Venghino signori venghino. Ogni anno è puntualmente così: quando è tempo di competizioni FIBA – come le gare di qualificazione ai prossimi europei, in programma in questi giorni -, ecco che si attiva anche il mercato dei passaporti, con moviemento analogo a quello dei giocatori in campo. Passaggi, contropiedi, acrobazie burocratiche che esulano da ogni criterio di buonsenso. Il tema? Chiamiamola allocazione inefficiente delle risorse: tantissimi cestisti americani vedono la canotta di Team USA soltanto col binocolo, ma rappresentare una Nazionale è un’operazione di self-sponsor sempre appetibile; le Nazionali degli altri continenti, dal canto loro, per quanto in crescita non hanno una profondità tale di soluzioni da permettere di snobbare un rinforzo tecnico di livello piovuto dal cielo – perché di questo si tratta.
Ecco allora che si consuma il solito teatrino. Gli ultimi a salire sul palcoscenico sono Kobi Simmons, Damion Baugh e Moses Wright. I primi due giocano al Baskonia, il terzo nell’Olimpia Milano. Sono tutti nati e cresciuti negli Stati Uniti. Eppure, per imperscrutabili ragioni geografiche, da oggi indosseranno la canotta di Costa d’Avorio, Congo e Macedonia del Nord. Un colpo di scena che ormai non fa più notizia: la lista del mercato delle Nazionali è decisamente lunga e sempre più fuori controllo.
Tutto si deve a una regola della FIBA, la Federbasket internazionale, piuttosto controversa e in ogni caso obsoleta. In base alle disposizioni tuttora vigenti, ciascuna Nazionale può avvalersi di un nuovo giocatore naturalizzato per torneo: appena scenderà in campo, avrà il diritto di ottenere la cittadinanza. A prescindere dall’effettiva presenza di legami genealogici. La ratio di questo provvedimento si riconduce alla necessità di promuovere la pallacanestro anche negli angoli più periferici del pianeta: l’arruolamento di un americano noto al grande pubblico è da sempre un buon viatico per fare un salto di riconoscibilità. Il problema è che però ultimamente la norma è stata travisata oltre ogni ragionevole misura. E ogni finestra di una competizione FIBA, dalla strada verso i Mondiali a quella che porta agli Europei, diventa l’occasione per passare all’incasso – perché non c’è alcun limite alle naturalizzazioni cumulative, purché avvenute nell’arco di finestre temporali differenti.
Così si verificano casi al limite del paradosso: la già citata Macedonia del Nord, soltanto nell’ultimo anno, ha naturalizzato ben sette giocatori dagli Stati Uniti – e riguardo alla presenza storica degli americani a Skopje, gli archivi di Stato avrebbero qualcosa da ridire. Insomma, se non è una farsa poco ci manca. E il trend purtroppo non coinvolge soltanto le cosiddette Nazionali ‘minori’: arruolando Lorenzo Brown al momento giusto, qualche anno fa, la Spagna ci ha vinto un Europeo. Mentre negli ultimi tempi, a Los Angeles, pare che Jarred Vanderbilt abbia manifestato la sua volontà di giocare nella Slovenia di Doncic – suo compagno di squadra anche ai Lakers. Come se si parlasse di un banale passaggio burocratico da un club all’altro. E visto quello che succede, non è un paragone così eccessivo.