Le partite delle Nazionali di basket sono diventate un mercato dei passaporti in cui, di fatto, non ci sono regole

Chiedere alla Macedonia del Nord, che ha arruolato sette giocatori americani soltanto nell'ultimo anno.
di Redazione Undici 26 Agosto 2026 alle 18:05

Venghino signori venghino. Ogni anno è puntualmente così: quando è tempo di competizioni FIBA – come le gare di qualificazione ai prossimi europei, in programma in questi giorni -, ecco che si attiva anche il mercato dei passaporti, con moviemento analogo a quello dei giocatori in campo. Passaggi, contropiedi, acrobazie burocratiche che esulano da ogni criterio di buonsenso. Il tema? Chiamiamola allocazione inefficiente delle risorse: tantissimi cestisti americani vedono la canotta di Team USA soltanto col binocolo, ma rappresentare una Nazionale è un’operazione di self-sponsor sempre appetibile; le Nazionali degli altri continenti, dal canto loro, per quanto in crescita non hanno una profondità tale di soluzioni da permettere di snobbare un rinforzo tecnico di livello piovuto dal cielo – perché di questo si tratta.

Ecco allora che si consuma il solito teatrino. Gli ultimi a salire sul palcoscenico sono Kobi Simmons, Damion Baugh e Moses Wright. I primi due giocano al Baskonia, il terzo nell’Olimpia Milano. Sono tutti nati e cresciuti negli Stati Uniti. Eppure, per imperscrutabili ragioni geografiche, da oggi indosseranno la canotta di Costa d’Avorio, Congo e Macedonia del Nord. Un colpo di scena che ormai non fa più notizia: la lista del mercato delle Nazionali è decisamente lunga e sempre più fuori controllo.

Tutto si deve a una regola della FIBA, la Federbasket internazionale, piuttosto controversa e in ogni caso obsoleta. In base alle disposizioni tuttora vigenti, ciascuna Nazionale può avvalersi di un nuovo giocatore naturalizzato per torneo: appena scenderà in campo, avrà il diritto di ottenere la cittadinanza. A prescindere dall’effettiva presenza di legami genealogici. La ratio di questo provvedimento si riconduce alla necessità di promuovere la pallacanestro anche negli angoli più periferici del pianeta: l’arruolamento di un americano noto al grande pubblico è da sempre un buon viatico per fare un salto di riconoscibilità. Il problema è che però ultimamente la norma è stata travisata oltre ogni ragionevole misura. E ogni finestra di una competizione FIBA, dalla strada verso i Mondiali a quella che porta agli Europei, diventa l’occasione per passare all’incasso – perché non c’è alcun limite alle naturalizzazioni cumulative, purché avvenute nell’arco di finestre temporali differenti.

Così si verificano casi al limite del paradosso: la già citata Macedonia del Nord, soltanto nell’ultimo anno, ha naturalizzato ben sette giocatori dagli Stati Uniti – e riguardo alla presenza storica degli americani a Skopje, gli archivi di Stato avrebbero qualcosa da ridire. Insomma, se non è una farsa poco ci manca. E il trend purtroppo non coinvolge soltanto le cosiddette Nazionali ‘minori’: arruolando Lorenzo Brown al momento giusto, qualche anno fa, la Spagna ci ha vinto un Europeo. Mentre negli ultimi tempi, a Los Angeles, pare che Jarred Vanderbilt abbia manifestato la sua volontà di giocare nella Slovenia di Doncic – suo compagno di squadra anche ai Lakers. Come se si parlasse di un banale passaggio burocratico da un club all’altro. E visto quello che succede, non è un paragone così eccessivo.

>

Leggi anche