Gli US Open sono una friggitrice che può disintegrare i sogni di chiunque, ma anche un torneo in cui nascono storie incredibili e bellissime

Un estratto del libro Tennis Paradise, scritto da Francesco Longo ed edito da 66thand2nd.
di Francesco Longo 05 Settembre 2026 alle 15:10

Al termine dell’estate si può provare timore nel rivolgere lo sguardo verso l’altra riva: settembre. Serve un traghettatore, qualcosa a cui affidarsi per affrontare il passaggio più insidioso dell’anno. Il sostegno più adatto sono gli US Open: tendono la mano e incoraggiano a non avere paura. Iniziano con l’estate ancora attiva e terminano con l’anno lavorativo già in corso. Di certo, per chi ci si affida, i giorni di torneo accompagnano sani e salvi sull’altra sponda. Durante l’ultimo Slam del calendario, l’autunno sembra ancora molto distante.

L’estate di New York spesso è bollente. Il sole, nelle ore in cui irradia più calore, è ancora in grado di abbrustolire: per David Foster Wallace, Flushing Meadows riesce a mescolare caldo e freddo tanto che sugli spalti sembrano tutti contemporaneamente abbronzati e infreddoliti. Quella del 2010 viene considerata da chi la vive «l’estate più torrida della storia della Grande Mela». Il primo settembre la temperatura raggiunge i trentotto gradi, l’umidità è elevata, la tennista bielorussa Victoria Azarenka – ventun anni, testa di serie numero dieci del tabellone –, con un completo scuro, si accascia al suolo durante il match contro l’argentina Gisela Dulko, dopo soli trentaquattro minuti di gioco. È poco prima di mezzogiorno. Viene soccorsa e portata via in sedia a rotelle e con un asciugamano pieno di ghiaccio. In quegli stessi giorni il croato Ivan Ljubičić si fa applicare delle borse gelate sullo stomaco.

Non tutti i tennisti amano le grandi metropoli, alcuni ne sono respinti, magari perché arrivano da piccoli centri, province isolate, zone con differenti ritmi di vita. Uno di questi è lo statunitense Pete Sampras, che arriva a New York nel 1990 e si sente un estraneo. Guadagnerà comunque la finale, vincerà contro un Andre Agassi con la criniera da rockstar, dando inizio a una rivalità storica. Agassi, nato e cresciuto a Las Vegas, non si è mai trovato a suo agio nelle grandi città, gli basta vedere Manhattan dal finestrino dell’aereo per restarne intimorito. Sempre a New York, Sampras vedrà le condizioni sperate per l’uscita di scena. Gioca il suo ultimo Slam, il suo ultimo match da professionista e l’ultimo scontro con Agassi. Quel pomeriggio il sole tramonta sia su New York sia sulla sua vita sportiva. Martina Navrátilová non ama il torneo, per molti anni non riesce a vincerlo e viene paragonata a Borg: allo svedese non piacevano la superficie e i fari della luce accesi, a lei non piace per il vento, l’umidità, il sole accecante e gli aerei che volano sulla testa dei giocatori. Ma ama la città di New York, e le metropoli in generale, colleziona libri di architettura, in particolare si interessa dei grattacieli di Melbourne, Tokyo e New York. Alcaraz, dopo la vittoria, si fa tatuare una piccola Statua della Libertà e un piccolo ponte di Brooklyn.

Tra le partite indimenticabili giocate sul cemento di Flushing Meadows, nella memoria collettiva resta impressa quella del 1979 tra il romeno Năstase e l’americano McEnroe. McEnroe è avanti due set a uno, Năstase sente che la partita sta per finire, è sera, decide di perdere tempo tra un colpo e l’altro. L’arbitro non gradisce e gli dà il penalty point. A quel punto, Năstase si rifiuta di servire, lo scontro si infiamma, l’arbitro pronuncia al microfono: «Game, set, match». Il pubblico impazzisce, sul campo volano lattine, bottigliette, bicchieri di carta, sembra una rivolta, alcuni tifosi scendono in campo, la polizia è costretta a intervenire. L’insurrezione dura diciotto minuti, va avanti finché il direttore del torneo sostituisce il giudice di sedia. Poi Năstase rientra in campo. Il penalty game viene cancellato e si ricomincia a giocare. McEnroe vince in quattro set, e giorni dopo conquisterà il suo primo Us Open. New York è l’ultima tappa del sogno del Grande Slam, il sogno sfuggito, la grande speranza tradita spesso con gigantesche cilecche. Lew Hoad vince tre Slam nello stesso anno, nel 1956, ma tutto svanisce a un metro dalla meta, proprio a New York.

