Quello tra Frattesi e la Lazio è un incontro perfetto, sia dal punto di vista tecnico che per ragioni emotive

Tre gol nelle prime tre giornate dicono tanto, su questa operazione: il giocatore aveva bisogno di nuovi stimoli e anche di tornare a casa, Gattuso e la sua squadra avevano bisogno di un incursore in grado di essere decisivo invadendo l'area di rigore.
di Redazione Undici 08 Settembre 2026 alle 01:50

Tre partite, tre gol e una sensazione sempre più netta: Davide Frattesi è diventato rapidamente il centro di gravità della nuova Lazio di Gennaro Gattuso. È arrivato in estate, nel bel mezzo di una situazione a dir poco complicata: la terribile eliminazione dalla Coppa Italia contro il Mantova, la contestazione perenne dei tifosi, un mercato che non aveva portato reali certezze. Eppure, eppure, a Frattesi sono bastate tre giornate per ribaltare completamente la prospettiva. La sua e quella della Lazio, che ha vinto le prime tre partite di campionato per la prima volta dal 2012/13, con l’ex centrocampista dell’Inter a segno contro Bologna, Genoa e Udinese. E forse non è un caso che tutto questo sia successo proprio nella Lazio, nella squadra del suo cuore, l’ambiente dove è cresciuto e dal quale era partito quando ancora il suo calcio doveva diventare quello che è oggi.

L’impatto di Frattesi non è soltanto quello di un centrocampista che segna tre gol in tre partite, ma quello di un giocatore che sembra aver restituito alla Lazio una dimensione che le mancava: quella dell’incursore capace di valorizzare qualsiasi manovra in un attacco all’area di rigore. È una caratteristica che appartiene al suo DNA e che all’Inter, soprattutto nell’ultima stagione, era rimasta troppo spesso compressa dalla concorrenza e da una squadra piena di centrocampisti di livello. Lo stesso Frattesi lo aveva spiegato pochi giorni fa: era andato via perché voleva prendersi delle responsabilità, quelle responsabilità che a Milano sentiva di non aver potuto prendersi. Non abbastanza, quantomeno.

E qui entra in gioco Gennaro Gattuso, che in questa storia è probabilmente l’elemento decisivo. Il tecnico ha capito quasi immediatamente quale fosse la versione migliore di Frattesi e, soprattutto, di quale Frattesi di cui aveva bisogno la Lazio. Nel corso della sua carriera, l’attuale tecnico biancoceleste ha sempre cercato centrocampisti capaci di accompagnare l’azione, di aggredire lo spazio e di arrivare negli ultimi metri senza necessariamente vivere stabilmente negli ultimi metri. Al Milan Kessié era uno degli interpreti più evidenti di questa idea, con i suoi inserimenti profondi e la capacità di coprire enormi porzioni di campo; al Napoli Allan aveva rappresentato un altro tipo di riferimento per intensità, mobilità e capacità di interpretare lo spazio.

Frattesi è la versione più offensiva di quel concetto. È l’uomo che parte da lontano e arriva dentro l’area, non quello che ci vive. E la presenza di Andrea Pinamonti rende tutto ancora più interessante: il nuovo centravanti della Lazio è abbastanza mobile da venire incontro, allargarsi, attaccare profondità e liberare corridoi centrali. Frattesi, così, può partire qualche metro più indietro, leggere il movimento dell’attaccante e attaccare lo spazio che si crea alle sue spalle. È esattamente quello che Gattuso gli chiede: non fare l’attaccante aggiunto, ma diventarlo per qualche secondo, nel momento in cui la giocata lo richiede.

A Udine, questo principio si è visto ancora meglio. Lo stadio era già un luogo familiare per Frattesi, quasi una seconda casa calcistica. Qui aveva segnato più volte contro l’Udinese e qui, nell’aprile del 2024, aveva realizzato al 95esimo uno dei gol più importanti della storia recente dell’Inter, quello che aveva permesso ai nerazzurri di vincere 2-1 e avvicinarsi ulteriormente alla seconda stella. Quella rete era arrivata proprio sfruttando la sua capacità di essere nel posto giusto nel momento giusto.

Stavolta il copione è stato diverso, ma la natura del giocatore era la stessa. Quando Pinamonti è uscito, Frattesi ha potuto beneficiare di una situazione ancora più favorevole: più spazio da attaccare, più possibilità di riempire l’area, ma senza trasformarsi in un giocatore statico. È entrato, uscito, ha continuato a correre, a cambiare posizione, a dare una linea di passaggio e poi ad attaccare il secondo pallone. Il suo gol dell’1-1 è stato la sintesi perfetta di questa filosofia: Frattesi non è semplicemente “in area”, Frattesi arriva in area. Ed è una differenza enorme.

Forse è proprio questa la parte più interessante della sua rinascita. Frattesi non sembra aver cambiato il suo gioco: sembra essere tornato a essere quello che era stato a Sassuolo, quando il suo contributo consisteva soprattutto nell’apparire dove gli altri non lo aspettavano. Alla Lazio ha ritrovato quella libertà e, contemporaneamente, ha trovato un allenatore disposto a fidarsi delle sue caratteristiche. Non è un caso che abbia definito Gattuso una delle poche persone che stima nel calcio e abbia detto che per lui sarebbe «andato in guerra».

C’è poi tutto quello che sta fuori dal campo e che rende questa storia ancora più coerente. Frattesi è romano, laziale, è cresciuto nelle giovanili biancocelesti, era persino uno dei raccattapalle nella finale di Coppa Italia del 2013 – quella vinta dalla Lazio contro la Roma. Quando è tornato, ha parlato della necessità di sentirsi nuovamente importante, di riavvicinarsi a casa dopo la morte della nonna e dopo un ultimo anno all’Inter che aveva definito «difficile anche mentalmente». Non cercava soltanto una squadra: cercava un posto nel quale ritrovare se stesso.

E forse per questo l’immagine più bella arriva proprio dopo il gol di Gudmundsson a Udine. Frattesi era già stato sostituito, ma dalla panchina continuava a vivere la partita come se fosse ancora dentro. Si è messo a fare il secondo allenatore, a dare indicazioni, a gesticolare, poi al gol è corso all’impazzata verso i compagni. «Ero talmente avvelenato per il cambio che dovevo fare qualcosa», ha spiegato a DAZN nel post-partita. È una frase che dice moltissimo del suo stato d’animo: non era arrabbiato perché aveva giocato male, era arrabbiato perché voleva continuare a essere dentro quella partita.

È forse questo il vero effetto Frattesi sulla Lazio. Non soltanto tre gol, non soltanto il record di Zárate e nemmeno soltanto una partenza che riporta i biancocelesti a un traguardo che mancava da tredici anni. È la sensazione di avere finalmente trovato un giocatore che sente la partita prima ancora di giocarla e che, soprattutto, sembra perfettamente sincronizzato con ciò che Gattuso gli chiede. La Lazio cercava certezze dopo un’estate piena di dubbi. Frattesi cercava una squadra che gli restituisse responsabilità, fiducia e casa. Lui e la squadra sono trovati, come in un perfetto Tinder match. E per una volta, più che il mercato, a decidere l’abbinamento perfetto è stato il calcio.

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