Lo sport unisce, anche e soprattutto nei contesti più disperati. Si stima, stando ai dati del Ministero della Giustizia. che rappresenti una fonte di ristoro fondamentale per quasi 12mila persone nelle carceri italiane: aiuta i detenuti a sentirsi coinvolti, a giocare di squadra, a mantenere una certa condizione fisica e a consolidare il concetto di rispetto delle regole, fino a diminuire il rischio stesso di recidiva. E il calcio, neanche a dirlo visto che siamo in Italia, è di gran lunga la disciplina più praticata – dove possibile, perché non tutti i penitenziari sono dotati di strutture ricreative adeguate. Nella Casa di reclusione di Rebibbia però, un campo c’è. Non ha gli spazi di una squadra amatoriale, né i comfort dei circoli ricreativi. Eppure basta e avanza: due porte, un pallone e 22 giocatori che, di volta in volta, cercano di riscoprire gli strumenti per tornare nella società.
Per fare in modo che il singolo esempio diventi parte di un sistema, c’è bisogno di una rete più grande. Questa rete esiste: si chiama Twinning Project, è nata nel Regno Unito nel 2018 e da allora ha coinvolto 78 istituti penitenziari in sei Paesi diversi. Lo scopo dell’iniziativa è portare il calcio nelle carceri al salto di qualità, renderlo qualcosa di più che una semplice attività ricreativa, già di per sé positiva per il benessere dei detenuti: il gioco può e deve diventare un percorso formativo ben strutturato, all’interno del quale i partecipanti seguono dei veri e propri corsi di formazione basati sulle metodologie degli allenatori professionisti. Dalle doti comunicative alle responsabilità individuale, dall’importanza dell’atteggiamento cooperativo alla lucidità nella gestione dei conflitti – che ci possono sempre essere: sono aspetti essenziali nella vita di uno spogliatoio, che sia quello di un club di Serie A o il complesso insieme di individui che forma una comunità come quella di Rebibbia.
Ecco, appunto: Rebibbia. Dal 2024, la casa circondariale romana fa parte di Twinning Project grazie a un gemellaggio diretto proprio con l’AS Roma. Nella fattispecie significa che 64 detenuti hanno iniziato a seguire dei percorsi modulari di 12 settimane per apprendere quelle soft skills che si imparano attorno a un pallone, ma che possono poi rivelarsi preziose ben oltre il calcio. Preparandosi di nuovo a una vita altrove: le persone coinvolte sono in particolare coloro che stanno scontando gli ultimi due anni di pena, proprio per prepararle in modo ludico e interattivo al progressivo rientro in società. Un passaggio complesso, spesso sottovalutato, e che questo tipo di collaborazione cerca di rendere più accessibile – fornendo metodo, competenze e atteggiamenti fondamentali per potersi riproporre nel mondo del lavoro.
Ecco allora che Enel Cuore, l’Ente Filantropico del Gruppo Enel, ha scelto di sostenere il Twinning Project coprendo integralmente i costi del programma in diverse città e carceri d’Italia – anche oltre Roma, anche oltre Rebibbia, dunque. Si tratta di un impegno importante al servizio di un’idea precisa: lo sport diventa codice condiviso e strumento di riabilitazione verso un pieno reinserimento sociale. Grazie al supporto di Enel, il progetto punta a espandersi continuando a favorire il binomio vincente fra istituti penitenziari e top club professionistici: si registra già l’interesse dell’Inter a Milano – in collaborazione con la Comunità Educativa Kayros, che accoglie minori con procedimenti penali – e della Juventus a Torino – insieme all’Istituto Penale per Minorenni “Ferrante Aporti”. Nei prossimi 12 mesi, si prevede che le nuove fasi del programma possano coinvolgere oltre 200 persone.
«Il calcio è la cosa più importante fra le cose meno importanti», recita una celebre massima di Arrigo Sacchi. E si capisce proprio in contesti come questo, dove i detenuti sono spesso giovani, senza speranze e con identità smarrite. Riescono a ritrovarle non soltanto grazie al piacere del gioco e alle sue parabole di socialità, ma a questo punto riscontrando una partecipazione attiva, strutturata: sapere che dietro le tue partite nella polvere c’è in qualche modo l’Inter, la Roma o la Juventus diventa una fonte di motivazione, è inevitabile. È un qualcosa che ristabilisce punti di riferimento laddove non ce ne sono.
L’obiettivo di Twinning Project, oltre ad alleviare il regime di vita durante la pena, è soprattutto quello di fornire competenze reali che incidano sulle possibilità di un cambiamento reale una volta riacquisita la libertà. In fondo, a pensarci bene, poche cose al mondo abbattono le barriere come il calcio – e la forza intrinseca degli ultimi Mondiali, più profonda di tutte le polemiche che ci sono state, l’ha dimostrato ancora una volta. Il Twinning Project cerca di sfruttare la sua incomparabile leva sociale ed emotiva per estendere i confini dell’inclusione. In questo scenario, Enel Cuore fornisce i mezzi necessari per riuscirci. Insieme, a Rebibbia, il pallone si sta già muovendo veloce. Presto inizierà a correre anche in altri penitenziari d’Italia. E pazienza per l’assenza di infrastrutture all’ultimo grido: talvolta non servono le luci, per fare San Siro.