarda, prepararsi prima rischia di ingabbiare il racconto. Nelle mie lezioni dico sempre di farsi trascinare dall’evento. Il richiamo a Fellini con «Marcello» è stato spontaneo: per la mia generazione l’associazione con La Dolce Vita era immediata, anche se poi forse Jacobs non l’ha neanche capita subito! L’unica cosa di cui non vado fiero è quando mi è scappato un «Signore mio!»: la divinità o la religione non dovrebbero mai entrare nelle vicende sportive.

Com’è il tuo rapporto con la popolarità e con il fan club che è nato in tuo onore?
Mi mette immensamente in imbarazzo! Chi ha fondato il fan club è un ragazzo che faceva il marciatore e che mi ha confessato di aver iniziato a fare atletica ascoltando le mie telecronache. Sono cose che mi riempiono di gioia, ma mi intimidiscono. Fortunatamente la mia è una popolarità legata alla voce e non al volto: la gente non mi riconosce per strada, ma a volte riconoscono la voce mentre parlo. Una volta uno steward svedese della SAS mi ha sentito parlare in aereo e si è girato dicendo: “Ma lei non è quello di Göteborg ’95?”. Ecco, quelle sono piccole cose meravigliose da ricordare.
C’è qualche personaggio o realtà sportiva che segui con affetto oggi?
Sì, mi piacciono i giovani educati, a modo, ma anche divertenti, pur non essendo mai esagerati. Mi piace immensamente Jannik Sinner, che tra l’altro è cresciuto a due passi da casa mia. E in Formula 1 mi piace molto Andrea Kimi Antonelli: un ragazzo bolognese simpaticissimo, bravo e posato. E poi mi commuove vedere un campionissimo come Lewis Hamilton che a 41 anni, dopo aver vinto tutto, piange per la sua prima vittoria su una macchina nuova.

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