Il 2021 sembra finalmente l’anno giusto per completare il poker di Djoković. Con i tre tornei Slam appena conquistati arriva da favorito agli Us Open. Vola in finale dove incontra l’ultimo possibile ostacolo, Daniil Medvedev. Neanche la freddezza del serbo riesce a resistere alla pressione dell’infilata dei quattro Slam consecutivi. E il pubblico per una volta è dalla sua parte. Quell’inedito calore riesce a turbarlo, come dirà a fine partita: «Oggi anche se non ho vinto ho il cuore pieno di gioia e sono l’uomo più felice al mondo perché mi avete fatto sentire speciale. Avete toccato il mio animo, non mi ero mai sentito così». Il progetto però è andato in fumo. Medvedev a fine partita dichiara: «Sappiamo cosa c’era in palio. Mi dispiace per Novak e per gli appassionati. Non l’ho mai detto a nessuno ma per me sei il migliore di sempre. Oggi è comprensibile che la maggior parte del pubblico fosse per Djoković».

Altro passo falso clamoroso tocca a Serena Williams. Nel 2015 vince Melbourne, Parigi e Londra, e le manca solo l’ultimo tassello per completare quel miracolo che nel circuito femminile non si realizza dalla vittoria di Steffi Graf del 1988. Serena allora è già considerata da molti analisti la più grande tennista di tutti i tempi. Le colleghe la temono, potrebbe sbaragliare le sue avversarie anche solo con uno sguardo o con i sussurri da fondo campo. È una celebrità, la sua figura incute timore, reverenza. Agli Us Open è ormai una vincitrice seriale, dal 1999 ha portato a casa il trofeo già sei volte. Questa ultima occasione però è cruciale, si gioca il Grande Slam, l’unico risultato che ancora le manca, il passo che «la traghetterà da campionessa assoluta a Immortale». A vederla giocare si riunisce tutto il mondo dello sport, tutti vogliono essere presenti mentre si fa la storia. Ma prima della finale manca un ultimo gradino, deve ancora battere l’italiana Roberta Vinci.

È proprio Roberta Vinci a mandare in pezzi per sempre il sogno di Serena Williams. Roberta perde il primo set 2-6. Riesce a vincere il secondo 6-4 e trascina Williams al terzo, un territorio pericoloso quando la tensione è sopra i livelli di guardia, e contro ogni immaginazione – prima del match viene data 300 a 1 – batte l’americana in casa. Dieci anni dopo il New York Times la definisce «la più grande sorpresa della storia del Grande Slam», i giornali italiani scrivono subito: «Solo chi abita in Paradiso, sostenuta dagli dèi del tennis, può realizzare il più clamoroso kappaò sportivo della storia moderna». Le chiedono come abbia potuto affrontare una partita così difficile e lei non trova risposte neanche dentro di sé. «Come ho fatto? Fammi un’altra domanda…». Per capirlo bisogna ricercare la forza in una disposizione d’animo interiore, un’arma spesso sottovalutata: «Quando mi sono svegliata mi sono detta: non pensare a chi hai di fronte e al Grande Slam che sta per fare. Divertiti. Metti la palla in campo e corri. Così ho vissuto il miglior giorno della mia esistenza». Serena Williams invece non vorrà parlare di quella delusione, la fiaba trasformata in un incubo.

Sulla finale degli Us Open del 2015 c’è un effetto a cascata: a sua volta, infatti, quell’ultimo atto si muta in qualcosa di altrettanto inimmaginabile, resta una delle partite più citate del tennis italiano femminile, fuori da ogni pronostico, visto che dall’altra parte del campo Roberta Vinci troverà Flavia Pennetta. Non solo due italiane, ma due amiche, nate a 73,4 chilometri di distanza l’una dall’altra, in Puglia, sospinte dal destino che le ha riunite lì insieme, ma separate da una rete. «Come si affronta Robi? Lasciatemi assaporare la vittoria sulla Halep e poi ci penso…» dice Flavia Pennetta salendo sul taxi, dopo aver battuto nella semifinale Simona Halep. Pennetta è stata la prima italiana in top 10, nell’agosto 2009. Come arriva Flavia Pennetta a quella finale? A marzo, a Indian Wells, batte la numero due del mondo Maria Sharapova. Al Roland Garros sconfigge la numero otto del mondo, Suárez Navarro. A New York fa fuori l’australiana Stosur agli ottavi. Nelle ultime sette partecipazioni a Flushing Meadows è sempre arrivata almeno ai quarti, questa volta batte Petra Kvitová e in cinquantanove minuti Simona Halep (6-1, 6-3). Il primo set della finale tra le italiane, con il back a una mano di Roberta Vinci e il rovescio a due mani di Flavia, e con in tribuna celebrità del calibro di Robert Redford e Michael Douglas, finisce al tie-break, con la vittoria di Flavia e la testa nell’asciugamano di Roberta. Al secondo set Flavia fugge, sente che deve cogliere l’occasione, ha aspettato tutta la vita per spingersi fin lì, si porta sul 4-0, e poi chiude il torneo con un 6-2.

In quel momento, al picco della sua carriera tennistica, dopo i tre milioni e trecentomila dollari di montepremi, dopo il suo nome scritto per sempre nella storia degli Slam, annuncia: «Mi fermo qui». Giocherà un mese e mezzo dopo alle WTA Finals di Singapore e darà l’addio definitivo dopo la partita contro Maria Sharapova.

Un estratto del libro Tennis Paradise, scritto da Francesco Longo ed edito da 66thand2nd.
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