C’è qualcosa di strano nell’immaginare il Liverpool senza un ragazzo di Liverpool. Non è soltanto una questione statistica, ma una piccola crepa nella storia di uno dei club più identitari del calcio inglese. Eppure è proprio quello che sta succedendo: per la prima volta, infatti, i Reds hanno iniziato una stagione senza neanche uno Scouser, un giocatore nato e cresciuto nella città che il club rappresenta. L’ultimo era Curtis Jones: il suo trasferimento all’Inter ha chiuso una storia durata 16 anni. Jones, infatti, era entrato nell’Academy del Liverpool quando aveva appena nove anni e da lì aveva risalito ogni gradino, fino a diventare un giocatore della prima squadra e conquistare due volte il titolo di campione d’Inghilterra. Ha lasciato Anfield dopo 228 presenze e sei trofei, tra cui due Premier League, come detto, oltre a una FA Cup, due Coppe di Lega, un Mondiale per Club e un Community Shield.
Prima di Jones, un anno fa, era toccato a Trent Alexander-Arnold. Il ragazzo di West Derby, che aveva realizzato il sogno di giocare per il club della propria città, si è trasferito al Real Madrid. Con la sua partenza era rimasto soltanto Jones. I tifosi avevano continuato a cantare, a riconoscersi in quel centrocampista nato cresciuto a Toxteth, quartiere non facilissimo di Lverpool. E ora è difficile non pensare a ciò che la città ha significato storicamente per questo club. Steven Gerrard e Jamie Carragher non sono stati semplicemente due giocatori prodotti dal settore giovanile: sono stati Liverpool dentro e fuori dal campo. Gerrard era il capitano, il volto, la voce di una generazione. Carragher rappresentava quella stessa appartenenza in difesa. Due scousers che avevano trasformato la provenienza geografica in una parte del proprio modo di giocare, di parlare, di vivere il calcio. Per decenni, ad Anfield, il local boy è stato qualcosa di più di un calciatore. Conosceva le strade, l’accento, la storia gloriosa, le ferite, le aspettative. Sapeva cosa significasse giocare un derby contro l’Everton perché quella partita apparteneva alla sua infanzia prima ancora che alla sua professione. Sapeva cosa significasse indossare la maglia rossa perché l’aveva vista addosso agli altri quando ancora era sugli spalti o nei campetti della zona.
Lo stesso Jones aveva spiegato quanto la provenienza avesse inciso sulla sua formazione. «Crescendo in città, capiamo le esigenze del club, lo stile, ciò che vogliono i tifosi. È qualcosa che abbiamo dentro perché conosciamo la città alla perfezione» aveva detto Steven Gerrard parlando proprio della necessità di mantenere una presenza locale nella rosa. Ancora a maggio, l’ex capitano aveva implorato il Liverpool di non lasciar partire Jones: «Io non gli permetterei di andare via». Ma il calcio moderno ha dinamiche diverse. Il Liverpool è diventato sempre più internazionale, come inevitabilmente accade ai grandi club della Premier League. Le dimensioni economiche del mercato, la Champions League, la globalizzazione del pubblico e la necessità di competere con società appartenenti a gruppi finanziari potentissimi hanno trasformato il concetto stesso di rosa. Il Liverpool non è mai stato così globale e, contemporaneamente, non è mai stato così lontano dalla propria identità locale.
Il Liverpool, naturalmente, adesso può pensare di andare a sostituire Jones come calciatore, magari promuovendo uno dei giovani dell’Academy, come Trey Nyoni, per mantenere almeno una traccia della propria formazione interna. Ma non può riavere quello che Jones rappresentava. Quando Alexander-Arnold era in campo, i tifosi avevano un punto di identificazione immediato, lo stesso con Jones. Adesso, invece, non c’è più nessuno da indicare. Nessun ragazzo nato a Liverpool in cui riconoscersi e sognare.
E questo rende ancora più importante l’Academy. Perché se il Liverpool non vuole che la propria identità locale rimanga soltanto un ricordo legato a Gerrard, Carragher, Alexander-Arnold e Jones, dovrà continuare a produrre giocatori capaci di arrivare fino in fondo. Non necessariamente per diventare titolari. Anche solo per mantenere quel filo. La scelta di Jones, però, racconta anche l’altra faccia della storia. Steven Gerrard forse aveva ragione quando diceva che ogni giocatore deve poter decidere il proprio futuro. Jones aveva trascorso sedici anni nello stesso club, ma a 25 anni ha scelto una nuova sfida, cercando una squadra che gli garantisse più spazio. Il Liverpool ha valutato l’offerta dell’Inter anche considerando che il suo contratto sarebbe scaduto la prossima estate e ha preferito monetizzare.
È il calcio moderno che entra in collisione con il calcio sentimentale. Da una parte c’è il ragazzo di Liverpool, cresciuto con la maglia dei Reds e diventato campione nel club della propria città. Dall’altra c’è un mercato che impone di prendere decisioni ponderate, di valutare contratti, minutaggio, valore economico e prospettive sportive. Forse è proprio questa la vera storia. Il Liverpool non ha perso soltanto l’ultimo scouser della rosa. Ha perso l’ultimo simbolo di un’epoca nella quale essere di Liverpool e giocare per il Liverpool sembravano quasi due facce della stessa medaglia.