Non fidatevi delle apparenze. Anderson Luís de Souza, che tutti conosciamo come Deco, è stato un eccellente centrocampista e ha iniziato da poco una bruciante carriera da direttore sportivo: per diversi anni dopo il ritiro aveva seguito Jorge Mendes come ‘apprendista’ procuratore, senza però perdere contatto con i club che l’hanno reso grande in mezzo al campo. Il Barcellona su tutti. E infatti, dal 2023, è diventato un po’ a sorpresa il ds blaugrana. Un po’ a sorpresa perché la sua esperienza pregressa in questo ruolo era di poco conto, ma la conoscenza dell’ambiente e la fiducia del presidente Laporta hanno portato all’azzardo in un momento di profonda transizione dalle parti del Camp Nou. Deco ha fatto il resto: oggi, tre stagioni più tardi, parliamo di un ritrovato squadrone che sotto la sua regia è tornato a vincere oltre 40 partite di media ad annata.
Come ci è riuscito Deco? Come racconta AS, depennare ogni suggestione o espediente di moda: niente algoritmi, niente Big Data, niente smanettamenti su Football Manager. In questo senso, il 49enne portoghese è un ds vecchio stile: occhio, fiuto, prontezza a comprare e vendere al momento giusto. Costruisce la squadra osservando il campo, ma ancora di più lo spogliatoio – a suo dire, la vera culla di ogni ciclo vincente. La sfida si preannunciava oltremodo difficile, in un Barça ancora alla ricerca di una nuova identità tecnica e filosofica dopo l’era dorata di Leo Messi. Eppure, senza ostinarsi a cercare un nuovo numero dieci a immagine e somiglianza del precedente – spoiler: impossibile –, sotto le direttive di Deco si è pian piano tornati ad ammirare un Barcellona innanzitutto riconoscibile.
Certo il talento generazionale di Lamine Yamal ha aiutato a bruciare le tappe, ma con Hansi Flick in panchina, a prescindere dai singoli, i blaugrana sono di nuovo una squadra al centro della Spagna e dell’Europa. Una squadra scoppiettante, spregiudicata, dal potenziale offensivo pressoché illimitato. E un gruppo che a lavorare insieme sta bene: è divertente da vedere perché sono i suoi interpreti i primi a divertirsi in campo. E questo per Deco è sempre stato un aspetto fondamentale su cui puntare. Sempre attraverso interpreti ben precisi: non necessariamente i più forti sul mercato – anche se spesso l’identikit coincide –, ma i più funzionali al progetto, facendo sempre attenzione all’aspetto umano. Sia che provengano da fuori, sia dalla Masia. Koundé, Cubarsí, Szczesny, Gerard Martín, De Jong, Balde, Pedri, Gavi, Raphinha, Fermín, Bernal. Oltre naturalmente a Lamine. Lo zoccolo duro attorno a cui Deco ha forgiato il nuovo Barça è folto e presto detto.
Ora si è aggiunto Rodri, da faro assoluto della Spagna campione del Mondo: di nuovo, non soltanto per le sue impareggiabili qualità da barometro della squadra, ma anche per il suo prezioso valore silenzioso in spogliatoio e negli allenamenti di tutti i giorni. Per Deco questo secondo aspetto è stato importante tanto quanto il primo, per portare l’ex City al Barcellona. Il direttore sportivo è stato anche al centro delle critiche, talvolta, in una piazza sempre molto esigente come quella blaugrana: Dani Olmo, al suo arrivo, da molti non era considerato un giocatore da 61 milioni di euro; oggi è un punto fermo di questa squadra – e spesso un rebus per le avversarie. Raphinha, prima dell’ultimo biennio, era un talento discontinuo. Oggi è un terminale offensivo devastante, anche perché Deco ha deciso di cucirgli addosso un ruolo da leader tecnico. Finora ha avuto ragione lui. Fin troppo spesso, per un’ex leggenda che non si era mai cimentata in questo ruolo. Eppure se il Barça ora è proiettato nel futuro, lo deve al ds più vecchio stile che ci sia.