Teoricamente dovrebbe essere uno sport alla portata di tutti, per stessa ammissione degli organizzatori del torneo. In pratica però, il tennis degli US Open ha preso una piega decisamente elitista: pagare caro, o si resta a casa. I prezzi dei biglietti dell’Arthur Ashe Stadium – l’impianto principale del grande evento, al via questa domenica per le prossime tre settimane – non erano mai stati così alti. L’accesso al campo senza alcun posto garantito, cioè il minimo sindacale per esserci, insomma, quest’anno si aggira sui 360 dollari. Un seggiolino “in piccionaia”, come si suol dire, ne richiede 454. Mentre per le postazioni via via più ambite ci vuole ben altro: 1236, 2104, 3786 dollari. Alla faccia dell’accessibilità, appunto.
Che ormai le occasioni di punta dei grandi sport siano un richiamo irresistibile – per il pubblico e per gli addetti ai lavori intenzionati a monetizzare anche l’aria che si respira –, soprattutto negli Stati Uniti, non è una novità. Le polemiche per i tagliandi ai Mondiali di calcio di poche settimane fa sono state lunghe e tormentate. Mentre in occasione delle NBA Finals, che a New York quest’anno hanno raggiunto cifre da record, Donald Trump ha liquidato la questione più o meno così: “Chi ha i soldi paga. Chi non ne ha si guarda la partita in tv”. E la brutale franchezza del presidente americano è forse meno peggio dell’ipocrisia dei vertici della Federazione tennistica locale (USTA): “La nostra missione è che l’evento più di tendenza dello sport-intrattenimento sia un’esperienza unica per tutte parti coinvolte. E quindi che sia anche accessibile è il nucleo della nostra strategia organizzativa” – chissà allora come sarebbero i prezzi se non lo fosse.
Dichiarazioni di facciata a parte, la recente impennata del giro d’affari al botteghino degli US Open si deve a una combinazione di fattori. Da un lato c’è un incessante pressione sul lato della domanda, che dai tempi della pandemia in poi ha portato l’hype – e i prezzi – dei main event sportivi sulla falsariga della grande concertistica globale. Non è un caso che lo sballo dello sballo è dato dall’intersezione di questi due mondi: Bad Bunny che canta al Super Bowl o Shakira alla finale dei Mondiali, per esempio. Nel tennis, in America, i connotati di questa dinamica sono fuori controllo. Perché il valore nominale dei prezzi di listino anche per l’edizione alle porte sembrano tuttora contenuti: 65 dollari per il posto più economico, 241 per la fascia intermedia, 2333 per le poltroncine in area vip. Poi però ci sono i circuiti di rivendita: a spingere in alto i prezzi è la domanda. E non è un caso che l’aumento relativo più impattante sia proprio per i tagliandi più alla portata delle famiglie: su Ticketmaster oggi si comprano a partire dai 260 dollari (+305%). Mentre per gli altri suddetti settori la differenza è progressivamente più contenuta (+136% e +12%).
Il problema è che i dirigenti degli US Open non hanno trovato alcuna contromisura per arginare il fenomeno. Anzi, hanno contribuito ulteriormente ad aumentare la pressione economica sul pubblico dell’Arthur Ashe Stadium. Questione di bilancio: come mantenere lo stesso margine di profitto aumentando i montepremi destinati agli atleti, che da Sinner in giù chiedono tutti a gran voce? Semplice: gonfiando le entrate al botteghino. Ecco allora che l’arena di New York è stata recentemente al centro di un massiccio intervento di ristrutturazione, costato 800 milioni di dollari. La capienza complessiva – quasi 24mila spettatori – è rimasta circa la stessa, ma è cambiata radicalmente la distribuzione dei seggiolini. Quelli del settore loge, più economico, sono passati da 6000 a 2500. Quelli dell’area courtside, che rende dalle due alle dieci volte tanto, sono quasi raddoppiati: da 2800 a 5000. Sempre nel segno dell’accessibilità, naturalmente.