Agli Europei di Birmingham è tornato il “solito Tamberi”, e questa volta è una bellissima notizia

Il quarto oro continentale, terzo consecutivo, ha un significato enorme per l'altista azzurro, dopo mesi pieni di contraddizioni e difficoltà.
di Redazione Undici 15 Agosto 2026 alle 05:18

Gianmarco Tamberi ha aspettato che l’asticella cadesse dalla parte sbagliata per liberarsi. È bastato un errore di Oleh Doroshchuk a 2 metri e 32, la misura che l’ucraino aveva già saltato in stagione e che sembrava poter diventare il confine tra l’oro e tutto il resto. Tamberi quella quota non l’ha nemmeno affrontata: aveva già costruito la sua vittoria prima, mettendo insieme una gara fatta di salti puliti, nervi, esperienza e soprattutto quella faccia che per troppo tempo era sembrata mancargli. Quando Doroshchuk ha fallito, Gimbo ha capito di essere campione d’Europa per la quarta volta. E si è trasformato nel solito Tamberi.

Salti e capriole sul materasso dell’alto, poi la scalata della tribuna per andare a cercare i tifosi, gli abbracci con Matteo Sioli e infine quello con un attonito Doroshchuk. Una festa senza freni, esagerata come lui, spontanea come forse non la si vedeva da tempo. L’oro di Birmingham è arrivato con 2,32 al secondo tentativo. Ma la misura, in fondo, è quasi un dettaglio. Perché Tamberi ha vinto soprattutto contro qualcosa che non si misura con il metro: ha vinto contro i mesi complicati seguiti a Parigi, contro la fatica, contro i dubbi e contro quella sensazione di non essere più completamente padrone di se stesso che aveva raccontato nei mesi scorsi. Prima dell’Europeo aveva ammesso di essere fisicamente in buone condizioni, ma di avere ancora un problema con la tecnica di gara e forse pure con quella «sfrontatezza» che negli anni era diventata il suo marchio di fabbrica.

Perché il vecchio Gimbo non è soltanto quello che a Tokyo si mette al collo l’oro olimpico: è anche quello che trasforma una pedana in un palcoscenico, che urla, balla, scherza, provoca, coinvolge il pubblico. Quello che sembra divertirsi più degli altri proprio quando la pressione dovrebbe schiacciare tutto. È il Tamberi che per vincere ha bisogno di sentirsi libero. A Parigi, dopo l’oro olimpico di Tokyo e una carriera ormai entrata nella leggenda, quella leggerezza sembrava essersi spezzata. C’erano state le polemiche, le discussioni sul suo modo di raccontarsi sui social, la vicenda dell’anello nuziale perso nella Senna, le critiche sulla gestione della colica renale che aveva condizionato la sua vigilia olimpica e, più in generale, una esposizione mediatica che aveva finito per trasformare ogni gesto in un caso. Poi il rapporto con il padre-allenatore Marco, con la decisione di interrompere una collaborazione che aveva accompagnato quasi tutta la sua carriera. Tutto aveva contribuito a togliere qualcosa a Gimbo.

E forse, soprattutto, tutte quelle vicissitudini gli avevano tolto il sorriso. Per questo, vederlo cantare l’inno italiano a squarciagola durante la premiazione, ballare sul podio e poi prendere il pupazzo della mascotte per regalarlo al pubblico vale quasi quanto la medaglia. È la fotografia di un atleta che sembra essersi finalmente riconciliato con se stesso. L’oro europeo è pure la conseguenza, non soltanto la causa. Anche la barba a metà era tornata. Un altro pezzo del vecchio Tamberi, quello degli anni 2014-2015, prima dell’infortunio al tendine d’Achille che gli impedì di partecipare ai Giochi di Rio. Una scelta che non è soltanto estetica: è un rito, un modo per ritrovare un’identità. A Birmingham, però, la barba a metà non è stata una maschera, ma è tornata a essere un simbolo. Perché Gimbo ha ritrovato quello che cercava da mesi: una gara da Tamberi.

Il contesto rende tutto ancora più bello. Aveva iniziato il 2026 con un punto interrogativo enorme. Dopo quasi 300 giorni lontano dalle competizioni, era tornato a Montecarlo a luglio, fermandosi a 2,23 e chiudendo sesto. Proprio lì aveva vinto Doroshchuk, a 2,32. Poco più di un mese dopo, gli stessi protagonisti si sono ritrovati a Birmingham. Solo che stavolta la storia ha cambiato finale. E in mezzo c’è stato anche Matteo Sioli, il giovane azzurro che Tamberi aveva indicato come uno dei suoi eredi e che si è portato a casa un bellissimo bronzo. Gimbo lo aveva elogiato alla vigilia dell’Europeo per la capacità di confrontarsi, chiedere consigli e imparare.

E poi c’è Camilla. Oggi, proprio oggi, la figlia di Tamberi ha compiuto un anno. Il regalo è arrivato con qualche ora d’anticipo e difficilmente avrebbe potuto essere più bello. Quando Gimbo parla di lei, cambia il tono. La nascita della figlia gli aveva già permesso di guardare a Parigi con meno dolore e di ritrovare la voglia di continuare. Aveva raccontato che Camilla gli aveva dato una forza enorme e cambiato i suoi equilibri. Dopo la finale, infatti, non ha avuto dubbi su chi fosse il destinatario di quell’oro. «È stata una serata speciale. Camilla mi ha dato una spinta perché non poteva continuare a vedere il padre prendere schiaffi ovunque, ci ho creduto e invito tutti a crederci – ha detto a fine gara – ho reagito nel momento che conta. Anche stasera gli avversari mi hanno detto complimenti per il documentario su YouTube cosa che mi ha spronato ancora di più. A me basta quella sensazione, l’oro è per mia moglie e mia figlia, non ho mai mollato».

È il solito Gimbo, finalmente. Quello senza freni, senza filtri, capace di trasformare una medaglia in uno spettacolo e uno spettacolo in una storia. Solo che stavolta tutto questo non è una fuga dalla pressione: è il segnale che la pressione non lo sta più schiacciando.  E allora forse la notizia più importante della notte inglese non è nemmeno il quarto oro europeo, che pure lo porta ancora più dentro la storia dell’atletica italiana. Non sono i 2 metri e 32, né il podio condiviso con Sioli. È che quel ragazzo di 34 anni corre, salta, si arrampica sugli spalti, canta l’inno e sorride mentre tiene stretta la medaglia. Il solito Gimbo è tornato e questa volta è una buona notizia.

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