Il gol di tacco è stata la cosa più bella che ha fatto Pio Esposito in Inter-Monza, ma non è stata la più importante

Il centravanti nerazzurro fatto funzionare bene la sua squadra, grazie a un lavoro continuo di pulizia del pallone. In questo modo, ha confermato a Chivu di poter essere anche un ottimo riferimento offensivo.
di Redazione Undici 23 Agosto 2026 alle 02:16

La prima maglia si è strappata sul numero 9. La seconda, qualche minuto più tardi, sul numero 4. Due lembi di stoffa, due piccoli incidenti apparentemente insignificanti, che invece raccontano meglio di qualsiasi statistica la partita di Pio Esposito contro il Monza. Dall’altra parte c’era Lucchesi, e per tutta la gara la loro è sembrata una vera e propria battaglia fisica. Solo che quella battaglia l’ha vinta quasi sempre il centravanti dell’Inter. Esposito ha anticipato, protetto, girato, scaricato. Ha giocato con il corpo prima ancora che con i piedi. E, quando il pallone arrivava dalle retrovie, la sensazione era che l’Inter avesse finalmente trovato un punto di riferimento sicuro a cui affidarsi.

Inter-Monza 4-1 è stata la partita che Cristian Chivu cercava. Non necessariamente quella in cui Esposito doveva segnare, anche se alla fine il suo gol è arrivato ed è stato il più bello della serata. Serviva soprattutto una risposta alla domanda rimasta sospesa durante il precampionato: Esposito può sostenere il peso del centravanti dell’Inter in una partita vera? Può essere quello a cui affidare la prima giocata, quello che permette alla squadra di risalire, respirare, consolidare il possesso? Contro il Monza, la risposta è stata affermativa.

E non è una risposta banale, perché qualche settimana fa il dubbio esisteva. In particolare contro il Milan, in precampionato, Pio aveva mostrato una qualità di gioco ancora intermittente. Aveva sbagliato qualche misura di troppo, aveva sporcato alcune combinazioni che l’Inter avrebbe potuto trasformare in occasioni. C’era il talento, naturalmente, ma mancava ancora quella continuità tecnica che serve per stare al centro dell’attacco di una squadra costruita per comandare le partite. Contro il Monza a San Siro, invece, ogni volta che uno dei centrali dell’Inter ha cercato Esposito in verticale, la squadra ha respirato. Il pallone entrava e usciva con una velocità diversa. Il centravanti nerazzurro non si è limitato a fare da bersaglio: ha scelto quasi sempre la soluzione giusta. Una sponda semplice, un controllo orientato, un’apertura verso Diouf o Dimarco, un passaggio di prima quando serviva accelerare. Il suo lavoro non era spettacolare, almeno non sempre. Era utile. Ed è forse questa la cosa che ha colpito di più.

Al sesto minuto, per esempio, è proprio Pio a lavorare un pallone spalle alla porta, proteggendolo dalla pressione e aprendo sulla destra per Diouf. L’esterno rientra, serve Calhanoglu e il turco fa il resto con un destro violentissimo sotto la traversa. Un gol che nasce lontano dalla porta, quasi nella zona di competenza di un regista offensivo, ma che parte dal lavoro del numero 9. È questo il punto. Esposito non ha giocato soltanto per sé. Ha giocato per rendere più semplice l’Inter. E così Lautaro ha potuto fare qualcosa di diverso. Il capitano non era nella sua serata migliore e Chivu lo ha tolto dopo appena 54 minuti, ma per buona parte del primo tempo e dell’inizio della ripresa ha potuto muoversi più da seconda punta, senza essere costretto a caricarsi sulle spalle tutto il lavoro di sponda e di contatto fisico. Quel compito lo ha assolto Esposito. E lo ha fatto con una naturalezza che forse era proprio ciò che l’allenatore nerazzurro voleva vedere. Perché una cosa è avere un giovane attaccante capace di segnare. Un’altra è avere un giovane attaccante capace di far funzionare la squadra.

Esposito ha fatto entrambe le cose. Ha combattuto contro Lucchesi, ha preso botte, ha perso qualche duello, ma ne ha anche vinti moltissimi. Le due maglie strappate sono diventate quasi la fotografia della sua partita: il calcio di un centravanti che non ha paura del contatto, che non si sottrae alla lotta e che sa trasformare il proprio corpo in uno strumento tecnico. È alto, è potente, ma la sua partita non si è esaurita nella fisicità. La differenza è stata la qualità con cui ha utilizzato quella fisicità.

E poi c’è il gol. Il momento nel quale la partita ha smesso di essere soltanto una dimostrazione di maturità ed è diventata una dichiarazione. Minuto 55′. Diouf entra in area, punta l’avversario e mette un pallone basso verso il primo palo. Pio non ha bisogno di girarsi, non ha bisogno di prendere la mira. Ha già letto tutto. Si coordina, lascia partire il tacco e manda il pallone alle spalle di Pizzignacco. Un gesto istintivo, elegante, quasi insolente nella sua semplicità. Quello che ha determinato il 3-1 dell’Inter è un gol da centravanti, ma anche da giocatore che legge e sente l’azione prima che accada. Sky Sport lo ha premiato come migliore in campo con un 7,5, sottolineando proprio la prestazione complessiva oltre alla bellezza della rete.

E non era finita. Otto minuti più tardi, ancora Esposito: ricezione spalle alla porta, protezione del pallone e sponda per Bisseck, che si inserisce e firma il 4-1. Gol e assist nel tabellino. Ma soprattutto un’altra fotografia della sua serata. Pio riceve, tiene, aspetta e libera il compagno. È il mestiere antico del centravanti, quello che spesso non finisce negli highlights ma che permette a una squadra di avanzare di trenta metri.

Il risultato finale, 4-1 in favore dell’Inter, racconta la superiorità dei nerazzurri nella ripresa. Ma racconta anche qualcosa di più importante per Chivu. Il tecnico aveva bisogno di capire se Pio fosse pronto a diventare un riferimento vero, non soltanto un talento da accompagnare. Dopo una stagione nella quale il classe 2005 aveva già collezionato 48 presenze, dieci gol e sei assist, il passaggio successivo era proprio questo: trasformare la promessa in una certezza. Contro il Monza, almeno per una sera, ci è riuscito.

>

Leggi anche