Quando parla della marcia, quindi inevitabilmente di sé, Antonella Palmisano è un fiume in piena. Nel senso che ti travolge con le sue storie, con i suoi aneddoti, e al tempo stesso riesce a trasmetterti un amore infinito per quello che fa. Non solo come sportiva, ma anche – se non soprattutto – come persona che si sente realizzata, completa, felice grazie a quello che realizza in pista. Nel caso specifico, si tratta di record grandiosi, di vittorie indimenticabili: Palmisano, infatti, è stata la prima donna italiana a conquistare un oro olimpico nella marcia, per la precisione nella 20 chilometri ai Giochi di Tokyo, e per di più nello stesso giorno in cui festeggiava il suo trentesimo compleanno – il 6 agosto 2021. A quel successo ha aggiunto un oro europeo (Roma 2024) e un argento mondiale (Tokyo 2025), più tante altre medaglie che non elenchiamo per ragioni di tempo e di spazio. Come detto, però, questa bacheca così luccicante deve essere considerata come una sorta di corollario: per Palmisano, infatti, marciare è sempre stato «un modo per sentirmi libera, ho iniziato a farlo senza sapere dove mi avrebbe portato. Le vittorie che ho ottenuto sono una meravigliosa gratificazione per il lavoro che ho fatto, per l’impegno che ci ho messo. Ma la cosa più importante, per me, è che in pista ho costruito la mia identità».
Inevitabile chiedersi, a questo punto: com’è nata questa passione, questo amore così forte per la marcia? Com’è avvenuto il primo incontro?
Dove sono nata e cresciuta, a Mottola in provincia di Taranto, non avevamo la possibilità di provare così tante specialità, così tanti sport, perché comunque le attrezzature erano veramente limitate. Per alcuni anni ho fatto pallavolo, ma non mi sentivo portata: facevo la palleggiatrice ed ero bassa, ma soprattutto era un gioco di squadra e sentivo troppo la pressione, non ero a mio agio. Quando mi hanno chiesto di cambiare per uno sport individuale, la corsa campestre, ho colto subito l’occasione. Però non andò benissimo, arrivavo sempre dietro, in un campionato italiano finii addirittura 70esima. Un’estate, però, mi ritrovai a fare queste gare di marcia e mi conquistò subito perché non c’era bisogno di attrezzature, solo dell’asfalto. E in sei mesi ho vinto il mio primo campionato italiano.
Un amore a prima vista, praticamente…
Devo dire che io sentivo di praticare la marcia in maniera facile, nel senso che il gesto tecnico in sé mi calzava a pennello. Poi col tempo ti accorgi che in realtà non è così semplice, che per andare veloci bisogna perfezionare tanti aspetti, però inizialmente questo sport era anche un’opportunità per fare qualcosa di diverso, per rimanere fuori casa, per sentirmi parte di un gruppo e divertirmi. Nella mia famiglia non c’era una grande passione per lo sport, quindi io a 15 anni neanche immaginavo cosa potesse essere un’Olimpiade. E quindi per me la marcia era: ok, vado al campo, sto con la tuta e con tutti i miei amici, in fondo il movimento della marcia mi viene naturale e quindi mi diverto.
Quando c’è stata la svolta? Quando è iniziato a venir fuori che la marcia, per Antonella Palmisano, stava diventando qualcosa di più di una passione?
Una delle gare più importanti per me, per la mia storia, è stata quella che ho affrontato a Chihuahua, in Messico, nel 2010. Partecipai alla Coppa del Mondo quando non ero ancora assoluta, facevo l’ultimo anno delle superiori e in quel momento mi sono resa conto che stavo iniziando a coltivare quella determinazione che poi mi avrebbe portato a raggiungere i risultati che ho raggiunto. Il mio allenatore mi faceva fare due sessioni ogni giorno, io quindi alle sei del mattino mi alzavo, mi allenavo, poi andavo a scuola, il pomeriggio mi allenavo di nuovo, poi studiavo e riuscivo a tenere tutto insieme. In Messico, poi, ho messo per la prima volta in testa il mio fiore portafortuna ed è arrivato l’oro nei 10 chilometri juniores. Nello stesso periodo sono entrata in Fiamme Gialle e ho capito che quello era il mio futuro.
