Gli allenatori della Premier League sono sempre più giovani e sempre più diversi tra loro

La maggior parte dei club più ricchi del mondo sono stati affidati a manager sotto i 50 anni, spesso anche sotto i 40, e naturalmente non è un caso.
di Redazione Undici 30 Agosto 2026 alle 01:57

Tra le ragioni per cui la Premier League è la NBA del calcio non c’è solo un’inaudita disponibilità economica dei club, ma anche la volontà di migliorare il prodotto affidandosi a manager giovani, stranieri e pieni di idee e metodologie innovative – che a loro volta sono attratti dai ricchissimi ingaggi che possono percepire in Inghilterra, quindi di fatto è un circolo virtuoso. È così che negli ultimi anni il campionato inglese ha smesso di essere il regno dei vecchi allenatori inglesi: è finito il tempo di personaggi mitologici della panchina come “Big Sam” Allardyce, Henry Redknapp o Roy Hodgson. Tra i “vecchi” resiste solo David Moyes, chiamato una stagione e mezzo fa a salvare l’Everton da una classifica che stava precipitando verso il basso.

E infatti in Premier League, oggi, ci sono meno allenatori di almeno 50 anni che in qualsiasi altro momento degli ultimi vent’anni: sono appena quattro, e due di loro hanno superato la soglia soltanto da poco. Il solo Moyes, con i suoi 63 anni (ha tre mesi in meno rispetto a José Mourinho), è l’unico ad aver superato la soglia dei 60. Poi ci sono Unai Emery, 54 anni, Oliver Glasner, 52 e Régis Le Bris, 50. Esclusi loro, resta la maggioranza. Che ha tra i 40 e i 49 anni, mentre i due più giovani sono Matthias Jaissle, 38 anni, e Fabian Hürzeler, 33.

Non è una coincidenza, piuttosto si può definire il il risultato di due tendenze strettamente collegate tra loro. Ancora all’inizio del secolo, quando Mourinho muoveva i primi passi da allenatore, era insolito che un tecnico d’élite non avesse giocato a calcio almeno a un livello quantomeno discreto. Questo significava iniziare la carriera in panchina generalmente intorno ai 35 anni. È ancora oggi una strada percorsa da diversi top manager, anche da quelli che lavorano in Premier: Andoni Iraola, Michael Carrick, Gary O’Neil o Álvaro Arbeloa, per esempio. Ma sta emergendo anche la consapevolezza, per usare una celebre espressione di Arrigo Sacchi, che un fantino non deve necessariamente essere stato prima un cavallo: l’arte della panchina, quantomeno in Inghilterra, viene considerato sempre più una professione autonoma, che richiede competenze molto diverse da quelle necessarie per giocare.

Ecco un po’ di esempi: Hürzeler è cresciuto nei settori giovanili di Bayern Monaco, Hoffenheim e Monaco 1860 ma, a 22 anni, anche a causa di un infortunio alla caviglia, ha deciso di concentrarsi sulla carriera in panchina. Jaissle faceva parte della squadra dell’Hoffenheim che ha scalato rapidamente le divisioni fino a conquistare la promozione in Bundesliga, solo che gli infortuni subiti al ginocchio e al tendine d’Achille hanno messo fine alla sua carriera da calciatore a 26 anni. Il passaggio precoce alla panchina sembra essere particolarmente comune in Germania: storie simili hanno riguardato anche Thomas Tuchel e Julian Nagelsmann.

D’altra parte, come detto, gli allenatori più anziani sono sempre meno numerosi. In parte potrebbe essere una coincidenza. E il fatto che questo processo sia avvenuto proprio mentre molte delle loro caratteristiche tattiche – blocchi bassi, gioco diretto, grande attenzione alle palle inattive – sono tornate nel calcio di vertice potrebbe non essere soltanto un aspetto ironico della storia. Il vecchio deve essere eliminato prima di poter essere reinventato come nuovo; ciò che è alla moda non può essere rappresentato da un uomo di calcio sulla sessantina. Ma c’è anche un’altra ragione: la gestione moderna di una squadra è estenuante e anche l’età e il logorio fisico contribuiscono alla scelta dei club, sempre più orientati a seguire un vento nuovo che arriva da lontano e sta cambiando la Premier.

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