Ci sono sconfitte che fanno male e sconfitte che, con il tempo, possono diventare persino necessarie. Quella dell’Italia contro la Turchia nella finale dell’Europeo di Istanbul appartiene probabilmente alla seconda categoria, anche se per capirlo servirà qualche giorno e soprattutto un po’ di distanza da quella sensazione di occasione perduta che, inevitabilmente, accompagna un 3-2 arrivato al termine di una partita molto particolare. Una partita nella quale le Azzurre hanno avuto più di una volta la possibilità di prendere il controllo definitivo. L’Italia era partita bene, aveva vinto il primo set, aveva reagito quando la Turchia sembrava aver preso il largo, aveva dominato il terzo parziale 25-12 e nel quarto era stata a lungo dentro la partita, prima di arrendersi al quinto set. È mancato qualcosa, soprattutto nei momenti in cui il match chiedeva lucidità, continuità e la capacità di giocare un pallone alla volta senza lasciarsi trascinare dall’inerzia di una finale nella quale ogni errore sembrava pesare il doppio.
La Turchia ha vinto perché, semplicemente, in questo momento è una squadra fortissima. E perché ha saputo sopravvivere ai momenti nei quali l’Italia sembrava avere qualcosa in più. Melissa Vargas è stata ancora una volta il riferimento offensivo di una squadra che ha trovato risorse anche quando il proprio gioco si è inceppato, mentre il pubblico della Sinan Erdem Sports Hall ha trasformato il contesto in un elemento della partita, aumentando la pressione sulle azzurre soprattutto nel finale. L’Italia, al contrario, ha avuto alcuni passaggi nei quali ha perso quella continuità che l’aveva accompagnata per gran parte del torneo: dopo aver dominato il terzo set, ha lasciato progressivamente spazio alla Turchia, permettendole di rientrare in una partita che sembrava essersi indirizzata dalla parte delle campionesse olimpiche e mondiali. Il tie-break è stato poi una questione di dettagli, come quasi sempre accade quando si arriva a giocarsi un titolo al quinto set, e questa volta i dettagli sono finiti dalla parte delle padrone di casa.
Fermarsi però al risultato sarebbe ingeneroso nei confronti di una Nazionale che, anche in questa occasione, ha dimostrato di essere ancora una delle squadre più forti del mondo. L’Italia è arrivata alla finale dopo otto vittorie consecutive e ha concluso il torneo con una medaglia d’argento che non può essere considerata un fallimento soltanto perché, negli ultimi due anni, questa squadra ci ha abituati a vincere quasi tutto quello che c’era da vincere. Dopo l’oro olimpico di Parigi e quello mondiale di Bangkok, l’Europeo rappresentava la possibilità di completare un percorso straordinario. Ma il fatto che non sia arrivato il terzo titolo consecutivo non cancella nulla di ciò che queste ragazze hanno costruito. E, soprattutto, non impedisce di guardare con grande fiducia a quello che ancora possono – anzi: devono – costruire.
Perché forse la cosa più interessante emersa da questo Europeo è proprio la sensazione che l’Italia arrivata alla fine del proprio ciclo, piuttosto sia una squadra che sta imparando a cambiare senza perdere la propria identità. Il caso più evidente è quello di Ekaterina Antropova, che Julio Velasco ha deciso di utilizzare in un ruolo diverso da quello al quale siamo stati abituati ad associarla. Kate non è più soltanto l’alternativa a Paola Egonu nel ruolo di opposta, ma sta imparando a diventare una schiacciatrice, con tutto quello che questo comporta dal punto di vista tecnico e tattico. È un esperimento che richiede tempo, perché significa chiederle di cambiare abitudini, responsabilità e riferimenti all’interno del campo, ma che può consegnare all’Italia una soluzione straordinaria per il futuro: avere contemporaneamente Antropova ed Egonu in campo significa poter contare su due giocatrici capaci di spostare gli equilibri offensivi e, soprattutto, costringere le avversarie a preparare la partita in modo completamente diverso.
In finale Antropova ha chiuso con 16 punti, mentre Egonu ne ha messi a segno 28, numeri che raccontano già abbastanza bene quale sia il potenziale di questa coppia. Egonu ha sostenuto l’attacco azzurro nei momenti più difficili e ha continuato a essere quel riferimento verso il quale Alessia Orro può indirizzare il pallone quando la situazione diventa complicata. Orro è ormai molto più di una palleggiatrice: è il cervello di una squadra che conosce perfettamente i suoi tempi, le sue caratteristiche e le sue responsabilità, mentre Danesi continua a garantire presenza, personalità e qualità al centro della rete. Sono giocatrici che appartengono alla generazione che ha imparato a vincere con Velasco e che ora deve imparare anche a gestire una sconfitta, trasformandola in qualcosa di utile invece che in una semplice parentesi negativa.
E poi c’è Eleonora Fersino, forse il simbolo più interessante della transizione che questa Nazionale sta attraversando. Raccogliere l’eredità di Monica De Gennaro non era e non sarà semplice, perché il libero dei grandi trionfi degli ultimi anni ha rappresentato uno dei punti di riferimento assoluti del ruolo in Italia e nel mondo. Fersino, però, ha dimostrato di poter sostenere questa responsabilità con personalità crescente. Per certi versi, l’Italia aveva bisogno di ricordarsi che non è imbattibile, non perché fosse necessario ridimensionare una squadra che ha già dimostrato di appartenere alla storia della pallavolo italiana, ma perché nessun ciclo vincente può continuare senza trovare nuovi stimoli. Vincere sempre rischia di trasformare la vittoria in un’abitudine; perdere una finale dopo aver avuto la possibilità concreta di vincerla, invece, lascia una domanda aperta, e le grandi squadre sono quelle che sanno trasformare quella domanda in energia.
Il prossimo obiettivo sarà il Mondiale, ma sullo sfondo c’è già Los Angeles 2028, il grande appuntamento con il quale Velasco ha deciso di chiudere il proprio percorso alla guida della Nazionale. Ed è forse un dettaglio tutt’altro che secondario. Se l’Italia avesse vinto anche questo Europeo, completando il ciclo che negli ultimi anni l’ha portata a vincere l’oro olimpico e poi quello mondiale, Velasco avrebbe avuto probabilmente una ragione in più per considerare conclusa la propria missione; invece questa sconfitta lascia ancora qualcosa da conquistare. Non tanto per il bisogno di aggiungere un altro trofeo a una bacheca già straordinaria, quanto per la possibilità di accompagnare un gruppo che sta cambiando verso un ultimo grande obiettivo.
Per questo Istanbul può diventare un punto di partenza invece che un punto d’arrivo. La Turchia ha dimostrato che l’Italia può essere battuta, ma l’Italia ha dimostrato di avere ancora Egonu, Antropova, Orro, Danesi, Fahr, Fersino e una generazione di giocatrici capace di raccogliere nuove responsabilità senza perdere l’ambizione. Ha perso una finale, non la propria identità. E forse, dopo due anni nei quali quasi tutto è andato secondo i piani, era proprio questo il tipo di dolore che serviva per alimentare il prossimo viaggio. Il Mondiale sarà l’occasione per rispondere. Los Angeles, magari, quella per chiudere il cerchio. Perché le grandi squadre non sono quelle che non perdono mai: sono quelle che, quando perdono una partita che avrebbero potuto vincere, imparano qualcosa.