Agli US Open, alcuni tennisti si stanno lamentando per la presenza di (troppi) influencer e content creator

Coco Gauff e Adrien Mannarino hanno lamentato interferenze e troppi rumori durante le partite.
di Redazione Undici 04 Settembre 2026 alle 13:02

Lunedì 31 agosto, durante il primo turno degli US Open (tabellone femminile) tra Naomi Osaka e Anastasia Zakharova, il giudice di sedia Kader Nouni è stato costretto a interrompere il gioco perché alcune persone nell’hospitality si muovevano in continuazione e scattavano foto col flash. «Ragazzi, per favore, nella suite dietro di me: sedetevi», ha detto Nouni al microfono. La suite in questione si trovava esattamente dietro il seggiolone dell’arbitro, nel campo visivo di chi stava per servire. Alla ripresa il lancio di palla di Osaka è andato storto e la giapponese si è scusata con l’avversaria prima di ricominciare a battere. 

Non è la prima volta che succede durante una partita, ma gli US Open 2026 stanno rappresentando un punto di non ritorno per il tennis moderno. Il torneo, infatti, sta cominciando ad avere un po’ di problemi con gli influencer che ci sono sugli spalti e assistono alle partite.  Tutto è partito nel 2025 quando la USTA (acronimo di United States Tennis Association, la Federazione americana che organizza anche il torneo di Flushing Meadows) ha creato per la prima volta un accredito stampa dedicato espressamente ai content creator. Lo scorso anno 54 creator avevano avuto accesso all’evento, quest’anno il numero è raddoppiato. «Sono circa 100», ha dichiarato Jeanmarie Daly, la direttrice delle media operations del torneo.

La logica è semplice: media tradizionali e creator raggiungono pubblici diversi in modi diversi, e l’obiettivo è coprire lo spettro di appassionati (e non solo) più ampio possibile. Anche Craig Tiley, amministratore delegato della USTA, la pensa allo stesso modo. Il suo obiettivo, come raccontato in un’intervista, è quello di rendere gli US Open «la Disneyland del tennis». Tutto questo però non piace a tutti. Soprattutto ai tennisti né ai tifosi. Diversi giocatori, interrogati sul tema, sono andati contro questa evoluzione: «Penso sia bello avere un pubblico nuovo e credo che aiuti a far crescere lo sport», ha dichiarato Coco Gauff. «Ma come per qualsiasi cosa, in qualsiasi posto tu vada: se ti invitano su un red carpet, non ti presenti in jeans. Penso si tratti semplicemente di seguire l’etichetta dello sport. Tutto qui». Anche Adrian Mannarino si è espresso sul tema «Adesso tutti entrano come gli pare, si muovono, parlano… Il torneo lo permette e non so se sia la cosa migliore per il tennis. Sul campo si sente l’odore della marijuana, c’è rumore ovunque, sta diventando uno zoo. Sono condizioni davvero particolari per giocare».

Altri invece vedono positivamente questo cambiamento. «Più cerchiamo di far conoscere il tennis, meglio è», ha detto Daniil Medvedev. «Mi fido di quello che sta facendo la USTA. Se disturba durante il gioco, se vedi la luce o roba simile, puoi sempre dirlo all’arbitro. Penso ci siano molti più aspetti positivi che negativi, quindi andiamo avanti così». Oltre al rumore per i tennisti, i più svantaggiati dalla situazione sono i tifosi. L’aumento dei posti in hospitality – dove i creator vengono invitati dalle aziende – e dei settori riservati a chi possiede un accredito ha causato un incremento del costo dei biglietti, con prezzi minimi che hanno raggiunto i 360 euro nella giornata di apertura. «Forse non è la cosa migliore per i veri appassionati di tennis, perché hanno iniziato a essere tagliati fuori dal mercato», ha dichiarato Patrick McEnroe, in difesa dei tifosi. 

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