Gli Stati Uniti, per decenni, sono stati una superpotenza del tennis mondiale: 31 coppe Davis fino al 2000, campioni iconici come Jimmy Connors, John McEnroe, André Agassi e Pete Sampras sfornati uno dopo l’altro. Da un po’ di anni, però, il trend è cambiato: è dal 2003, infatti, che i tennisti statunitensi non riescono a vincere un torneo dello Slam. I motivi del digiuno sono molteplici: il dominio dei Big Three, naturalmente, a cui hanno fatto seguito il ritiro di Sampras e di Agassi e, infine, l’inizio del duopolio Sinner-Alcaraz.
Con Sinner che non è andato a New York per infortunio, con Djokovic fuori al primo turno e Alcaraz al primo torneo dopo 138 giorni, lo US Open 2026 potrebbe rappresentare una grandissima occasione, per il tennis americano, per rompere questo sortilegio. Certo, agli Stati Uniti manca da tempo un campionissimo in grado di essere costantemente competitivo in tutti gli Slam, ma nel frattempo il livello medio dei giocatori americani si è alzato molto. Lo dimostra il numero di statunitensi che si sono presi un posto nella top 100 del Ranking ATP: alla vigilia del torneo di Flushing Meadows erano 14, di cui cinque nelle prime 20 posizioni. Sei di questi giocatori, per altro, hanno meno di 24 anni (come il ventenne Tien e il ventitreenne Shelton) e solo uno più di 30 (Marcos Giron, numero 78).
Gli Stati Uniti sono quindi tornati ad essere una nazione produttrice di buoni/ottimi tennisti, ma il cambiamento non è stato immediato. Tutto è iniziato circa vent’anni fa, quando l’USTA (United States Tennis Association) ha modificato la gestione dei tornei nazionali creando un sistema piramidale diviso in cinque fasce: alla base ci sono i Junior Championships, poi i Futures (tra i 10mila e i 25mila dollari di montepremi), i Challengers (tra i 50mila e i 100mila dollari di montepremi), i tornei ATP e infine gli US Open. Questa suddivisione ha permesso ai giocatori locali di non doversi spostare in Europa per giocare ai massimi livelli, ma di poter giocare in territorio nazionale senza perdere competitività – una strategia simile a quella adottata dalla Federazione italiana all’inizio della presidenza-Binaghi.
I giocatori statunitensi, poi, hanno due strade per raggiungere il livello più alto: diventare professionisti sin da giovani, oppure iscriversi al college ed entrare nel circuito NCAA (acronimo di National Collegiate Athletic Association), vale a dire l’ente che gestisce lo sport universitario. Negli anni Novanta i grandi tennisti preferivano diventare subito dei professionisti. Oggi la dinamica si è ribaltata, anche perché i tornei NCAA hanno iniziato ad accogliere tanti giocatori da altri continenti. Oggi Il 61% dei tennisti di Division 1 – i vari istituti del Paese sono divisi, in base alla loro grandezza, in Division 1, Division 2 e Division 3 – è straniero, in questo senso un esempio significativo è quello di Valentin Vacherot, attuale numero 23 del Ranking ATP ed ex giocatore del college Texas A&M. Questa ibridazione ha aumentato il livello di difficoltà dei tornei e quindi competitività, attraendo diverse promesse nate e cresciute negli USA: da Ethan Quinn, passando per Brandon Nakashima, fino a Ben Shelton, in tantissimi sono passati per la NCAA. Il college, inoltre, permette ai tennisti di migliorare sia tecnicamente che fisicamente senza doversi confrontare prematuramente con il professionismo e con i ritmi altissimi imposti ai tennisti ATP.
«Il tennis universitario sta attirando molti più giocatori talento: prima si diceva che se andavi a giocare al college la tua carriera era finita, adesso invece è visto come un trampolino di lancio», ha dichiarato Ben Shelton dopo la vittoria del primo turno agli ultimi Australian Open. «Quando sei un giocatore universitario», ha aggiunto Shelton, «devi pensare a come essere un compagno migliore, perché te lo garantisco: se entri in una squadra universitaria e pensi che tutto ruoti intorno a te, la vita non sarà divertente e i ragazzi della squadra non ti apprezzeranno».
Questo, però, non vuol dire che tutti i giocatori della New Wave americana decidano di passare dai college: ce ne sono ancora un po’ che accedono direttamente nel circuito dei tornei ATP, sia quelli junior che quelli senior, convinti di poter competere sin da subito. Su tutti Frances Tiafoe e Taylor Fritz, attualmente numeri 12 e 10 del mondo. Insomma, la differenziazione dei percorsi e la crescita del circuito universitario ha avuto un impatto positivo: diversi talenti in due rampe di lancio, un sistema funzionante e tanti giocatori in Top 100. Manca ancora un fuoriclasse assoluto, ma quello non si può programmare.