La Germania, come abbiamo imparato negli ultimi anni, è la patria del calcio studiato, analizzato e passato al setaccio. Nel calcio tedesco le statistiche avanzante e i big data sono arrivati prima di tutti, da anni ci si allena con i droni o con le telecamere sopra i golf car, fino a che non è stata coniata una nuova definizione per descrivere gli allenatori che fondano il loro lavoro su questo approccio: laptop trainer – dove laptop è un termine letterale che descrive il computer portatile, ai quali questi tecnici si rivolgono continuamente. Adesso, però, proprio in Germania c’è qualcuno comincia a storcere il naso pensando che tutta quest’analisi, alla fine, abbia fagocitato il fattore umano.
Quel qualcuno è Deniz Undav, attaccante dello Stoccarda e della Nazionale tedesca, che ha chiesto chiede maggiore equilibrio nella gestione dei carichi di lavoro nel calcio professionistico. Il centravanti ha criticato l’eccessiva dipendenza dai dati e dalla tecnologia nelle scelte relative agli allenamenti, sottolineando la necessità di tornare a considerare maggiormente le caratteristiche individuali dei calciatori: «L’analisi dei dati porta molto al calcio», ha detto Undav in un’intervista al Bundesliga-Magazin, «ma ormai si guarda troppo il laptop. I calciatori vengono considerati troppo come dei robot quando si tratta di programmare gli allenamenti».
Secondo il trentenne attaccante, il rischio è quello di affidarsi in maniera troppo rigida a parametri e programmi standardizzati, senza tenere conto delle abitudini e della storia personale e sportiva di ciascun giocatore. «Troppo spesso ci viene detto: abbiamo questi dati sulla tua condizione fisica e questo è l’ultimo programma di allenamento, quindi devi farlo esattamente così», ha spiegato. Un approccio che, a suo avviso, può rivelarsi controproducente. Soprattutto quando un calciatore arriva da un contesto completamente diverso. Undav ha portato un esempio concreto: «Magari arriva un giocatore dal Brasile che non ha mai fatto quegli esercizi in vita sua e poi ci si sorprende se tre settimane dopo si infortuna». Da qui la richiesta di una gestione più personalizzata: ogni professionista dovrebbe essere considerato come un individuo, tenendo conto delle sue esperienze e delle sue abitudini. Una critica che il giocatore ha voluto specificare non essere rivolta al suo club, ma al sistema del calcio professionistico in generale.
Nello Stoccarda, peraltro, Undav sostiene di sentirsi ascoltato anche nelle sue esigenze personali. Lo Stuttgart, infatti, non lo costringerebbe a seguire schemi troppo rigidi nemmeno dal punto di vista alimentare: «In generale seguo un’alimentazione adatta a uno sportivo, ma una o due volte alla settimana ho bisogno di un kebab o di un hamburger», ha confessato Undav. Il futuro di Undav potrebbe inoltre essere in panchina. Una volta terminata la carriera da calciatore, l’attaccante vorrebbe intraprendere il percorso da allenatore, anche se al momento si immagina soprattutto nel ruolo di assistente. Già oggi si dedica con interesse agli aspetti tattici e capita che discuta le proprie idee con il tecnico Sebastian Hoeneß: «Gli mostro come risolverei una determinata situazione di gioco. A volte mi dice: “Sì, possiamo provarci”. Oppure mi spiega cosa farebbe l’avversario e io rispondo: “Ah, giusto”» ha raccontato Undav. Che non sa ancora se farà l’allenatore o meno, ma di sicuro sa che non sarà un manager attaccato al computer.