L’oro europeo di Andy Díaz ha cambiato la sua carriera, le sue prospettive e lo scenario del salto triplo, non solo quello italiano

A Birmingham, l’atleta azzurro ha offerto una gara andata a un passo dalla leggenda, all’apice di un percorso grande e complicato.
di Redazione Undici 16 Agosto 2026 alle 11:33

C’è qualcosa di quasi naturale, perfino elegante, nel modo in cui Andy Díaz attraversa la pedana. Il salto triplo, disciplina che spesso sembra chiedere al corpo di sopportare dei grandi strappi, nelle sue gambe diventa invece una questione di ritmo, equilibrio e leggerezza. Tre appoggi e poi il volo, senza apparente fatica. A Birmingham, nella finale degl Europei, quella naturalezza ha assunto una dimensione mai vista prima per un atleta italiano: 18 metri e 15 centimetri. Una misura che vale l’oro, il nuovo record italiano, la miglior prestazione mondiale dell’anno e soprattutto il quarto posto nella lista delle migliori prestazioni di sempre. Davanti a lui, soltanto Jonathan Edwards, Christian Taylor e un altro Díaz, Jordan, il cubano diventato spagnolo capace di saltare 18,18 a Roma nel 2024.

È stata una gara praticamente chiusa al secondo tentativo. Il primo salto di Diaz, infatti, aveva già fatto capire che poteva succedere qualcosa di speciale: nullo di appena tre centimetri, ma con una proiezione che aveva fatto pensare addirittura al record del mondo. Poi è arrivato il 18,15, questa volta perfettamente valido. Il vento, +1,7 metri al secondo, era regolare. Il muro dei 18 metri, quello che soltanto pochissimi nella storia del triplo hanno saputo superare, era finalmente caduto anche per lui.

E la cosa più impressionante è che Díaz non ha avuto bisogno di costruire una gara perfetta. Dopo il capolavoro ha piazzato un altro 17,78, ha rinunciato al quarto salto, ha commesso un nullo nel quinto e non ha effettuato il sesto. Niente di cui sorprendersi: di fatto, non serviva altro. Pedro Pichardo, il grande rivale, è rimasto lontanissimo: 17,76 per il portoghese, quasi quattro decimi in meno rispetto all’azzurro. Andrea Dallavalle ha completato una serata magnifica per l’Italia con il bronzo a 17,37. Un podio che racconta anche la profondità raggiunta dal triplo azzurro: davanti a tutti un atleta nato a Cuba e diventato italiano, dietro di lui un portoghese nato anch’egli a Cuba e, sul terzo gradino, un altro italiano.

Ma Díaz, adesso, guarda oltre l’oro europeo. Guarda verso una misura che sembrava appartenere a un’altra epoca dell’atletica. Il 18,29 di Jonathan Edwards resiste dal 7 agosto 1995. Trentuno anni dopo è ancora lì, immobile, in cima alle liste mondiali. Díaz lo ha avvicinato come nessun italiano aveva mai fatto e, dopo la gara, ha confessato di sentire che quel primato leggendario non è più un’utopia. Il dato ufficiale dice che a Birmingham è rimasto a 14 centimetri dal record; il messaggio, però, è ancora più importante: «Il record del mondo? So che ce la posso fare», ha raccontato dopo la gara, spiegando quanto fosse vicino a trasformare il primo tentativo in qualcosa di storico.

Non è soltanto la misura a rendere speciale questa storia. È il percorso che Díaz ha dovuto compiere per arrivare fin qui. Andy Díaz Hernández è nato all’Avana il 25 dicembre 1995. A otto anni sua madre Milagros lo porta per la prima volta su un campo di atletica. All’inizio prova diverse specialità, poi il triplo diventa casa sua, anche grazie all’esempio del cugino Osniel Tosca, triplista di buon livello internazionale. Da ragazzo frequenta anche la scuola cubana di avviamento allo sport, prima di dedicarsi agli studi di elettronica. Nel 2012 torna però all’atletica, seguito da Yoelbi Quesada, campione del mondo del triplo nel 1997.

Il talento c’era già. Nel 2014 arriva quarto ai Mondiali Under 20, nel 2017 supera per la prima volta i 17 metri e ai Mondiali di Londra chiude settimo. Il suo percorso sembra indirizzato verso una grande carriera cubana. Poi arriva il 2021, l’anno di Tokyo. Díaz faceva parte della delegazione cubana, ma un infortunio gli impedisce di gareggiare. E sulla strada del ritorno prende una decisione che avrebbe cambiato la sua vita: lascia la squadra cubana e sceglie l’Italia.

La sua destinazione aveva un nome preciso: Fabrizio Donato. Diaz aveva ammirato a lungo il triplista azzurro, bronzo olimpico a Londra 2012, e decise di contattarlo. Donato lo accolse inizialmente nella propria casa per due mesi, poi lo aiutò a inserirsi nel sistema sportivo italiano e ad allenarsi a Castelporziano. Nel 2022, con la Libertas Unicusano Livorno, Diaz esplose definitivamente: vinse la finale della Diamond League a Zurigo con 17,70, battendo proprio Pichardo. Nel febbraio 2023 arrivò la cittadinanza italiana per meriti sportivi.

Da quel momento è diventato una presenza stabile ai vertici del triplo mondiale. Nel 2023, al Golden Gala di Firenze, ha saltato 17,75 e ha strappato a Donato il record italiano all’aperto. Nel 2024 è entrato nelle Fiamme Gialle e, appena diventato eleggibile per l’Italia, ha conquistato il bronzo olimpico a Parigi con 17,64. Nel 2025 ha vinto gli Europei indoor di Apeldoorn e i Mondiali indoor di Nanchino, dove ha portato il record italiano a 17,80. Nel 2026 ha confermato il titolo mondiale indoor a Torun e, poco prima di Birmingham, aveva già ritoccato il primato nazionale a 17,87.

In Inghilterra, però, è successo qualcosa di diverso. Díaz non ha semplicemente vinto: ha cambiato il proprio orizzonte. Il 18,15 lo ha portato in una dimensione nella quale ogni centimetro comincia ad avere il peso della storia. Ha staccato Pichardo e ha regalato all’Italia una delle prestazioni più straordinarie della sua storia nell’atletica e, soprattutto, ha dimostrato che il record di Edwards può essere guardato negli occhi. Il salto era leggero, quasi semplice, ma dentro quei 18 metri e 15 c’era tutto: Cuba, l’Italia, Donato, Livorno, gli infortuni, la fuga, la cittadinanza, le medaglie e una carriera costruita da capo. Adesso rimangono 14 centimetri. Per tutti sono una distanza enorme. Per Andy Díaz dopo Birmingham, sembrano soltanto il prossimo passo, o meglio il prossimo salto.

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