L’Inter ha perso al Bernabéu, 1-2 contro il Real Madrid, ma avrebbe anche potuto vincere. Leggere la partita contro la squadra di Mourinho non è facile, nel senso che poteva finire 3-2 per i nerazzurri – per le occasioni costruite dai nerazzurri, soprattutto nella ripresa – ma anche 4-1 per i padroni di casa, se Josep Martínez non avesse compiuto almeno tre parate eccezionali tra la fine del primo tempo e l’inizio del secondo. Il portiere spagnolo, dopo il grave errore sul secondo gol del Real, ha così riscattato – almeno in parte – la propria serata. Ma, tornando a discorsi più generali, il risultato emerso a Madrid dice una cosa, ma la partita va in tante altre direzioni.
Per almeno venti minuti, infatti, l’Inter ha giocato una gara di grande personalità. Ha controllato il flusso, ha provato a tenere il Real Madrid lontano dalla propria area e soprattutto ha lavorato bene sulle linee di passaggio, riuscendo spesso a orientare il possesso avversario verso le zone “preferite” da Chivu, quelle in cui la sua squadra è più sicura in fase difensiva. In quel frangente le preventive hanno funzionato, i giocatori nerazzurri sono stati bravi a scalare, a coprire la profondità e a non concedere campo ai tanti giocatori del Real capaci di attaccare l’uno contro uno. Per lunghi tratti l’Inter sembrava riuscire a fare esattamente ciò che si era prefissata: giocare a viso aperto senza trasformare la partita in una corsa all’indietro.
Il problema è che, contro una squadra come il Real Madrid, non basta fare bene quasi tutto. Gli errori possono pesare e pesano il doppio, perché ogni pallone perso può trasformarsi in un’azione da gol. E l’Inter ne ha commessi due, uno dietro l’altro, proprio in fase di costruzione dal basso, prima con Jones e poi con Martínez. Due situazioni diverse ma accomunate dalla stessa conseguenza: aver regalato al Real la possibilità di attaccare una difesa rimasta sguarnita causa rotazioni. Il primo gol nasce da una pressione dei Blancos, bravi a ingabbiare l’ex Liverpool, il secondo dalla volontà del portiere nerazzurro di velocizzare la giocata, salvo poi incartarsi sul pressing altissimo di Valverde.
La cosa più interessante, però, è stata la reazione della squadra di Chivu. L’Inter infatti non si è disunita , non ha smesso di giocare. Ha continuato a cercare le proprie soluzioni, arrivando più volte alla conclusione e costringendo Courtois a interventi di livello assoluto. Il portiere belga ha negato il gol a Jones e Carlos Augusto, prima di opporsi nel finale anche a Mkhitaryan. Sono episodi importanti perché dimostrano che l’Inter, anche quando la partita sembrava scivolare verso il Real, ha continuato a produrre abbastanza per rimetterla in discussione. Allo stesso tempo, però, la squadra nerazzurra ha rischiato tantissimo. Tra la fine del primo tempo e l’inizio del secondo, Bellingham ha trovato per due volte la strada verso la porta, mentre Brahim ha avuto un’altra enorme. In entrambe le situazioni, Chivu e i suoi calciatori hanno rischiato di pagare il prezzo della propria aggressività, ma gli interventi decisivi di Martínez – di cui abbiamo già detto in precedenza – hanno evitato che il Real prendesse definitivamente il largo. E anche questa, pur nell’inevitabile delusione dovuta alla sconfitta, è una buona notizia in chiave-classifica – nella League Phase di Champions League, ogni gol può fare la differenza.
L’Inter ha quindi vissuto una serata che è una contraddizione: è stata abbastanza pericolosa da poter pensare di riaprire la partita, e lo è stata in maniera costante, ma al tempo stesso è stata abbastanza vulnerabile da poterla perdere in maniera molto più pesante. È il paradosso di una squadra che non ha rinunciato alla propria identità nemmeno quando avrebbe avuto buone ragioni per abbassarsi e proteggersi, ma che proprio per questo ha dovuto accettare una quota di rischio elevatissima. Poi è venuto il gol di Carlos Augusto, che ha riaperto tutto: da quel momento, soprattutto se guardiamo gli ultimi dieci minuti, l’Inter ha schiacciato il Real dentro la propria area, aumentando la pressione e mettendo diversi palloni pericolosi in mezzo. È mancato però l’ultimo passaggio, la giocata capace di trasformare una buona pressione in un pareggio.
«Siamo usciti a testa alta», ha detto Lautaro Martínez a Sky Sport nel post partita. È una frase che fotografa bene una parte della serata. L’Inter ha dimostrato di poter giocare alla pari al Bernabéu, di avere gli strumenti per mettere in difficoltà il Real e di non aver bisogno di snaturarsi per competere contro una delle squadre più forti d’Europa. Eppure, eppure, sbagliato fermarsi a queste considerazioni. Perché la lezione più importante appresa a Madrid è forse un’altra: contro una squadra piena di giocatori capaci di saltare l’uomo, attaccare la profondità e trasformare una situazione apparentemente innocua in un’occasione da gol, l’Inter ha fatto fatica. Va bene rischiare, anzi, per giocare come vuole giocare l’Inter, è inevitabile farlo. Ma non si può sbagliare quasi nulla. Le preventive, le linee di passaggio, il controllo dei ritmi e la personalità nel possesso possono funzionare perfettamente; poi basta una palla persa male per rimettere tutto in discussione.
L’Inter, insomma, non torna dal Bernabéu con la sensazione di essere stata inferiore. Torna, semmai, con la consapevolezza di essere abbastanza forte per stare dentro partite di questo livello e con la certezza che, per vincerle, il margine di errore dovrà essere ancora più piccolo. A Madrid ha dimostrato di poter giocare alla pari, ora deve imparare a non regalare nulla.