A quel punto deve essere iniziato un lavoro più specifico su alcuni punti, su alcuni aspetti della tecnica di marcia.
La marcia è una disciplina che si sviluppa su tanti chilometri, quindi è inevitabile insistere sulla resistenza. Col tempo, poi, mi sono concentrata molto sulla rapidità del gesto: inizialmente io avevo in testa questo movimento modello russo che ai miei tempi andava per la maggiore, uno stile vecchio stampo caratterizzato da un passo ampio, dalle braccia che si muovono in sincronia; i cambiamenti dello sport e delle attrezzature, prime tra tutte le scarpe, hanno portato a un’evoluzione della tecnica, così ho dovuto integrare il mio modello a quello cinese, più veloce ed efficiente.
Così è arrivato l’oro olimpico…
È stato qualcosa di veramente grande, anche se in un periodo davvero bruttissimo come quello del Covid. Uno si immagina sempre lo stadio pieno, la gente che ti acclama, io in quel caso ho vissuto emozioni diverse: sentivo solo il rumore delle macchine fotografiche. Allo stesso modo, però, è stato davvero bellissimo: ero sul tetto del mondo e quasi non ci credevo, non riuscivo a realizzare. Mi dicevo: “Proprio io? È davvero possibile tutto questo?”. Anche perché passi tutta la vita a raggiungere quel risultato anche se sai che difficilmente ce la farai. Poi riesci a farcela e quella cosa ti rimarrà per sempre.
Com’è cambiata la vita di Antonella Palmisano dopo il successo a Tokyo?
È subentrata la consapevolezza di essere riuscita a fare una grande impresa. Poi per me è stata una gratificazione importante, vengo da un paesino piccolo e ho dovuto affrontare ostacoli enormi, eppure ho vinto l’oro. E per di più l’ho vinto rappresentando un Paese dalle enormi tradizioni sportive: sono parte di una storia prestigiosa che continuerà a essere importante anche dopo di me. Infine, ma non in ordine di importanza, credo che aver conquistato l’oro olimpico ha cambiato la mia visione dei risultati che ottengo: prima lo facevo dando la priorità a me stessa, adesso credo di gareggiare anche per accendere i riflettori sulla marcia, sul mio sport.
Dal punto di vista valoriale, più che tecnico: cosa trasmette la marcia ad Antonella Palmisano?
Sicuramente mi ha insegnato la determinazione, poi mi ha fatto sentire parte di un gruppo, mi ha aiutato a costruire la mia identità: da adolescente ho dovuto affrontare tanti ostacoli e anche tanti divieti, eppure alla fine ho vinto l’oro olimpico. Un altro aspetto fondamentale, per me, riguarda l’amicizia: alla fine, in gara, la competitività e la rivalità vengono fuori, ma al tempo stesso l’agonismo può essere anche sano. Penso al rapporto che ho costruito con María Pérez, vincitrice di un oro e di un argento a Parigi 2024, che proprio dopo le Olimpiadi francesi mi ha aiutato a superare un momento difficile. È anche grazie a lei, attraverso lei, che sono riuscita ad andare avanti nella mia carriera.
Anche nella Nazionale italiana, ora che siamo alla vigilia degli Europei di Birmingham, c’è una bellissima atmosfera…
Io ci credo molto, ma a dirlo sono anche i numeri: abbiamo la Nazionale più forte di sempre. Il cambiamento abbiamo iniziato a percepirlo a Tokyo, noi lo abbiamo sentito quando eravamo dentro al Villaggio Olimpico: prima Jacobs, poi Tamberi, poi Massimo Stano, è come se man mano avessimo costruito una catena che ci ha dato positività, che ci ha dimostrato che nulla è impossibile. Adesso questa sensazione è radicata in noi, non ci poniamo limiti, e spero che tutto questo porti a investire ancora di più nella crescita del movimento. Qualche settimana fa ci sono stati i Giochi della Gioventù e c’erano tantissimi ragazzi: ecco, è lì che dobbiamo puntare per crescere ancora, nelle scuole medie i docenti devono mettersi a cercare nuovi talenti, non possiamo aspettare che il ragazzo o la ragazza ti vengano al campo, dobbiamo andarli a prendere prima. È così che si possono costruire nuovi campioni.